Ci sono uscite in bici che nascono dal desiderio di esplorare qualcosa di nuovo, e altre che invece rispondono a un bisogno più profondo: tornare. Tornare in un luogo che conosci da sempre, ma che ogni volta ti parla in modo diverso, soprattutto quando lo attraversi con calma, in silenzio, in una stagione che non fa sconti. Il giro dell'Alta Val di Non del primo dell'anno è proprio questo: un ritorno a "casa", nella valle dove sono nato. Un giro gravel non troppo impegnativo ma divertente.
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Tra val di Sole e val di Non: partenza da Mostizzolo
In queste gelide prime giornate dell’anno ho sfoderato la mia gravel (lei si offenderebbe a definirla tale, ma vabbè, semplifichiamo, sennò se dico adventure poi c'è chi storce il naso!), e sono partito per la val di Non, a due passi da dove sono nato.
La partenza è da Mostizzolo, punto di contatto tra due valli, quella di Non più a sud e quella di Sole più a nord-ovest. Proprio in questo punto inizia anche la pista ciclabile della val di Sole. Il lago di Santa Giustina è ancora nascosto, e l’aria è già tagliente. Lasciata l'auto presso la stazione della ferrovia, si parte subito con una salita su asfalto verso Cis, ideale per scaldare la gamba senza stress. Non è una salita impegnativa, ma è costante, e nelle mattine fredde ti ricorda subito che il corpo ha bisogno di tempo per entrare in temperatura.
L’asfalto, in questa fase iniziale, è quasi rassicurante. La bici scorre, il ritmo si stabilizza, il respiro trova la sua cadenza. Attorno il paesaggio è immobile, invernale, con i colori spenti e le ombre lunghe. Non c’è traffico, non c’è fretta. È una salita che ti accompagna dentro la giornata, senza chiederti nulla di più di quello che puoi dare.
I meleti si confondono con le prime propaggini dei boschi che qui sono frequentati da parecchi animali selvatici, orsi e lupi compresi.
Già qui si seguono le indicazioni del percorso Rankipino che condurrebbe fino al passo Palade.

Da Cis verso la valle di Bresimo
Superato l’abitato di Cis, il tracciato cambia carattere. Si lascia progressivamente le strade più aperte e ci si inoltra nel bosco, dove l’atmosfera si fa subito diversa. La luce si abbassa, la temperatura sembra scendere ancora di qualche grado, e l'asfalto lascia spazio allo sterrato, compatto e gelato. Conclusa la salita, si affronta una serie di tornanti in discesa, divertenti ma da interpretare con attenzione, soprattutto in inverno.
Il gravel, in questi frangenti, mostra tutta la sua natura ibrida. Non sei lì per spingere, ma per leggere il fondo, scegliere le linee, mantenere il controllo. Foglie, umidità, tratti gelati all’ombra: ogni curva è leggermente diversa dalla precedente. È una discesa che non punta sull’adrenalina, ma sulla concentrazione, su quel dialogo continuo tra te e la bici.
Alla fine della discesa si incrocia la strada che corre lungo il torrente Barnes. Qui la valle di Bresimo si manifesta in tutta la sua austerità invernale. Il sole fatica ad arrivare, l’aria è ferma e il freddo è quello che entra nelle ossa. La poca neve caduta nei giorni precedenti è rimasta sulla strada, schiacciata e trasformata in una superficie insidiosa, dove la prudenza diventa fondamentale.

Pedalare lungo il torrente in queste condizioni è un’esperienza quasi fisica, nel senso più diretto del termine. Senti il freddo sulle mani, sul viso, senti il rumore dell’acqua che scorre accanto a te, amplificato dal silenzio intorno. Ogni tratto in ombra è una potenziale lastra di ghiaccio, e la velocità si riduce naturalmente, senza bisogno di pensarci troppo.
Passata la parte più stetta della valle, si raggiungono le prime abitazioni nei pressi della segheria veneziana, sotto Bagni di Bresimo. In inverno sembra sospesa nel tempo, ricoperta di ghiaccio, come se fosse stata cristallizzata da una notte particolarmente rigida. È uno di quei luoghi che raccontano il lavoro e la storia della valle, e vederlo così, immobile e silenzioso, aggiunge un livello ulteriore alla pedalata. Qui le temperature sono abbondantemente sotto lo zero, e lo senti chiaramente.

Da Preghena verso Marcena
Raggiunta la località Bagni di Bresimo, con un alberghetto sempre aperto e poco altro, si inizia a uscire dalla valle per tornare verso l'Alta Val di Non e il paese di Preghena. Il sole su questo versante torna a farsi vedere, prima timido, poi più deciso. È una sensazione semplice, ma in una giornata così fredda fa una differenza enorme. La luce scalda il viso, il fondo cambia consistenza, e anche l’umore segue lo stesso andamento.
Si raggiunge Preghena su asfalto, piccolo abitato che segna una sorta di passaggio simbolico nel giro. Qui il paesaggio si apre e si vede anche il lago più in basso. Il percorso ti regala una delle parti più piacevoli dell’intera uscita. Una bella sterrata nel bosco taglia la costa e si inoltra verso Marcena. È uno di quei tratti che sembrano disegnati apposta per il gravel: fondo regolare, pendenza dolce, ambiente silenzioso.
Qui puoi finalmente rilassarti un po’. La bici scorre, le gambe girano bene, e il pensiero vaga. È un tratto che invita alla continuità, a mantenere un ritmo costante senza forzare. Il bosco, anche se spoglio, ti avvolge, e il senso di isolamento è totale. Sei lontano da tutto eppure parte di quel tutto silenzioso e ovattato.
Superato Marcena, il percorso del Rankipino proseguirebbe in quota mentre noi lo abbandoniamo scendendo di nuovo verso il fondovalle scavato dal torrente. Di nuovo tra i meleti si pedala su strade di campagna per inoltrarsi con una nuova serie di tornanti nel bosco più in basso.

Rientro da Cagnò a Mostizzolo
La discesa ti porta a incontrare il torrente Pescara, che inizi a seguire sulla sponda orientale. Questo tratto segna l’inizio del rientro, ma non ha nulla di scontato. Seguire un corso d’acqua in bici è sempre un’esperienza particolare: il terreno tende a essere più umido, il microclima cambia, e il suono dell’acqua accompagna costantemente la pedalata.
Qui il gravel si dimostra ancora una volta la scelta giusta. Il fondo varia, alternando sterrato compatto e tratti più irregolari, ma senza mai diventare realmente impegnativo. È una pedalata di osservazione, in cui guardi il paesaggio scorrere lentamente.

Man mano che si prosegue, di nuovo su asfalto, si risale la sponda opposta della valle e il panorama inizia ad aprirsi. Uno sguardo più ampio sulla valle e sul lago di Santa Giustina anticipa l’arrivo a Cagnò. È uno di quei momenti in cui la fatica accumulata si alleggerisce solo guardando davanti a te. Il lago appare come una presenza silenziosa, lontana, incorniciata dalle colline. Non è protagonista assoluto, ma accompagna lo sguardo senza imporsi.
Arrivato a Cagnò, sai che la parte più “avventurosa” del giro è alle spalle. Da qui in poi è tutto asfalto fino al rientro a Mostizzolo. Potrebbe sembrare un finale meno interessante, ma in realtà è coerente con lo spirito della giornata. L’asfalto ti permette di rientrare in modo fluido, senza sorprese, lasciando che il corpo si raffreddi gradualmente e che la mente riordini le sensazioni.
Si ripassa il torrente Pescara in quota sul ponte, risalendo dolcemente verso Mostizzolo e il punto di partenza.

Conclusioni
Dal punto di vista tecnico, il giro è perfettamente affrontabile con una gravel ben equipaggiata, soprattutto se monti coperture adatte al freddo e a fondi umidi. In inverno è fondamentale prestare attenzione a ghiaccio e neve residua, soprattutto nei tratti in ombra e lungo i corsi d’acqua. L’abbigliamento gioca un ruolo chiave: mani, piedi e viso sono le parti più esposte, e proteggerle adeguatamente fa la differenza tra una bella uscita e una sofferenza inutile.

































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