Il Trentino offre una rete straordinaria di strade forestali, carrarecce militari e sentieri d'alta quota che rappresentano un vero paradiso per gli amanti del gravel montano. Lontani dal traffico e immersi in una natura verticale, i percorsi che solcano le valli dolomitiche sanno regalare grandi emozioni a chi sceglie di esplorare il territorio pedalando lungo anelli di ampio respiro. Eccone uno ai piedi delle Pale di San Martino
In questo articolo
- La magia autunnale delle Dolomiti
- Da Predazzo a Bellamonte e l'ascesa verso il Passo Lusia
- La riserva di Paneveggio e l'ingresso nella Val Venegia
- Baita Segantini e il Capolavoro delle Pale di San Martino
- Inizia la discesa, Capanna Cervino e Malga Juribello
- Il gran finale: lago di Paneveggio, torrente Travignolo e il canyon di Sottosassa
Esistono luoghi in cui la natura sembra esprimersi attraverso la sua forma d'arte più alta, scolpendo la pietra con la luce e dipingendo i boschi con una tavolozza di colori che muta a ogni ora del giorno. Questo itinerario ad anello, che si snoda tra la Val di Fiemme e le maestose Pale di San Martino, rappresenta una delle esperienze ciclistiche e paesaggistiche più straordinarie che si possano vivere.

La magia autunnale delle Dolomiti
In questo periodo dell'anno, quando l'aria si fa frizzante e il cielo assume una tonalità di azzurro così profondo da sembrare irreale, la montagna regala il meglio di sé. Le guglie di dolomia si ergono fiere e taglienti contro l'orizzonte, mentre i larici, tingendosi di un giallo intenso e dorato, sembrano accendere i pendii come torce naturali.
È un percorso, se pedalato in ottobre, che unisce la fatica fisica alla contemplazione estetica, un percorso ad anello che mette alla prova le gambe ma nutre profondamente lo spirito. Non che questo itinerario sia meno affascinante in altri periodi dell'anno, ma in questa stagione tranquillità e colori regalano un po' di magia in più!

Da Predazzo a Bellamonte e l'ascesa verso il Passo Lusia
Il punto di partenza di questa grande avventura è Predazzo, considerato a ben ragione il "giardino geologico delle Alpi", situato nel cuore della Val di Fiemme. Qui l'atmosfera mattutina è fresca, con la brina che ancora copre i prati e i profumi del legno e della terra umida che si mescolano nell'aria.
Subito dopo la partenza, si imbocca la comoda pista ciclabile che scorre placida in direzione di Sottosassa. Questo primo tratto serve a scaldare i muscoli e a entrare in sintonia con il ritmo della pedalata. Il tracciato si snoda pianeggiante, accompagnato dal suono rassicurante del torrente che scorre poco distante. Ben presto, tuttavia, la natura pianeggiante del percorso lascia spazio alla prima vera sfida della giornata: all'altezza del campeggio Valle Verde si inizia a salire su una strada asfaltata secondari che presto interseca la strada statale che sale verso il Passo Rolle.

Raggiunto l'abitato di Bellamonte e bevuto un caffé nell'unica struttura aperta in questo periodo, si prosegue ancora un po' sulla statale prima di deviare verso il passo Lusia. Da questo momento in poi, la strada comincia a farsi sentire nelle gambe. Dopo un tornante, si lascia l'asfalto e si abbandona l'ascesa al passo Lusia affrontata qualche tempo fa in un anello del tutto simile ma un po' più tecnico.
La strada sterrata che si imbocca sulla destra si arrampica con pendenze non troppo impegnative fino a raggiungere il culmine in località Carigole. Si pedala immersi in un bosco fiabesco, dove alti e fitti abeti lasciano filtrare i primi raggi del sole che disegnano giochi di luce e ombra sul terreno. L'ambiente alpino qui mostra il suo lato più autentico: pascoli d'alta quota che in estate brulicano di mucche al pascolo e che ora, in autunno, si tingono di sfumature ocra e ruggine.


La discesa e i successivi saliscendi che conducono verso Paneveggio offrono momenti di pura estasi visiva, con lo sguardo che spazia verso le vette imponenti e silenziose del gruppo delle Pale di San Martino.
La riserva di Paneveggio e l'ingresso nella Val Venegia
Lasciati alle spalle i crinali del Lusia, l'itinerario ci porta a lambire la celebre Foresta di Paneveggio, un luogo mitico noto anche come la "foresta dei violini", i cui abeti rossi di risonanza vennero scelti persino da Antonio Stradivari per creare i suoi celebri strumenti. Nonostante i segni della tempesta Vaia e del successivo disastroso bostrico siano evidenti e profondi, il luogo resta idilliaco, soprattutto senza la ressa estiva.
Qui si incrocia una delle tappe più affascinanti per gli amanti della fauna alpina: l'area faunistica dedicata ai cervi. Con un po' di fortuna, è possibile scorgere maestosi esemplari che si muovono agili tra gli alberi o si abbeverano nei pressi dei ruscelli e in questo periodo si può addirittura udirne il bramito.

È d'obbligo una breve sosta per salutare questi splendidi animali, prima di rimettersi in sella lungo il percorso ciclopedonale che si stacca poco più avanti oltre il torrente Travignolo. Questo tratto presenta alcuni strappi particolarmente duri e ripidi che mettono a dura prova la resistenza, ma lo sforzo è il prezzo da pagare per guadagnarsi l'accesso a uno dei santuari naturalistici più spettacolari delle Dolomiti: l'imbocco della Val Venegia.

Non appena si entra nella valle, lo scenario cambia radicalmente. La vegetazione si dirada per lasciare spazio a grandi distese prative solcate da torrenti cristallini, mentre sullo sfondo, imponenti e maestose, si ergono le Pale di San Martino.

I larici, vestiti del loro mantello autunnale, incorniciano il paesaggio con macchie di un giallo brillante che creano un contrasto cromatico impressionante con il grigio-rosa della roccia dolomitica e il blu cobalto del cielo. Proseguendo lungo la valle, un piccolo imprevisto — una deviazione temporanea resa necessaria da alcuni lavori di manutenzione nei pressi di Malga Venegiota — costringe a scendere temporaneamente di sella e a percorrere un breve tratto a spinta.

Ben presto, tuttavia, si torna a calcare i pedali, puntando decisi verso il punto più elevato, selvaggio e spettacolare dell'intero anello: il valico di Baita Segantini.
Baita Segantini e il Capolavoro delle Pale di San Martino
Arrivare a Baita Segantini significa toccare il cielo con il dito. Situata a oltre duemila metri di quota, questa celebre struttura d'alta quota rappresenta una meta leggendaria per escursionisti e ciclisti provenienti da ogni dove.
Proprio lì davanti, oltre il piccolo specchio d'acqua alpino che funge da specchio naturale, si staglia una delle cartoline più celebri e fotografate del mondo intero: il Cimon della Pala — spesso definito il "Cervino delle Dolomiti" per la sua forma piramidale perfetta e audace — e la maestosa cima della Vezzana.


Sotto la luce tersa e cristallina dell'autunno, queste montagne sembrano quasi incandescenti, monumenti di roccia pura che dominano l'infinito. Fermarsi qui è un'esperienza quasi mistica. Il silenzio è rotto solo dal soffio del vento che accarezza i crinali. È il momento ideale per rifocillarsi e imprimere nella memoria la maestosità di un panorama che ripaga ampiamente ogni goccia di fatica spesa lungo le salite precedenti.

Inizia la discesa, Capanna Cervino e Malga Juribello
Dopo aver goduto della vista mozzafiato da Baita Segantini, è il momento di rimettersi in sella per dare inizio alla lunga, emozionante e meritata discesa. Il tracciato si sviluppa inizialmente attraverso strade sterrate e panoramiche che scendono rapidi ma guidabili, passando dapprima accanto alla caratteristica Capanna Cervino. Qui la pendenza permette di prendere un buon ritmo, mentre il panorama continua a cambiare, offrendo nuove prospettive sulle valli circostanti e sulle pendici boscose che iniziano a tingersi dei caldi colori della stagione calante.

Proseguendo nella discesa senza raggiungere il passo Rolle ma deviando a destra, si transita nei pressi di Malga Juribello, un altro autentico gioiello incastonato tra i pascoli alpini. L'aria qui profuma di fieno e di tradizione casearia. Poco più a valle, l'itinerario interseca nuovamente la strada statale del Passo Rolle, seguendola per un breve tratto prima di svoltare nuovamente verso la quiete della natura selvaggia poco prima di rientrare nell'area di Paneveggio.

Il gran finale: lago di Paneveggio, torrente Travignolo e il canyon di Sottosassa
L'ultima parte dell'anello riserva ancora sorprese e adrenalina. Invece di proseguire per la via più semplice, si sceglie di costeggiare il lago di Paneveggio lungo la sua sponda meridionale, un percorso suggestivo che si insinua tra la vegetazione fitta e umida. Da qui, dopo una breve risalita, ha inizio una spettacolare e repentina picchiata che segue il corso impetuoso e spumeggiante del torrente Travignolo.

L'acqua scorre veloce tra massi di pietra levigata, creando rapide e cascate che risuonano nella valle come una sinfonia ancestrale. Per superare un passaggio particolarmente impervio e passare sul lato opposto della gola, ci si imbatte in un suggestivo ponte tibetano sospeso sopra il vuoto. Questo tratto va affrontato rigorosamente a piedi, spingendo la bicicletta a mano. È un'esperienza che unisce un pizzico di brivido alla meraviglia di trovarsi sospesi tra cielo e terra, con l'acqua che scorre ruggente decine di metri più sotto.

Superato il ponte, ci si ritrova sull'argine opposto per affrontare l'ultimo, indimenticabile passaggio del tour: il suggestivo e profondo canyon di Sottosassa. Il tracciato è spesso chiuso ma noi finalmente lo abbiamo trovato aperto e transitabile, nonostante i cartelli di pericolo e di transito sotto la propria responsabilità (come se in altri posti la responsabilità dovesse essere altrui! Mah!).

Qui la roccia si stringe attorno al sentiero, scavata nel corso dei millenni dalla forza inarrestabile dell'acqua, regalando un finale di percorso dall'atmosfera quasi epica e fuori dal tempo. Con le ruote che tornano a scorrere agevolmente verso il punto di partenza, si fa ritorno a Predazzo con la consapevolezza di aver vissuto un'avventura irripetibile, un anello perfetto capace di racchiudere in poche ore l'essenza più autentica, selvaggia e spettacolare delle Dolomiti.





















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