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Vi siete mai chiesti come sarebbe stato viaggiare in bicicletta nel 1800? E se il viaggiatore in questione fosse stato una donna? Immaginate quanti problemi, quante difficoltà, quanta diffidenza incontrata sulla strada... questo è impossibile, non trovate?!!

Ed invece no... la prima grande viaggiatrice sulle due ruote partì proprio alla fine del 1800 e non per fare un viaggio qualunque, ma per esplorare il mondo intero, il suo nome era Annie Londonderry Cohen Kopchovsky meglio conosciuta come Annie Londonderry!

Annie Londonderry: la prima cicloviaggiatrice della storia

È il 24 settembre del 1895.

Siamo a Boston.

Una folla si è radunata per strada. La gente guarda, commenta, aspetta. Non sta arrivando un politico o un nobile influente.

Beacon street è stipata di curiosi. Sul viale si avvicina una persona. Arriva in bicicletta. È stanca. È impolverata. Indossa pantaloni, non una gonna. E questo, da solo, nel 1895, è già uno scandalo, perché la persona che pedala sorridente e fiera è una donna.

Il suo nome è Annie Londonderry. E quello che ha appena fatto è qualcosa che, fino a quindici mesi prima, nessuno credeva possibile: ha fatto il giro del mondo — o qualcosa che ci va molto vicino — in bicicletta.

Quando scende dalla sella, davanti ai giornalisti, dice una frase che farà storia: “Sono una donna nuova. E credo di poter fare qualsiasi cosa che un uomo può fare.”

Ma per capire davvero quanto fosse rivoluzionaria questa frase… dobbiamo tornare indietro.

L'infanzia e le tragedie familiari

Annie Londonderry non nasce con questo nome. Si chiama Annie Cohen. Nasce a Riga, nell’Impero Russo, e arriva negli Stati Uniti ancora bambina, all’età di 5 anni, con una famiglia ebrea povera che cerca una vita migliore. Cresce a Boston. Una città dura, affollata, piena di lavoro e di limiti.

Rimane orfana molto giovane perché nel 1887 muore il padre seguito, dopo due mesi, dalla madre. Annie e il fratello Bennett, più grande di un paio di anni, devono prendersi cura dei fratelli più piccoli. Nel 1888, giovanissima, Annie si sposa con Simon Kapchowski, un venditore ambulante che si trasferisce a vivere nella casa di lei.

Ha tre figli in quattro anni.

È, a tutti gli effetti, una donna intrappolata nel ruolo che la società le ha assegnato. Eppure Annie è diversa. Lavora. Vende pubblicità per i giornali locali. Scrive. Parla bene. Sa stare in mezzo alla gente.

E soprattutto… vive in un’epoca in cui sta succedendo qualcosa di enorme. Sta arrivando la bicicletta. 

La bicicletta e la scommessa

Negli anni Novanta dell’Ottocento, la bicicletta esplode. Un mezzo che fino ad allora era poco utilizzato perché pericoloso, in quel decennio entra nel cuore e nelle case di migliaia di persone nel mondo grazie all’invenzione della safety bike, che sostituisce il biciclo.

La bici di sicurezza è ovunque. È moderna. È veloce. Ma per le donne… è un problema.

Si dice che faccia male alla salute. Che rovini il corpo, faccia rimanere sterili. Che sia moralmente pericolosa. C’è perfino chi sostiene che la posizione sulla sella possa provocare… eccitazione sessuale. Sì, davvero. Per “risolvere il problema” vengono progettate selle speciali, meno… stimolanti.

Il periodo è particolare: nella società americana si discute di diritti, di ruolo della donna. Da un lato i tradizionalisti che le vogliono tenere relegate a governanti di casa e oggetti sforna-figli, dall’altro loro, le donne, supportate da pochi progressisti, che chiedono più diritti.

La parità di genere è ancora un’utopia, ma almeno non essere trattate come animali.

Siamo nel 1894 e sono trascorsi pochi anni, era il 1887, da quando Thomas Stevens ha completato per primo il giro del mondo in biciclo.

Le gesta di Lenz, Sachtleben, Allen e altri cicloviaggiatori riecheggiano e vengono diffuse sui giornali e sulle riviste di settore proprio in quegli anni. In questo clima nasce la leggenda di una scommessa: “Una donna non potrà mai fare il giro del mondo in bicicletta.”

Inizia a circolare la voce che due benestanti imprenditori di Boston offrano 20000 dollari in cambio di 10000 alla prima donna che riesca a compiere quest’impresa e, nel mentre, guadagnare anche 5000 dollari.

Peter Zheutlin, pro-pronipote di Annie Londonderry e redattore di una documentata storia del suo viaggio, ha dichiarato: "È praticamente certo che abbia escogitato la storia della scommessa per pubblicizzare il suo viaggio" Questo escamotage funziona perché il progetto di Annie giunge alle orecchie di Albert Pope, colonnello e imprenditore che produce le bici Columbia.

Un fiammante velocipede da 19kg è a disposizione di Annie che lascia la gonna a casa e mette in valigia i più pratici ma scandalosi calzoncini a sbuffo. Prima di partire anche l’azienda Londonderry Lithia del New Hampshire, che produce acqua minerale, propone ad Annie di sponsorizzarla e, oltre a mettere un’insegna sulla ruota posteriore, la giovane esploratrice accetta di viaggiare col nome di Annie Londonderry.

Il viaggio attorno al mondo

Il 25 giugno 1894, davanti a centinaia di persone, Annie parte dalla Massachusetts State House di Boston.

Annie sale su una bicicletta pesantissima. Quasi venti chili. Porta con sé pochissimo: qualche vestito, una pistola — più scenografica che utile — e una determinazione feroce. La gente la guarda come si guarda un fenomeno da baraccone.

Ma lei pedala.

Pedala verso Chicago. Pedala attraverso strade difficili e percorre tra le 8 e le 10 miglia al giorno. Arrivata sulle sponde del lago Michigan, nella città dove l’anno precedente era giunto all’esposizione universale il nostro Luigi Masetti, di cui ti ho parlato in un altro episodio di questo podcast, Annie ha perso 9 chili e è uno scheletro che cammina.

Sta già pensando di rinunciare ma la sostituzione del suo mezzo con una Sterling Cycle Works molto più leggera le fa ritrovare la voglia di pedalare.

Annie non è solo una ciclista. È una narratrice. Racconta le sue avventure alle persone che incontra. Ai giornalisti. Nei negozi. Nei teatri. A volte esagera. A volte inventa. A volte confonde volutamente chi la ascolta.

Ma funziona. Vende spazi pubblicitari sulla bici. Vende la propria immagine. Si fa sponsorizzare. È una delle prime persone a finanziare un viaggio con il personal branding, anche se allora nessuno lo chiamava così. E mentre lo fa, scardina uno stereotipo dopo l’altro. 

Annie si dirige verso New York e da lì si imbarca per l’Europa. Le restano meno di 10 mesi per completare un’impresa che, lo si è già capito, è al limite dell’impossibile. Arriva in Europa e iniziano altri problemi: le confiscano la bici e la deridono sui giornali per il suo abbigliamento. Pedala in Francia, da Parigi a Marsiglia. Incontra culture diverse. Si muove tra continenti con una naturalezza che, per una donna dell’epoca, è impensabile.

La scommessa, così come era stata diffusa dalla stessa Londonderry, non prevedeva un minimo di chilometri pedalati o il divieto di utilizzare altri mezzi e così Annie si imbarca sul traghetto Sydney fermandosi a pedalare in svariate città portuali ma senza coprire le distanze intermedie.

Passa per il Medio Oriente. Per l’Asia. Per porti, città, territori che la maggior parte delle persone conosce solo per sentito dire.

Non è importante stabilire quanti chilometri abbia pedalato davvero. Il punto non è il record. Il punto è che una donna sta occupando uno spazio che non le era concesso. Visita Alessandria d’Egitto, Singapore, Saigon, Shanghai, Nagasaki. Il 9 marzo 1895 salpa da Yokohama per raggiungere, dopo 15 giorni, San Francisco e fare ritorno negli Stati Uniti.

Sul suolo di casa si sente più sicura e riprende a pedalare. Passa da Los Angeles prima di attraversare l’Arizona e il New Messico. Le linee ferroviarie, come lo erano state per Stevens prima e Lenz poi, sono anche per Annie un riferimento fondamentalmente per attraversare le pianure. Un incidente con un cavallo la costringe a farsi curare in ospedale a Stockton prima di riprendere il viaggio e raggiungere Denver.

Nell’Iowa si rompe un polso in uno scontro con un gruppo di maiali ma continua il viaggio, in parte in bici e in parte in treno Il 12 settembre 1895, quattordici giorni prima della scadenza dei 15 mesi, Londonderry entra a Chicago e vince la sua personale scommessa. Il 24 settembre, esattamente 15 mesi dopo averla lasciata, ritorna a casa a Boston, concludendo quello che il giornale New York World definirà “il viaggio più straordinario che una donna abbia mai compiuto”

La bici cambia tutto

La bicicletta cambia tutto, soprattutto la vita di Annie e la concezione della donna in quegli anni. Permette alle donne di muoversi. Di uscire. Di scegliere cosa indossare. Con la bici arrivano i pantaloni. Arriva un corpo femminile attivo. Presente. Visibile.

Annie Londonderry diventa il simbolo di questo cambiamento. Non perché lo teorizzi, non era una femminista in senso stretto. Ma perché lo vive. Come abbiamo già detto, scrisse le sue avventure come “donna nuova”, iniziando il testo così: “Sono una giornalista e una 'nuova donna' – se con questo termine s'intende la mia convinzione di poter fare tutto ciò che può fare un uomo” 

Dopo aver portato a termine l’epico viaggio Annie si trasferisce a New York. Scrive per i giornali. Firma articoli con orgoglio. Poi, lentamente, sparisce dalla cronaca. Come spesso succede alle figure scomode. La sua storia verrà riscoperta solo molti anni dopo, grazie al lavoro del suo pronipote.

La storia di Annie Londonderry non è perfetta. Non è lineare. Non è sempre verificabile al centimetro. Ma non ha importanza se lei abbia completato il giro del mondo in sella alla sua bici o se lo abbia portato a termine pedalando solo poche migliaia di chilometri. Non importa se Annie abbia davvero cavalcato quel mezzo rivoluzionario o se lo abbia soltanto usato come strumento di comunicazione ed emancipazione. La storia di Annie è vera nel modo più importante: è vera perché ha cambiato l’immaginario. Ha dato alle donne, tutte, la consapevolezza di poter essere molto più di semplici comprimarie della storia.

Ogni volta che una donna sale in bici e parte. Ogni volta che qualcuno usa la bicicletta per prendersi spazio nel mondo. Ogni volta che il viaggio diventa racconto. Ogni volta che una figura femminile si prende lo spazio che merita sgomitando e facendosi strada nella mediocrità maschile. Lì, da qualche parte, c’è ancora Annie che pedala.

E questa… è una storia che vale la pena continuare a raccontare.

Ultima modifica: 24 Febbraio 2026
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Vero

Correva l'anno 1983: anch'io vidi per la prima volta la luce del sole estivo e sorrisi.  Nel 2007 ho provato per la prima volta l'esperienza di un'avventura a due ruote e, da quel momento, non ne ho potuto più fare a meno... nel 2010 sono partita con Leo per un lungo viaggio in bicicletta nel Sud Est asiatico, la nostra prima vera grande avventura insieme! All'Asia sono seguite le Ande, il Marocco, Il Sudafrica e Lesotho... e il #noplansjourney...

Se non siamo in viaggio, viviamo sul lago d'Iseo!

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