È appena uscita la terza puntata del podcast di viaggi in bici di Life in Travel: i Velocipedisti, in cui ti racconto le gesta dei nostri antenati, coloro che per primi si spinsero oltre i propri limiti per esplorare il mondo in sella a una bicicletta.
In questo articolo
- I Velocipedisti, il podcast dedicato ai pionieri del cicloturismo
- William Sachtleben e Thomas Allen: i primi cicloviaggiatori in safety bike
- Sachtleben e Allen: dal biciclo alla bici di sicurezza
- Prime pedalate: la traversata dell'Europa
- Across Asia on a bicycle: dall'avventura al libro
- L'Anatolia e la Persia tra curiosità e avversità
- L'Asia Centrale e il piano B
- I primi uomini ad attraversare la Cina continentale in bici
- Il giro del mondo si conclude
- Oltre il viaggio
La terza puntata de I Velocipedisti è dedicata a una coppia di cicloviaggiatori, i primi uomini a compiere il giro del mondo con una safety bike I due studenti si chiamavano William Sachtleben e Thomas Gasken Allen jr. Dopo Thomas Stevens, il primo ad aver compiuto il giro del mondo in sella a un biciclo, e Frank Lenz, il ciclista perduto, Allen e Sachtleben partirono dal Missouri dove si erano appena laureati per attraversare l'Europa, l'Asia e gli Stati Uniti in un viaggio che durò quasi 3 anni dal 1890 al 1893.
Gran parte delle informazioni che abbiamo derivano dal loro libro "Across Asia on a bicycle", scritto nel 1897. Le foto che trovi in questo articolo sono scattate dai due grazie a una delle prime macchine fotografiche a rullino che venne portata in viaggio dai due, una kodak.

I Velocipedisti, il podcast dedicato ai pionieri del cicloturismo
Viaggio in bici dal secolo scorso e negli ultimi 20 anni sono stato testimone e ho descritto la rivoluzione a pedali che ha messo in sella decine di migliaia di cicloviaggiatori in Italia e nel mondo.
In questo podcast rendo omaggio ai nostri antenati e ti racconto le loro storie, perché con coraggio e un pizzico di follia, si sono spinti oltre i loro limiti e hanno esplorato gli angoli più remoti della Terra facendo in modo che noi potessimo seguire le loro orme.
I Velocipedisti è un podcast di Life in Travel, ideato, scritto, e narrato da me
William Sachtleben e Thomas Allen: i primi cicloviaggiatori in safety bike
1895, Chilkani, Turchia orientale.
William ormai è sicuro. Non troverà mai le prove definitive, ma Franz Lenz ha concluso il suo tentativo di giro del mondo in bicicletta qui, nel fienile di una fattoria poco lontana dal paesino, morto ammazzato da una banda di briganti locali.
Lenz aveva raggiunto quel paesello dell’Anatolia, non distante da Erzurum, dopo due anni di viaggio, partendo da Pittsburgh e pedalando verso occidente, prima attraverso gli Stati Uniti, poi il Giappone, la Cina e svariati paesi dell’Asia. Era vicino alla fine del suo percorso ma non fece mai ritorno a casa.
Ma della storia di Franz ho già parlato nel secondo episodio di questo podcast e, se lo hai ascoltato fino in fondo, sai già chi sia William. Non è la prima volta che Sachtleben, questo il suo cognome, si trova in Anatolia. Ci è passato quattro anni prima in compagnia di Thomas Allen jr. ed è di loro che parleremo oggi, perché i due neolaureati tra il 1890 e il 1893, furono artefici del più lungo viaggio via terra attorno al mondo che fosse stato mai fatto (o perlomeno documentato).
Proprio grazie all’esperienza pregressa che William aveva maturato nel viaggio che racconteremo, la rivista Outing di cui era autore il povero Lenz, decise, sotto pressione della famiglia, di inviare Sachtleben a cercare il ciclista perduto in Anatolia nel 1895.
Ma facciamo un passo indietro e scopriamo le gesta dei protagonisti di questo episodio.
Sachtleben e Allen: dal biciclo alla bici di sicurezza
3 Aprile 1891.
Il traghetto che unisce le due sponde del Bosforo trasporta, tra orde di armeni, turchi, greci e italiani, due mezzi strani e sconosciuti all’epoca in quella terra.
Le safety bike cariche sono quelle di Sachtleben e Allen jr. I due sono in viaggio da qualche mese.
William Lewis Sachtleben, nato nel 1866, e Thomas Gaskell Allen Jr., di due anni più giovane, erano compagni di università. Studenti alla Washington University di Saint Louis, Missouri.
William, il più grande e atletico dei due, era il figlio di un facoltoso commerciante di stoffe. Thomas, figlio di un giudice della contea, proveniva da una famiglia benestante e influente. Erano il classico duo americano della fine del XIX secolo: pieni di ambizione, freschi di laurea e desiderosi di non limitare la loro istruzione alle aule d’università
Il giorno dopo la laurea, i due compagni partirono per New York. Da lì salparono per Liverpool il 23 giugno 1890. In Inghilterra, acquistarono le loro compagne di viaggio, due robuste biciclette Singer da 40 libbre (circa 18 kg) con gomme piene di cui avremo modo di parlare a breve.

Tre anni prima Thomas Stevens, che conoscerai già se hai ascoltato la prima puntata del podcast, aveva completato il giro del mondo su un biciclo, un antenato della bicicletta con una enorme ruota anteriore e una piccola ruota posteriore, complicato da manovrare e pericoloso, perché facile al ribaltamento in frenata.
Proprio sul finire del XIX secolo si stava diffondendo, a partire dal Regno Unito, un mezzo innovativo, la safety bike che sarebbe divenuta la prima bici moderna. La bicicletta di sicurezza non aveva ancora del tutto soppiantato il penny-farthing, altro nome del biciclo, ma i due giovani esploratori decisero di partire con questa nuova tecnologia perché videro in lei le potenzialità che poi la portarono a soppiantare gli altri mezzi simili.
Questa bicicletta aveva ruote di dimensioni uguali, un telaio a diamante, e, cruciale per le lunghe distanze, pneumatici in gomma piena o, di lì a poco, pneumatici ad aria. Era veloce, relativamente robusta e, soprattutto, sicura. Ho già approfondito il tema nella puntata dedicata a Lenz, quindi se vuoi saperne di più sulle differenze tra biciclo e safety bike ti suggerisco di ascoltare quell’episodio.

Prime pedalate: la traversata dell'Europa
L’esperienza di Thomas e William in bici iniziò nella grigia cittadina inglese.
Dopo aver seguito alcune delle rotte di viaggio battute in quegli anni nelle isole britanniche, giunsero a Londra, dove si fermarono qualche giorno per elaborare i piani per viaggiare attraverso l'Europa, l'Asia e l'America. Le regioni più pericolose da attraversare all’epoca, secondo le loro scarse informazioni, sarebbero state la Cina occidentale, il deserto del Gobi e la Cina centrale. Mai, dai tempi di Marco Polo, un viaggiatore europeo era riuscito ad attraversare l'impero cinese da ovest a Pechino.

Qualche anno prima Thomas Stevens passò dalla Cina, ma solo nella sua parte sud-orientale, durante il suo viaggio con un biciclo che lo farà diventare il primo cicloviaggiatore a concludere il giro del mondo nel 1887.
Attraversando la Manica, Sachtleben e Allen cavalcarono la Normandia fino a Parigi, pedalarono le pianure della Francia occidentale fino a Bordeaux, verso est, oltre le Piccole Alpi fino a Marsiglia e lungo la Riviera fino in Italia. Dopo aver visitato le principali città della penisola, lasciarono il Belpaese a Brindisi l'ultimo giorno del 1890 per raggiungere Corfù in Grecia. Da lì viaggiarono fino a Patrasso procedendo lungo il Golfo di Corinto fino ad Atene.
L’inverno era ormai inoltrato e il clima mite della città di Socrate invitò i due giovani a una sosta, nell’attesa che le temperature si alzassero un po’ anche nelle gelide lande anatoliche.
Across Asia on a bicycle: dall'avventura al libro
Come abbiamo già visto, a inizio primavera i due decisero che fosse tempo di lasciare la sicurezza di una città accogliente come Atene per intraprendere la traversata dell’Asia, che in seguito racconteranno sulle pagine del libro da cui è in gran parte tratto questo episodio: “Across Asia on a bicycle. Il viaggio di 2 americani da Costantinopoli a Pechino. The journey of two american students from Costantinople to Peking”
Il loro viaggio però non si concluse nella capitale di quello che loro stessi definiscono il Regno dei Fiori, ma proseguì prima fino a Shanghai e poi attraverso il Giappone, dopo aver preso lo stesso traghetto su cui era salito anche Stevens.
Rientrati negli Stati Uniti, sbarcando a San Francisco la notte di Natale del 1892, i due ripresero il viaggio verso oriente all’inizio dell’anno successivo per giungere a New York nella primavera del 1893, venti giorni prima dello scoccare dei tre anni dalla loro partenza.

L'Anatolia e la Persia tra curiosità e avversità
Ma torniamo a Costantinopoli e vediamo come sono andate le cose.
Ahmed dietro ai suoi occhi intensi grida: ”Che Dio vi protegga”
William e Thomas sono in sella e si stanno dirigendo già verso Izmir. Ahmed è un piccolo dodicenne, figlio del loro oste a Costantinopoli, e li ha accompagnati fino alle loro prime pedalate in Asia, oltre il Bosforo.
Il loro piano è ambizioso, quasi sconsiderato: attraversare l'Asia continentale su due ruote, da ovest a est, da Costantinopoli fino a Pechino, in Cina.

A Londra avevano pianificato di attraversare la Turchia, arrivare in Persia e da lì entrare nell’impero russo e nel regno di Cina poi. Per questo avevano inviato una richiesta al ministro cinese per avere il visto e la risposta, sebbene cortese, aveva un forte sapore di rimprovero.
“La Cina occidentale” vi era scritto “è invasa da bande senza legge e la gente stessa è molto avversa agli stranieri. Il vostro straordinario mezzo di locomozione vi esporrebbe a disagi se non a pericoli concreti per mano di un popolo che è naturalmente curioso e superstizioso."
"Tuttavia,” ha aggiunto dopo una riflessione, “se il vostro ministro fa una richiesta per un passaporto, vedremo cosa si può fare. Il massimo che posso fare è chiedere per voi la protezione e l'assistenza dei funzionari ma per le persone non posso rispondere. Se vi addentrerete in queste terre, lo farete a vostro rischio e pericolo.”
Insomma, un bel incoraggiamento per iniziare il proprio viaggio!

Ma prima di raggiungere Russia e Cina, i due iniziarono affrontando Turchia e Persia.
Il viaggio attraverso l'Anatolia fu immediatamente un’avventura. La sfida non era la distanza – circa 1665 km effettivamente pedalate – ma il terreno e le condizioni. Le strade non esistevano o erano poco più di sentieri sassosi. Spesso, l'unico modo per avanzare era scendere e spingere le loro pesanti biciclette. In queste terre remote, dove l'uomo bianco a cavallo era già una rarità, l'uomo bianco su una macchina che si muoveva così rapida con la sola forza delle proprie gambe era un fenomeno mistico.
I due descrivono la tipica accoglienza che li aspettava in ogni villaggio o cittadina.
“Quando ci avvistavano in lontananza, diversi cavalieri ci venivano incontro per dare una prima occhiata ai nostri strani cavalli. Ci sfidavano a una corsa e davano una frustata ai loro destrieri mentre attraversavamo le strade della città. Prima di raggiungere il khan o la locanda che ci avrebbe ospitato, eravamo obbligati a smontare a causa della ressa che affollava la strada davanti a noi: “Bin bin - Pedalate, pedalate” saliva un grido “Nimkin deyil”
È impossibile in una tale confusione, spiegavamo e la folla si apriva tre o quattro piedi davanti a noi “Bin bocale” Pedalate così che possiamo vedere gridavano di nuovo e alcuni di loro si precipitavano a tenere i nostri mezzi per farci salire. Spiegavamo loro che non dovevano aiutarci per salire in bici e nel frattempo la folla diventava sempre più oceanica. La calca spingeva e c’era chi si rotolava l'uno sull'altro e urlava a tutti quelli che vedeva che i carri del diavolo erano arrivati.”

La curiosità svaniva non appena i due si riparavano nella municipalità o nella locanda prescelta per la notte. Devo dire che, con le dovute proporzioni, queste scene sono ancora quelle che si presentano ai cicloviaggiatori che si avventurano in zone remote della terra, dove tutt’oggi turisti e viaggiatori non si vedono così di frequente.
Una delle tappe più straordinarie e pericolose dei due fu l'arrampicata sul Monte Ararat. Non contenti di aver attraversato l'altopiano, i due si unirono a una spedizione e scalarono la vetta del vulcano a 5.165 metri, diventando solo il settimo gruppo nella storia a raggiungere la cima. È la dimostrazione che questi ragazzi rappresentavano in pieno lo spirito che muove, o dovrebbe muovere, i cicloviaggiatori anche oggi. La bici resta un mezzo, non il fine, l’esplorazione e la conoscenza dei popoli e del territorio deve restare lo scopo di ogni viaggiatore che voglia definirsi tale.
L'arrivo in Persia segnò una nuova fase di difficoltà.
William e Thomas pedalavano attraverso paesaggi aridi in direzione di Teheran. I problemi logistici erano costanti. Il denaro non era accettato facilmente: le lettere di credito che funzionavano a Londra erano inutili oltre il Bosforo.
Dovettero affidarsi alla generosità e ai prestiti di missionari e telegrafisti lungo il percorso. Un'altra sfida costante era la sete. L'acqua salmastra, o semplicemente scarsa e non trattata, provocò ai ciclisti frequenti disturbi intestinali.

Una notte si persero nel deserto, diretti verso l’Azerbaijan. Dopo essere stati erroneamente spinti a proseguire la pedalata oltre il villaggio dove pensavano di fermarsi per la notte, vennero sorpresi dall’oscurità. Si accorsero dalle rocce presenti davanti a loro di essere fuori strada. Lasciando cadere le bici, brancolarono in giro a carponi per trovare, se possibile, qualche traccia d'acqua e infine si assopirono.
Con una sete ardente, un'atmosfera gelida e sciami di zanzare che li pungevano attraverso i vestiti, non riuscivano a dormire. Una leggera pioggerellina iniziò a scendere. Alla fine, durante la loro cupa veglia, sentirono in lontananaza i suoni di una carovana verso la quale si fecero strada a tentoni, avvistando infine una lunga fila di cammelli che marciavano al suono della lanterna che li guidava.
Quando le loro bici nichelate e i caschi bianchi lampeggiarono alla luce della lanterna, si sentì un urlo e la lanterna cadde a terra. La retroguardia si precipitò in prima linea con le armi sguainate, ma anche loro indietreggiarono al suono delle voci dei due americani che cercavano in un turco stentato di rassicurarli. Fortunatamente i due si spiegarono e riuscirono ad aggregarsi alla carovana, camminando fianco a fianco con il capo che correva avanti di tanto in tanto con la luce per assicurarsi di essere ancora in strada.

Nonostante le difficoltà, la Persia offrì anche incontri memorabili, come quello con l'ispettore del telegrafo persiano, Stagno Navarro, che li ospitò e permise loro di chiacchierare "via cavo" con amici a Kuchan, città devastata pochi anni dopo il loro passaggio da un potente terremoto, come ricordano gli stessi William e Thomas nel loro libro.
Attraverso la Turchia e la Persia, avevano percorso 2386,7 miglia (circa 3841 km) di viaggio in bicicletta. Ma l'ignoto più grande, l'Asia Centrale e l'Impero Cinese, si apriva davanti a loro.
L'Asia Centrale e il piano B
Entrando in Asia Centrale, che all'epoca era sotto il controllo russo, William e Thomas si scontrarono con l'ossessione burocratica dell'impero zarista.
A Samarcanda dovettero chiedere permessi e passaporti, ma gli ufficiali russi furono reticenti. Alla fine, grazie all'intercessione del Ministro degli Stati Uniti a San Pietroburgo, ottennero una sorta di carte-blanche per viaggiare attraverso il Turkestan e la Siberia fino a Vladivostok, un piano B nel caso in cui la traversata della Cina si fosse rivelata impossibile.
Dopo mesi di attesa a Tashkent, dovuta a strade impraticabili a causa dell’inverno rigido e nevoso, ripartirono il 7 maggio. Attraversarono il Turkestan, pedalando a fianco di corrieri cosacchi a cavallo che rimanevano affascinati dalle loro macchine diaboliche.
Poi, raggiunsero il confine.

I primi uomini ad attraversare la Cina continentale in bici
Nel 1892, il Trattato di San Pietroburgo aveva stabilito il fiume Khorgos come linea di demarcazione tra l'Impero Russo e l'Impero Celeste.
Su una sporgenza rocciosa, con la solitudine di un remoto avamposto, si trovava una sentinella russa. Oltrepassarono il forte di Khorgos, e così, dopo un viaggio di oltre due anni, i due studenti americani misero piede in Cina.
La Cina era la parte più temuta del viaggio. Nessun europeo aveva attraversato con successo in tempi recenti il paese da ovest a Pechino.
Il primo ostacolo fu ottenere il permesso ufficiale. A Kuldja, nell’attuale Xinjiang, un Tootai (un alto funzionario) mise in discussione il loro viaggio. I due non si aspettavano nulla di buono dato che già nei giorni precedenti degli afgani e un tedesco erano stati rispediti indietro. Tuttavia, con loro sorpresa, ottennero rapidamente i visti e una lettera aperta da leggere lungo il percorso, un successo che attribuirono alla crescente amicizia con il console russo, o forse semplicemente alla fortuna.
Dovettero comunque sostare per sei settimane in attesa che il materiale per riparare le bici e quello fotografico arrivassero. Un cerchio, a causa dell’assenza di numerosi raggi si era rotto in più punti, e i copertoni erano ormai completamente consumati.
Nell’attesa, poiché avrebbero viaggiato senza interpreti o guida, cercarono di studiare quante più parole cinesi potessero e impararono alcune usanze e costumi di quel popolo per poter essere il più preparati possibile ad affrontare il viaggio.
Alla loro partenza, senza guide, interpreti o servi, i due si trovarono totalmente dipendenti dalla gente del posto, affrontando al contempo l'ostacolo della lingua cinese, primitiva nella grammatica ma difficilissima per toni e inflessioni. Bastava una singola inflessione sbagliata per cambiare completamente il significato di una frase. Spostandosi verso oriente attraversarono una regione descritta come l'antica "via Pe-lu, o via del Tian Shan settentrionale", mantenendosi ai piedi delle alture del nord-ovest della Cina fino ad iniziare l’ultima grande avventura: la traversata del deserto dei Gobi.
Il Gobi era brutale.
La loro condizione fisica peggiorò: erano ridotti a un aspetto che li faceva sembrare "mendicanti itineranti" come si definiranno loro stessi. La loro dotazione era ridotta al minimo: si svegliavano la mattina con i polpacci nudi pizzicati dal gelo, il ghiaccio si formava all'interno degli alloggi e il loro abbigliamento era a brandelli.
Nonostante tutto, i due si mostrarono di uno spirito sorprendentemente aperto. A volte, su richiesta degli osti, si prestavano a pulire i cortili delle locande, accettando anche la superstizione locale sul "tocco dello straniero", che rendeva il lavoro incredibilmente facile.

La loro forza non era solo fisica, ma soprattutto mentale e sociale: si adattavano alle situazioni senza mostrare il minimo risentimento.
Le loro Singer erano già state portate al limite nella traversata anatolica e persiana ed erano così usurate che nonostante le riparazioni di Kludja, a causa di un urto con il pedale su una roccia, il telaio di una delle due si piegò, rischiando di disarcionare bruscamente il suo cavaliere. Per fortuna non ci furono conseguenze drammatiche. Il telaio però si era crepato e aveva piegato il manubrio quasi in due nella caduta.
In questa triste situazione fortuna volle che incontrassero un missionario scozzese, Mr Laughton, che aveva fondato qui la più remota delle Missioni terrestri in Cina. Ma anche con il suo aiuto e quello del miglior meccanico nativo le riparazioni furono inefficaci. Alla fine il telaio si spezzò. Non si trovava acciaio nel paese, né attrezzi adatti per lavorare e nessuno che conoscesse i primi principi della saldatura.
Dopo aver cercato di convincere i fabbri nativi che una bicicletta delicata non avrebbe retto ai colpi di martello come una ruota di carro cinese, William e Thomas decisero di far inserire una barra di ferro nel tubo cavo per mantenerlo in forma e avvolgerla con filo telegrafico in modo da unire le due parti il più strettamente possibile. Con un telaio ondeggiante e la ruota posteriore rattoppata che descriveva rivoluzioni eccentriche, riuscirono a proseguire per le restanti mille miglia fino alla costa.
Attraversarono il fiume Giallo su un ponte di barche per entrare nella città di Lan Chou Foo, conosciuta oggi come Lanzhou. La sua posizione strategica nel punto in cui il fiume giallo (Hwang Ho) fa la sua grande curva verso nord, la rendono una delle città più importanti dell'impero.
Ripreso il viaggio verso oriente, i due dovettero affrontare ancora numerose peripezie, come l’attacco di una folla riottosa, sgominato solo sfoderando le loro pistole.
Dopo 3116 miglia (circa 5015 km) attraverso l'Impero Cinese, l'ultimo tratto di viaggio verso la capitale era compiuto. L'arrivo a Pechino fu un trionfo silenzioso, celebrato da un incontro che racchiude in sé il significato di tutto il loro viaggio. Furono ricevuti da Li Hung-Chang, il potente Primo Ministro della Cina, un uomo noto per essere la stella più luminosa nel cielo orientale e la mente dietro le riforme del Celeste Impero.
L'ufficio del Viceré era stranamente moderno, con sedie, divani e set di poltrone occidentali. L'intervista, lunga e vivace, toccò temi di geopolitica, con il Viceré che chiedeva delle intenzioni della Russia e del futuro dello Shah di Persia.
Ma la parte più umana e divertente dell'incontro si ebbe quando il Viceré chiese: "Il popolo non ha provato a rubarvi i soldi?" Sachtleben e Allen risposero con schietta ironia: "No. Dal nostro aspetto miserabile, evidentemente pensavano che non avessimo nulla".
La loro condizione, risultato di un guardaroba limitato e di un viaggio estenuante, li aveva protetti più di qualsiasi scorta. Li Hung-Chang pose un'altra domanda rivelatrice: "Se pensavate che l'America fosse la migliore, perché siete venuti a vedere altri paesi?". La loro risposta fu la sintesi perfetta del loro spirito di avventura: "Perché finché non avessimo visto altri paesi, non avremmo saputo che l'America fosse la migliore".

Il giro del mondo si conclude
Il viaggio dei due cicloviaggiatori non finì a Pechino, ma le informazioni disponibili sul resto del loro tragitto sono più frazionate e selettive. Il loro libro infatti si conclude con il colloquio dal viceré di Cina.
Sachtleben e Allen in ogni caso proseguirono in sella ai loro destrieri d’acciaio nel viaggio verso oriente, raggiungendo presto Shanghai.
Da lì la coppia si imbarcò per il Giappone e proseguì il viaggio attraverso il Pacifico e gli Stati Uniti. L'impresa si concluse a New York, il 13 giugno 1893, un giorno storico. William Sachtleben e Thomas Allen avevano "messo una cintura attorno alla terra" come scrissero.
Il loro giro del mondo era durato meno di tre anni – mancavano venti giorni al terzo anniversario. Avevano percorso oltre 15.000 miglia (circa 24.140 km) in bicicletta, segnando il più lungo viaggio terrestre continuo mai registrato su due ruote all'epoca.
Come ho già anticipato, la loro eredità non fu solo il libro, pubblicato nel 1897. Allen e Sachtleben scrissero:
”Durante tutto questo viaggio non impiegammo mai i servizi di guide o interpreti. Fummo quindi costretti a imparare un po' della lingua di ogni paese che attraversavamo. La nostra indipendenza in questo senso aumentò forse le difficoltà del viaggio, ma certamente contribuì molto al raggiungimento dell'obiettivo che cercavamo: una conoscenza approfondita di popoli stranieri.“
Beh, a distanza di più di 130 anni da quel loro viaggio, nonostante il mondo sia molto più globalizzato e gli spostamenti siano infinitamente più facili, le motivazioni e gli obiettivi di chi si mette in moto e parte in sella a una bicicletta non sono cambiati, o perlomeno non lo sono per me.
Viaggiare, muoversi, conoscere altre culture e visioni è e resterà sempre un arricchimento culturale e personale che ogni singolo individuo dovrebbe avere il diritto e il dovere di intraprendere.

Oltre il viaggio
William Sachtleben tornò in Turchia nel 1895, non più come avventuriero, ma come investigatore, per cercare di scoprire che fine avesse fatto Lenz. Sachtleben, come sappiamo, scoprì la verità sulla tragica fine di Lenz per mano di un capo curdo, anche se non riuscì a riportare a casa le spoglie dello sfortunato ciclista perduto.
William Sachtleben (morto nel 1953) e Thomas Allen (morto nel 1955) vissero entrambi a lungo, in una vita che da quel momento in poi si svolse su binari più tracciati, ma è per quel viaggio pionieristico che rimarranno per sempre nella storia.
Armati solo della loro determinazione e di due umili biciclette di sicurezza, avevano dimostrato che l'uomo, unito a quel meraviglioso e perfetto mezzo con due ruote, poteva pedalare lontano fino a circumnavigare il globo, aprendo la strada a tutti i cicloturisti che sarebbero venuti.























Ultimi commenti