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Cina, l'invasione degli ultracorpi - terza parte (il Millino)

Lunedì 8 marzo 2010 – gg 146

L'idea di pagare 120Y per mescolarmi con le migliaia di persone che ogni mattina si accalca davanti agli ingressi del favoloso tempio delle tre pagode mi fa rabbrividire, quindi proveremo a visitare i dintorni del lago. Veniamo subito a sapere che la navigazione civile sul lago Erhai è stata sospesa già da qualche anno, ora le uniche barche che possono attraversarlo sono quelle di proprietà dei grandi tour operator. Questi ultimi chiedono una cifra imbarazzante (150Y) per vedere quattro siti turistici d’interesse appositamente realizzati sulle rive. L’opzione “b” è viaggiare via terra: la strada tra il villaggio di Wasè e Jiangwei è in costruzione ad al momento non è transitabile.
E allora come fanno gli abitanti della costa est ad arrivare alla costa ovest e viceversa? Fanno semplicemente il giro. Numerosi minibus collegano più volte al giorno Wasè con New Dali e New Dali con Jiangwei, e così faremo anche noi, ci si impiega qualche ora ma pazienza, il governo ha altre esigenze. Dalla fermata posta vicino all"antica" porta ovest prendiamo un bus e si và. Muovendosi di giorno tra campagne e città, attraversando valli e pianure, si ha l’impressione di essere perennemente nel mezzo di un cantiere. Dalle grandi opere, con scavi, rinterri, gru, ruspe ed escavatori che non si fermano neanche di notte, fino alle piccole costruzioni di privati che demoliscono, ampliano, riadattano o per lo meno ritinteggiano case e porticati. Ogni cosa sta mutando velocissimamente e forse già domani potrebbe essere diversa. La mia L.P., pubblicata solo qualche mese fa, in alcuni casi sembra descrivere una nazione diversa da quella che ho davanti agli occhi. L’antico in abbandono, lo storico ricostruito, il vecchio ammodernato, ed il nuovo antichizzato in stile “cina-imperiale” si mescolano in una insalata monocromaticamente piatta da cui non risalta il sapore di niente in particolare.
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La conclusione è uno stato d’animo altalenante, che passa dalla meraviglia all’orrore, dalla gioia alla rabbia, sfociando poi in un senso di impotenza e rassegnazione. La colpa un po' è nostra che ci eravamo illusi di poter visitare la Cina di Marco Polo ma molta è anche di queste piccole formichine che sono arrivate ad imitare loro stessi. Fortunatamente però, non tutto ciò che è marrone poi risulta essere merda e con un pochino di fortuna si riesce a vedere qualcosa che difficilmente si può trovare altrove. Visitando villaggi come Càicun, Shaping ed altri che non sono neppure segnati in mappa, tra i viottoli che si inerpicano verso le colline e le viuzze che costeggiano il lago, non è difficile imbattersi in un umanità rurale e tranquilla, fatta di signore con abiti strani e copricapi colorati, tipici di chissà quale minoranza, che camminano, lavorano, e cucinano ed uomini, che fumando giocano a domino sotto i portici. Si possono trovare, anche se raramente sono visitabili, numerose abitazioni storiche, antecedenti alla rivoluzione culturale di Mao*, complete di portali monumentali e patii interni con dipinti benauguranti. (poiché ci sarebbe materiale per un libro, non mi dilungherò nella descrizione degli elementi architettonici e di decoro). Nel villaggio di Zhouchèng, la cui piazza ospita anche un bel mercato giornaliero, abbiamo l’occasione di assistere ad un funerale in pompa magna, con tanto di musicisti, corteo funebre, offerte di torte e dolciumi e tumulazione della bara in un cimitero di collina (mai visto il funerale di un cinese in Italia). Il villaggio di Wasè, con il suo mercato del mercoledì ci appare devastato dai bulldozer, le case sul lungolago devono fare posto alla nuova strada, ma proprio qui in un piccolo tempio molto ben conservato, assistiamo alla nostra prima cerimonia religiosa taoista. Ci sono solo cinque persone: un uomo che ufficia la cerimonia e quattro signore anziane, ma sono fedeli veri, non figuranti. È fantastico!
 
* a parer mio, uno dei più grandi cretini che la storia ricordi
 
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Giovedì 11 marzo 2010 – gg 149

Stamattina ci siamo alzati presto per arrivare a New Dali e prendere l’autobus che ci lascerà al bivio per Shaxi; il tutto per poi accorgerci che il suddetto autobus si sarebbe comunque fermato a Dali. Tutta fatica inutile, ma va beh, poteva essere pieno!!! Dal bivio prendiamo un taxi che ci porta in centro (30 Y nonostante trattativa, ma del resto io e Sabri eravamo gli unici ad aspettare un mezzo e nei precedenti 40 min. non era passato nessuno). Percorrendo i 27 km che ci dividono da Shaxi pare subito ovvio che la grande mano uniformatrice del governo qui non è ancora arrivata. Infatti l’indice di cantierizzazione è decisamente calato e la strada, a malapena larga due corsie, è per lo più trafficata da carretti e motorette. I villaggi sono composti da piccole case in fango e legno con il tetti di tegole grigie incastonati tra i campi e ornati da ciliegi in fiore. Nessuna cava di sabbia o collina sventrata fa da sfondo. Da Shaxi una passeggiata di due ore su di un sentiero ben segnalato porta alle grotte di Shibao, contenenti templi di oltre 1300 anni ed incisioni buddiste rupestri e, tra le altre, le famose immagini del Bodhisattva Guanyin. Shaxi è un incantevole cittadina storica sulla via del tè, il centro è molto piccolo, ci sono sole tre vie ed una incantevole piazzetta. Tutti gli edifici sono stati ristrutturati con grande maestria in modo da esaltare il loro valore storico (per forza, a fare i lavori è stato l’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo mica il governo di Pechino). Seduti ad un tavolo di legno di un localino che si affaccia sulla piazza cerchiamo di goderci al massimo l’atmosfera idilliaca ed incantata che ci circonda. Tutto è perfetto, nella sua bottega il barbiere taglia i capelli ad un uomo che indossa la divisa blu di Mao, nel locale accanto il calzolaio aggiusta un paio di scarpe, due bambini che giocano a biglie, il silenzio è rotto solamente dal cigolio della bicicletta di un contadino che con una zappa in spalla rientra dai campi. Ah no! Dimenticavo: ad un capo della via principale hanno portato due enormi massi, servono a costruire un'altra terribile anacronistica fontana, sintomo di un inevitabile quanto imminente tracollo del buon gusto. Per questa volta però facciamo finta di niente, ci godiamo per un paio di giorni il sole e la tranquillità di questa valle.
 
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Sabato 13 marzo 2010 – gg 151

Taxi collettivo a ritroso per 27 km fino al bivio, autobus dal bivio al terminal di Lijiang e bus cittadino fino in centro. Se si dovesse giudicare tutta una città dal suo ingresso ce ne saremmo dovuti andare subito. L’enorme piazzale, anticamera della gloriosa ‘capitale dei Naxi’, è addobbato come un presepe; centinaia di lanterne rosso fuoco sono appese ad ogni angolo; un grazioso ruscelletto scorrendo, tra cascatelle e ponticelli, fa girare le ruote di un posticcio mulino ad acqua; su di un muraglione in cemento che fa da sfondo sono disegnati alcuni simboli della cultura Naxi; non mancano neppure i pastori erranti dell’Asia che con i loro pony si fanno scattare foto ricordo con i turisti in comitiva. In mezzo a tutte queste boiate, come un Gesù bambino nella mangiatoia, campeggia una scritta: UNESCO World Heritage Centre. In realtà questo è un biglietto da visita che Lijiang non merita, un po’ come Piazzale Roma a Venezia: sembra essere solamente un parcheggio, ma è l’ingresso della città più bella del mondo.
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Dopo essere entrati in una ventina di guest house con insegne e cartelli in inglese, e dopo aver constatato per altrettante volte che nessuno parla inglese, affittiamo una stanzetta da una signora, senza dare garanzie inerenti alla durata del nostro soggiorno*, e ci apprestiamo a fare un giro. La cittadina è indubbiamente bella, con le sue casette basse, le strade acciottolate, i ponti e i canali. La mattina presto quando le attività commerciali sono tutte chiuse e le orde di turisti devono ancora arrivare si possono vedere le donnine Naxi, indossanti il vero costume Naxi, andare al mercato o al lavatoio. Verso le dieci la macchina turistica comincia a lavorare a pieno regime per cui, tra guide in costume, venditori ambulanti, e greggi di impiegati armati di Nikon, non c’è più pace. La tranquillità tornerà verso le 22:30 quando le discoteche della catena Sakura, ubicate in pieno centro chiuderanno. Gli Han hanno fatto proprio un bel lavoro, sono proprietari de tutte le attività commerciali presenti nel centro storico, i Naxi sono quasi scomparsi, nonostante il ‘corridoio culturale’ ad essi dedicato. In realtà, qui come altrove, la cultura etnica è sfruttata (quasi ridicolizzandola) a scopo turistico, solamente per fare cassa. Non serve molto per capire che il problema di Lijiang è lo stesso problema che ha tutta la Cina: troppi cinesi !!! Il posto comunque ci piace non poco, complice anche il clima decisamente caldo e soleggiato, e decidiamo di fermarci per qualche giorno.
 
*Sia gli alberghi che le guest house chiedono, oltre al costo della camera, una caparra che verrà restituita alla fine del soggiorno se non saranno stati causati danni e se tutti i patti saranno stati rispettati (tra cui anche il giorno di partenza)
** A Lijiang, alberghi e guest house dovrebbero far pagare ad ogni ospite un biglietto di 80Y che da il diritto di visitare la città; fortunatamente solo i grandi hotel rispettano questa regola.

 
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Volete continuare a seguire le avventure di Mag e Sabri in Oriente? Allora potete iniziare a leggere la quarta ed ultima parte del loro viaggio in Cina. Se volete cambiare nazione, vi consiglio di dare un'occhiata al vagabondaggio in Israele Mag e Sabri in Israele... buon divertimento!!!

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