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Anche stavolta, prima di partire, faccio la solita manutenzione totale della Goat. Il giretto precedente è stato di soli quattro giorni, preferirei evitare di smontare ruote, pedali e cannotti. Forse è tutto in ordine, se si è rotto qualcosa la Goat resisterà comunque per i 400 chilometri di viaggio che ci attendono.
Però sto per affrontare una zona di montagna, sarò al freddo e rischio di arrivare a fine tappa facilmente al buio, conviene dunque che il mezzo sia in buono stato.
Lo abbiamo seguito per mesi, dalle facili pianure (poche) alle giornate nelle quali all'imbrunire si è riutrovato a spingere la graziella carrellata su salite impossibili. Abbiamo riso, pianto e ci siamo stupiti leggendo i suoi articoli, abbiamo sognato di viaggiare in bicicletta con lui o sperato di non incontrarlo mai.
Girumin è già, da tempo ormai, una leggenda nel mondo del cicloturismo alternativo e, dopo i racconti delle sue ultime peripezie in Goat (la sua super graziella) abbiamo deciso di permetterti di scaricare il pdf completo con tutte le avventurose tappe sulla Via Francigena e oltre...
Qualcuno mi ha detto: “Perché non vai con un’altra bici?”. Perché si può fare anche con la Graziella, si può fare con un carrettino. Perché molte nuove frontiere sono ancora quelle vecchie, perché l’avventura si può trovare anche dentro una pozzanghera, perché spesso basta poco per avere tanto, perché non tutto deve essere ultra-moderno, ultra-tecnologico, ultra-sofisticato.
Qualche volta bisogna provare a giocare con una sfida “non convenzionale”, anche con cose semplici, senza bisogno di cercare grandi prestazioni. Si può provare a scoprire l’avventura “Low cost”, anche a chilometri zero. Basta domandarsi: Cosa costa meno? Cosa inquina meno? Generalmente quando si parte si viaggia nel “dove”, alla ricerca di luoghi esotici, alternativi, belli, affascinati, con il principale obiettivo di andare da qualche parte, spesso è secondario il “come” andarci.
Si parte lunedì!
Io, Pietro (FreeWheels Onlus), Bartolomeo, Roberto e Pino. Pietro ha già percorso il Cammino di Santiago, esperienza incredibile che l'ha portato a redarre il libro Santiago per tutti.
Da un paio di anni Pietro mi diceva: "Mi costruisci il portapacchi per la bici? Vorrei provare la Francigena...".
"Pietro... non puoi viaggiare da solo...".
A un certo punto ha cambiato domanda: "Vieni con me a fare la Francigena?".
"Va bene, vengo a fare la Francigena".
"E quindi mi costruisci il portapacchi?!?".
"Eggià... mi tocca anche costruirti il portapacchi"... Comincia un po' così questo cammino.
Al risveglio me la prendo comoda, mi concedo anche la colazione, ho il salame e i formaggini comprati ieri. Non ho strade sterrate o percorsi complicati da seguire. Ci sono già passato a piedi, anche se non ho una carta dettagliata della zona me la posso cavare lo stesso, basta puntare diritto verso nord. In Umbria è relativamente facile orientarsi se ci si muove in direzione nord-sud, la regione ha la forma di un uovo tagliato in due dalla valle del Tevere, lungo la stessa linea principale c’è il fiume, c’è l’autostrada, c’è l’autostrada, c’è la strada principale e c’è la ferrovia. Meglio di così! Una volta, durante un cammino, un umbro mi ha offerto la cena, mi ha detto: “Tu vivi in mezzo alle grandi vie di comunicazione, sei vicino a ferrovie e autostrade, qui siamo tagliati fuori dal mondo. Pensa che al paese di mio suocero si fa ancora la fiera della mannaia”...
In un luogo come la Romita ogni pietra è diversa dalle altre, ogni pietra ha una sua forma, una sua identità e un suo motivo di essere.
Ogni pietra manifesta le cure che le sono state riservate e che lei restituisce. Ogni pietra è stata cercata, raccolta, lavorata, confrontata con altre e poi messa in posizione, messa nel punto in cui poteva dare il meglio di sé. Qui i ritmi di vita sono naturali e seguono i tempi del sole e della notte. La Romita è un luogo nato per la meditazione, un posto in cui ogni gesto si fa al ritmo del respiro, con cura e dedizione. Non c’è tempo per la fretta...
Ho dormito molto bene, nonostante tutti i miei timori di incubi da triller, solo e abbandonato nel campeggio deserto, con la paura di passare la notte sveglio con gli occhi sbarrati in stile “Arancia meccanica”, ho dormito bene. Nessuno mi ha aggredito con coltelli, asce o stiletti, non sono usciti mostri dal lago, non sono stato assalito da Tarantasio. Smonto la tenda e preparo le mie cose, chiedo consigli per andare ad Acquasparta. Mi vengono indicati due o tre paesi per seguire la strada più breve ed evitare di passare da Todi. Sarebbe ovvio prendere appunti, direi quasi elementare, ma io non lo faccio, così mi dimentico subito i nomi dei paesi da attraversare...
Il sole alto nel cielo fa brillare le spighe di grano maturo, le farfalle volano di ramo in ramo, le api si posano sui petali dei fiori alla ricerca del nettare. Il vento accarezza i girasoli facendoli danzare, l’acqua del ruscello si insinua fra le rocce. “No, lascia perdere... Come poeta non vali un tubo”. Stanotte c’è stato il temporale, ma adesso il tempo è buono e invoglia a partire. Mi è andata bene, se fossi stato in tenda sarebbe stato un disastro. Mi alzo con grande pigrizia, ho dormito troppo bene.
Vado verso Siena, potrei puntare verso San Quirico d’Orcia oppure Radicofani, però so che sarebbe ambizioso. Arrivo a Siena e mi dirigo in Piazza del Campo. Passo tra la folla, non è facile farlo senza devastare le caviglie di qualche turista. A Siena ci si deve andare, passare sulla Via Francigena  in bici vuol dire anche passare di là. Entro in piazza, piazzo il cavalletto, mi metto in posa e faccio partire l’autoscatto, mentre la macchina scatta tutti si mettono in mezzo e così devo autoscattarmi decine di volte nella speranza di trovarmi anch’io nelle foto, magari senza davanti nessuno. Se avessi portato il telecomando della fotocamera adesso tutto sarebbe più facile, invece l’ho lasciato a casa risparmiando una decina di grammi nel bagaglio.
Ho fatto il mio dovere, un’altra foto nei posti in cui ci si “deve” fotografare.
L'Eurovelo 8 è uno dei quattordici tracciati della rete ciclabile europea che attraversa il nostro continente e collega Cadice all'isola di Cipro.
Percorrere l'Eurovelo 8 in tutta la sua lunghezza è un vero e proprio sogno che richiede diversi mesi di tempo perchè la distanza da superare, i confini geografici da valicare e le nazioni da attraversare sono molte.
Un tratto di questo itinerario di lunga percorrenza taglia il nord Italia da ovest ad est seguendo principalmente il fiume Po e raggiungendo il Mar Adriatico.
Iniziando il nostro viaggio in bici dal Lago di Garda, si segue l'Eurovelo 7 giungendo finalmente in vista del Po, a Governolo. Basta attraversare il grande fiume per arrivare a San Benedetto Po e ritrovarsi in pochi minuti a pedalare sull'Eurovelo 8 continuando l'avventura a due ruote verso Oriente e il mare...
Decido di andare verso Siena senza passare da Gambassi Terme, scendo a San Miniato Basso e vado verso la Via Cassia. La discesa di ieri sera nel cortile del convento oggi è una ripida salita, ma stavolta non mi faccio fregare, porto prima la bici e poi il carrello. Pedalo e pedalo, forse potrei andare a San Gimignano, vedo i cartelli e ci penso. La mia mente associa immediatamente San Gimignano alla salita. So che per andarci dovrei spingere a volontà bici e carrello, dovrei sudare e faticare, ma i cartelli diventano sempre di più e mi rendo conto che ci sto andando. Ancora una volta il mio irrefrenabile impulso a farmi del male ha preso il sopravvento. No, ci vado cosciente di quel che faccio, percorrere la Via Francigena in bici senza passare da San Gimignano sarebbe veramente un peccato. Non s’ha da fare!
Lungo il cammino di Santiago puoi permetterti di arrivare negli ostelli senza prenotare, ma lungo le vie dei pellegrinaggi italiani l’affluenza è minore ed è buona norma telefonare per chiedere la disponibilità di posti e avvisare del proprio arrivo.
Imbocco la stradina che sale al convento, è molto ripida, salto giù a spingere. Il carrello s’impenna perché il peso dei bagagli non è controbilanciato dal mio peso sulla bici: è troppo leggera se non c’è nessuno seduto sopra. Prendo la Goat per le corna, spingo quindi con le mani sul manubrio e incastro la sella fra l’anca sinistra e le costole per spingere verso l’alto e, allo stesso tempo, tenere la bici schiacciata verso il basso per evitare che il carrello si ribalti. Sono poche decine di metri, ma non vuol dire molto, anche una parete rocciosa di sesto grado può essere di poche decine di metri...
Mi dirigo verso sud, arrivo all’incrocio e vado dritto, ma dopo un po’ mi accorgo che forse sono stato troppo verso destra, verso il mare. Poco male. Do un’occhiata alla carta e vedo che posso stare tranquillamente su sta strada, forse sale di quota in maniera più decisa dell’altra, ma la cosa non mi preoccupa. Supero Monterosi e poco dopo affronto una salita che mi porta verso un passo. Pedalo per un po’, ma poi scendo a spingere, pian piano arriverò. Se ho superato la Cisa questo passo non sarà certo un dramma. Mi fermo davanti a un monumento sulla curva, ci sono molti fiocchi rosa e azzurri appesi attorno all’edicola votiva. Scatto qualche foto, riparto e subito trovo sull’asfalto una catena di bici. La raccolgo, così evito di lasciare in giro un rifiuto e credo che potrebbe tornare utile.
Ma eravamo sulla riva del fiume... più precisamente sul fiume Magra. Riparto, passo su un ponte pedonale in pietra, è un ponte ad archi di quelli gobbi, alti al centro. È un bel ponte su cui passare; ci vado, ma quando sono in cima mi rendo conto che gli ultimi dieci metri in discesa sono ripidi, molto ripidi. Rischio di schiantarmi contro una casa. Devo sganciare il carrello e portare bici e traino uno alla volta, sarebbero pochi metri, facilissimi per chiunque, ma non per un carrellato con la Goat. Punto ad arrivare a Pietrasanta per sera. Potrei stare sulla Via Francigena, che passa nell’entroterra, oppure stare verso il mare, però di questa seconda ipotesi non ho una carta dettagliata, mi posso affidare solo alla carta in scala 1:800.000 posta all’inizio della guida sulla Via Francigena.
Appena mi muovo vedo che la gomma destra del carrello è sgonfia. Ieri si sgonfiava lentamente, l’ho gonfiata tre volte, forse non c’è un vero e proprio foro, forse è solo la valvola che perde leggermente. Siccome si tratta di una ruota del carrello non mi sono molto preoccupato perché porta poco peso, decisamente meno di quello che grava sulle ruote della bici. Se la valvola perde leggermente la camera d’aria si sgonfia lentamente e una bella rigonfiata può bastare. Diciamo che io e la bici assieme pesiamo almeno il quadruplo del carrello carico. Se fosse stata una gomma della bici ieri l’avrei cambiata subito, invece me n’ero anche dimenticato. Cerco un posto comodo vicino al fiume e mi fermo a cambiarla. Scarico il carrello, lo ribalto e smonto la ruota...
Torniamo però al passo della Cisa. Sono le cinque e mezza, parto dal passo e scendo lungo l’unica strada in cerca dell’incrocio. In precedenza sono sempre passato sulla strada principale, a suo tempo avevo meno indicazioni, ma stavolta voglio provare la strada alternativa. Dovrebbe essere più piccola e meno trafficata, una strada più adatta ai camminanti e magari comoda per i ciclisti. Scendo per qualche centinaio di metri, ho ancora un paio d’ore di luce. Mancano circa quindici chilometri, ce la posso fare, però non ho ancora chiamato Pontremoli per cercare un posto in cui passare la notte, non so perché, ma ora non ho voglia di farlo. So che in questo modo mi sto facendo del male.
II basco è già partito, non credo che ci incontreremo perché lui seguirà i sentieri mentre io starò sull’asfalto. La Via Francigena è ben organizzata nella valle del Taro, ci sono ostelli e sentieri comodi per i camminatori.
Luoghi significativi come Monte Bardone e Berceto testimoniano il passaggio dei pellegrini d’un tempo. È uno dei primi tratti che sono stati riorganizzati, sono stati piazzati ai bordi delle strade dei cippi in cemento con i pellegrinetti in terracotta, purtroppo però fin dall’inizio qualcuno ha avuto la brillante idea di staccarli per portarseli a casa, per cui talvolta mancano oppure sono stati rotti nel tentativo di staccarli.
Parto verso le nove, non mi va di mettermi in strada troppo presto e beccarmi tutto il traffico dei pendolari. Ieri sera ho guardato il percorso di oggi senza studiarlo troppo bene, in cammino ogni sera conviene dare un’occhiata alle strade del giorno dopo per farsi un’idea più chiara possibile e memorizzare le informazioni. Io lo dico sempre a tutti, ma come dice il proverbio: “Chi sa fare fa e chi non sa fare insegna”.
Scelgo la via del nord che mi fa passare da Chiaravalle della Colomba.
Stavamo parlando di fiumi... Tutti noi abbiamo studiato da piccoli gli affluenti del Po, chi non ricorda la sequenza Dora Riparia, Dora Baltea... chi non se la ricorda? Nessuno se la ricorda, dite la verità. Le sole che si ricordano la sequenza degli affluenti del Po sono le maestre, sono le uniche a ricordare anche i nomi delle Alpi da Ventimiglia alla Slovenia. Dove si trova il Col di Tenda? E dove sono le Alpi Retiche e le Scistose? No! Non vale andare a cercare su Wikipedia... bisogna vedere chi le ricorda a memoria!
Mi fermo sulla riva per mangiare un panino; si ferma un’auto, scende un tipo che va verso il pontile con una scatola in mano. Torna poco dopo e mi dice: “È proprio vero che regalare coltelli porta sfortuna! Comunque ora sono in fondo al fiume!”.
Lui l’ha detto in un altro modo, ma io ho capito: “sfortuna”. Io questa cosa che i coltelli portano sfortuna non l’ho mai sentita e non so fino a che punto si possa contrastarla buttandoli nel fiume. Non poteva buttarli nel cassonetto dei rifiuti con le lattine del tonno??? Perlomeno non avrebbe inquinato e il metallo sarebbe stato riciclato. Comunque... Se a me regalano una katana, una mannaia, un kriss, un’ascia bipenne o un machete non li butto certo nel fiume. Me li tengo!
Io ci vado nei negozi, ma non sempre ripongo troppa fiducia, vi racconto qualche episodio, magari li ho già raccontati in altre occasioni.
Tenda...
Sto osservando delle tende in un negozio, chiedo al venditore: “Perché questa tenda costa il doppio delle altre simili?”. La risposta: “Perché è fatta con materiali speciali molto resistenti, l’alluminio resiste ad altissime temperature!” Ricordo che l’alluminio fonde attorno ai 650° e penso: “Che importanza ha? Il corpo umano non resiste fino a quella temperatura.”
Finalmente si parte! Finalmente mica troppo, non sono proprio così contento di partire. Negli ultimi giorni ho dovuto rimandare più volte: volevo partire Sabato, poi mi sono reso conto che non ce l’avrei fatta, mancavano ancora tanti pezzi del carrello. Ho rimandato a Domenica, Sabato però ho capito che non ce l’avrei fatta neppure Domenica. Quindi ho rimandato a Lunedì mattina. Domenica sera però mi sono detto che tutto era... quasi pronto. Sono un po’ dubbioso, prima di partire c’è sempre una voce dentro di te che ti sveglia nel cuore della notte e ti dice: “Sei proprio sicuro, ma chi te lo fa fare? L’ha già fatta qualcuno una roba del genere, ma come ti è venuto in mente di partire con una Graziella?” “Non ti sembra di esagerare? Non stai facendo il passo più lungo della gamba? Ti sembra una cosa sensata?E se i freni si rompono e vai giù per un dirupo? E se ti grattugi contro un paracarro?”
Le indicazioni ad Aigues Mortes dicono di uscire dalla stazione e girare verso la città: “La barca è ormeggiata prima del ponte a sinistra.” Di mare non ne so molto, so però che sulle barche c’è sempre scritto il nome... ce la posso fare a trovare la barca giusta!
Il ponte è praticamente davanti alla stazione e non faccio in tempo a sistemare lo zaino sulle spalle: sono già arrivato. Eccole: l’Estello e Soleo, leggo il nome e salgo su quella giusta... si inizia il viaggio in Provenza e Camargue bici e barca.
Mancano cinque giorni alla partenza.
Più passa il tempo e più mi rendo conto che non riuscirò a partire sabato, forse non devo azzardare troppo, forse devo cercare una meta più vicina. Per questo viaggio l’obiettivo è soprattutto lo studio del mezzo di trasporto: il fine è nel mezzo, il fine è il mezzo. So bene che essendo il primo prototipo in futuro potrà essere rielaborato. Ho già visto che alcuni elementi andrebbero costruiti diversamente, ma quelli fatti per stavolta possono andare bene, se ripartirò ci penserò.
Non ho materiali e strumenti professionali, tagliare un pezzo di ferro a mano e rifinirlo con la lima da mazzo, poi con la lima bastarda e poi con quella dolce, non è come tagliarlo con una troncatrice precisa. Non mi sono allenato a camminare, ma non dovrebbe essere un problema. Però non mi sono allenato neppure a pedalare, mi preoccupano i crampi e le ore in sella. Temo proprio che non ce la farò ad arrivare a Perugia in tempo, mi demoralizzo un po’. Non mi sto lanciando in nulla di fantasmagorico, ma penso che probabilmente combinerò ben poco.
Ho dedicato un sacco di tempo a questa preparazione e ora ho paura di aver fatto tutto per niente. Potrei rimandare la cosa, ma l’estate sta finendo e fra un po’ chiuderanno anche i campeggi. Devo partire al più presto!

Decido di dare un nome al mio fantastico mezzo, ci penso sotto la doccia. Si chiamerà G.O.T.: Graziella Operativa Tattica. Scrivo a Virginia e David, mi suggeriscono di chiamarla Graziella Operativa ALTAMENTE Tattica, per creare l’acronimo GOAT (in inglese Capra). Ci ragiono, penso un po’, mi sembra ovvio che la si ritenga “Altamente” tattica, non c’è bisogno di sottolinearlo ulteriormente, è sotto gli occhi di tutti, chi non se ne accorge fin dal primo sguardo? Penso e ripenso.. ho deciso, la “A” starà per “Alternativa”. Certo, anche “Alternativa” è ovvio, però un nome lo dovrò pur scegliere...

Ci sono idee che nascono per caso, ci sono idee che nascono per sbaglio e ci sono idee che arrivano seguendo un percorso particolare, senza che ce ne accorgiamo. Magari ce ne rendiamo conto solo alla fine di una strada, poco per volta, se ripercorriamo le tappe a ritroso nel tempo.

Questa idea è nata così, non ricordo quando, ma so che ci pensavo da un pezzo.

L’idea di partire per un viaggio in bici con una Graziella, un mezzo che potremmo definire “Vintage”, ma forse sarebbe più giusto considerare... scomodo. Una bici che nessuno completamente sano di mente potrebbe associare a un lungo percorso. Perché no? Sarà un’idea assurda, ma non è troppo pericolosa (un poco lo è... devo ammetterlo) e allora si parte.

Enrico Sottili è architetto e designer, all’attività di architetto abbina quella di ideatore e produttore di biciclette.
Disegna e produce bici originali, mezzi particolari nel design, ma anche dal punto di vista tecnico. Ho avuto occasione di incontrarlo di persona nel suo studio nel corso del viaggio dal festival “Ciclomundi” al “Festival della Viandanza” e mi ha fatto piacere vedere con quale passione sviluppa le sue idee. Vive e produce biciclette in una città famosa per il suo rapporto con le bici, dove le due ruote sono sempre di casa e sono ben considerate. Forse anche questo contesto favorisce il suo lavoro. La sua azienda si chiama Sottili Human Power...
Il Cornacchia è il monte più alto della Puglia, sono 1152 metri sul livello del mare. Chissà perché si chiama “Monte Cornacchia”? Perché ha la forma di una Cornacchia? Perché ci sono molte Cornacchie? Non lo so, riconosco la mia ignoranza.
Ci sono montagne sulle quali si può salire tutto l’anno, ma ci sono montagne che danno il meglio di sé in giorni particolari. Questa è una montagna dalla quale si può vedere molto lontano, bisogna però saper cogliere il giorno giusto. Bisogna guardare il cielo, controllare il meteo e cercare la giornata limpida per meglio assaporare tutto l’orizzonte, magari si può aspettare che passi il temporale e spazzi via nuvole e foschia...
All‘ingresso dell’agriturismo c’è un bel carro in legno, un buon carro. Un carro di una certa dimensione, con tanto di sponde piuttosto alte.
Scatto un sacco di foto perché è un buon modello da tenere in considerazione, da tenere come esempio. Prima o poi vorrei provare a costruirne uno, so che non ce la farò mai, ma mi piacerebbe provarci. Fino ad ora ho costruito solo carrelli di alluminio e acciaio, da trainare a spalla o da attaccare alle bici, un carrello di legno mi manca proprio. Magari invece di cominciare con un carro di queste dimensioni, potrei cominciare con una carriola.
Giusto per muovermi gradualmente e non partire subito con qualcosa di troppo ambizioso...
La Daunia.
La Puglia: chilometri e chilometri di spiagge… e le montagne? Quando si pensa alla Puglia vengono in mente soprattutto il mare e le spiagge, c’è invece anche un territorio di montagna meno famoso, ma interessante da scoprire: la Daunia.
Un territorio meno conosciuto, ma ricco di tradizioni, che chiede di essere un pochettino cercato per offrire il meglio di sé.
Una terra di montagna. Montagna in cui hai sempre davanti a te un’ampia visuale: nelle giornate più limpide si può vedere il mare a chilometri e chilometri di distanza.
Ogni montagna ha le proprie caratteristiche, le peculiarità di questa zona sono proprio gli orizzonti molto vasti, vedi il paese “vicino” che sta però dall’altra parte della valle...
16 km e il treno alle 13.17, due numeri che per oggi devono quadrare. La media classica del Cammino è di quattro chilometri orari, sedici chilometri uguale a quattro ore di cammino. Cerchiamo però di includere nella giornata il tempo per una visita ad Assisi. Forse non sono proprio sedici, forse la cifra è più bassa di qualche centinaio di metri, ma dubito che siano 10 chilometri come indicava il cartello visto ieri. Prevediamo di partire alle sette di mattina. Iniziamo la nostra ultima giornata lungo il Cammino Di qui passò Francesco con qualche minuto di ritardo perché la colazione ci impegna molto, come la cena di ieri sera. Diamo il dovuto per la nostra permanenza: 33 Euro! Per cena, notte e colazione. Il cielo è nuvoloso, qualche scorcio di un flebile azzurro appare qua e là...
 
Destra, sinistra, destra, è molto semplice riprendere il cammino Di qui passò Francesco quando si esce dall’oratorio di Madonna del Prato.
Da Gubbio inizia il sentiero francescano della Pace, convive anch’esso con i vari percorsi che conducono ad Assisi. Noi continuiamo a seguire i Tau gialli. Dopo Gubbio si può scegliere se proseguire in direzione di Biscina oppure  di Valfabbrica... noi scegliamo di andare a Valfabbrica. Prendiamo questa decisione perchè a Biscina, in questo periodo dell'anno, non ci sono posti in cui passare la notte e restare all'aperto, su una panchina non è consigliato. Avremmo comunque puntato verso Valfabbrica per ridurre al minimo la percorrenza verso Assisi l’ultimo giorno.
Riflettere sul consumo critico e gli stili di vita sostenibili questa e l’idea della fiera “Fa’ la cosa giusta”. Un grande evento che si terrà a Milano, in Fieramilanocity, dal 28 al 30 Marzo. Un’occasione in cui scoprire, incontrare, confrontarsi con molte realtà che vanno dal cibo biologico, alle modalità di trasporto più ecologiche, dal mondo del volontariato a quello dell’educazione.
Pietralunga, sul Cammino di San Francesco, ha una caratteristica che ne decreta anche il nome: è lunga! No, non credo che il nome del paese sia relativo alla sua lunghezza, ma è comunque un paese lungo, per uscire ci vuole un po’, ma si può fare. Prima di partire diamo un’occhiata in giro visto che ieri sera al buio non abbiamo potuto osservare molto. Scattiamo qualche foto davanti alla chiesa e al campanile in pietra.
Il percorso iniziale “Di qui passò Francesco” proposto qualche anno fa è stato poi cambiato per accorciarlo leggermente. Ora quando si esce da Pietralunga, invece di andare a destra, si tiene la sinistra e si guada un piccolo ruscello che passa sopra la strada.
Ci sono pochi centimetri d’acqua e si passa senza togliere gli scarponi.
Partiamo anche oggi con l’umido grigiore, usciamo dal paese e imbocchiamo la valle che punta verso est. Vorrei passare a salutare Michela e Roberto all’ostello “Che passo” di Candeggio, però non li ho avvisati. Il tracciato passa davanti all’ostello, magari proveremo a bussare. Michela e Roberto hanno costituito un’associazione di promozione sociale per sperimentare stili di vita ispirati a permacultura, sostenibilità, "transizione" e convivialità. Nell’ostello ospitano chi si muove lungo il cammino Di qui passò Francesco...
Luciano è un inventore ciclista dei nostri tempi: con una reclinata ha viaggiato verso sud, attraverso la Francia, lungo la Via Francigena. Nella prima parte dell'intervista ci ha raccontato come ha costruito le sue ADI E ADY2, le sue due bici reclinate, come ha avuto questa idea e, soprattutto, l'utilizzo di questi due mezzi di trasporto nel quotidiano e nel viaggio, ma non mi sono accontentato e ho voluto fargli altre domande...
Anche oggi la giornata sul Cammino Di qui passò Francesco è uggiosa, grigia, nebbiosa e umida, non si può certo pensare che sia la migliore combinazione. (eh siete partiti in gennaio, cosa vi aspettavate???).
Camminiamo verso l’uscita dalla città, oltrepassiamo la ferrovia e la superstrada. Ci ritroviamo nuovamente sulla riva destra del Tevere, torneremo ad incrociarlo a Città di Castello, in Umbria. Il primo tratto è in pianura e su strada asfaltata. Noi avanziamo in file indiana, con lentezza nel grigiore di oggi. La strada carrabile non consente molto di camminare affiancati, almeno si potrebbero scambiare due parole! Incontriamo una signora in tuta rosa che sta facendo jogging e le chiediamo indicazioni, non ci accontentiamo e decidiamo di interrogare anche un anziano signore che passeggia con il cane...
Esistono tanti modi di viaggiare, io credo che si possa sempre viaggiare nel “dove”, ma poi si possa anche viaggiare nel “come”. A me piace molto viaggiare nel “come”, magari non ci riesco bene e magari ci riesco poco, ma è un’idea che mi coinvolge. Luciano è uno che viaggia molto nel “come”. Luciano è un ciclista. No, Luciano non è un ciclista, è un inventore. No, non è un inventore. No, non è solo un inventore, Luciano è di più! Luciano è una di quelle persone che non si arrendono facilmente, è uno sanguigno, uno di quelli che continuano a combattere e a trovare nuove strade e nuove soluzioni.
È uno che conosce la tecnica, che non compra l’ultimo modello di telefono ultratecnologico perché va di moda, ma è uno che quando ha fra le mani qualcosa in cui passano dei bit dopo pochi giorni ne conosce tutto il funzionamento. Uno di quelli che quando possiedono un oggetto tecnologico non si limitano ad imparare a usarlo, studiano come funziona, due approcci ben diversi fra loro. Luciano negli ultimi anni ha dedicato tanto tempo alle bici reclinate, bici che in Italia si vedono poco e quando una cosa non si trova… si inventa e si realizza! Non ci credete? Leggete un po' quello che Luciano ha da raccontare...
Si parte subito in salita, una recinzione di filo spinato rende difficile agganciare il sentiero. Ci muoviamo nel bosco fra salite e discese, il fango e le foglie cadute complicano un po' le cose, in qualche punto bisogna prestare attenzione e piantare bene i piedi. Ricordo che questo tratto non è mai stato facile da percorrere con il carrello, è più comodo da percorrere con lo zaino. Il carrello però si prenderebbe molte rivincite sullo zaino nel resto del percorso...
Lungo il Cammino Di qui passò Francesco molti cartelli indicano direzione e tempi di percorrenza precisi al minuto, ci lasciano un po' perplessi, a noi non interessa seguire una tabella di marcia così accurata, però cominciamo a non trovare sempre corrispondenza con i tempi di percorrenza indicati e i nostri tempi di cammino.
Zaino in spalla, la giornata è uggiosa e la prima tappa del Cammino Di qui passò Francesco sarà lunga, ci mettiamo in marcia alle otto da Chiusi della Verna. La mulattiera parte dalla strada asfaltata e punta verso sinistra, è lastricata e in leggera pendenza, studiata forse per consentire di arrivare a piedi al santuario anche a chi non è abituato a un sentiero di montagna.
Dopo poco un sentiero parte sulla sinistra, lasciamo quindi la mulattiera, entrambe le direzioni portano al santuario.
In passato, camminando con il carrello, sono sempre stato sulla mulattiera...
«Nel prossimo inverno riusciamo a fare un giro come quello di febbraio?» «Sì può fare, proviamo a cercare un giretto adatto e se c’è qualcuno interessato.» Inizia così il primo cammino del 2014, in una telefonata fra me ed Alessio. Con Alessio abbiamo già camminato in Russia e nel febbraio 2013 abbiamo percorso la Via degli Abati da Bobbio a Pontremoli, con noi c’era anche Artù, il suo Golden Retriever, che si è comportato egregiamente. Proviamo a vedere se ci sono altri interessati, chiediamo in giro, ma non troppo, la proposta di un giretto invernale la si fa con discrezione. Dopo possiamo andare?
Sabato mattina.
Mi metto al lavoro, cosa faccio? Irrobustisco? Aumento la capacità di carico, aggiungo qualche pezzo?
Potrei ampliare il portapacchi della bici, potrei ampliare il carrello, potrei…
No, la Goat è una bici da viaggio e parteciperà come bici da viaggio, non voglio trasformarla in bici da trasporto, posso fare delle modifiche, ma non troppe, non voglio che la Goat diventi una cosa diversa da quello che è. Potrei costruire un portapacchi anteriore; la ruota da BMX e la forcella rinforzata con attacchi aggiuntivi per i portapacchi potrebbero consentirlo. Potrei mettere qualcosa all’interno del telaio, dove avevo saldato a suo tempo delle aste di acciaio con fori filettati per aggiungere un portapacchi interno. Potrei allargare il portapacchi posteriore. No, non credo che servirebbe a molto.
La Goat non è una bici da trasporto, è una bici da viaggio, non è pensata per grandi trasporti, è stata realizzata per viaggiare ed esplorare.
Però quando Frank mi invita a partecipare alla Bike Cargo Race tengo in considerazione l’invito, ci penso per un po’. Mi fa piacere che ci sia un’idea di questo tipo, è una delle tante idee che possono contribuire al maggiore impiego della bici, una cosa che può aiutare a rivalutare la bici.
Anche la Goat è nata un po' per questo motivo. Mentre pedalo verso est, verso l’Adriatico, ci ragiono sopra con calma.
Il viaggio è finito, oggi si torna a casa. Sono a pochi passi dalla ferrovia, ma preferisco partire con un certo anticipo. Conto di salire sul treno con tutto il mio armamentario, viaggiare con la Goat pone un bel problema: salire sul treno. Fino ad ora sono stato fortunato, ma mi sono anche organizzato per partire da casa o partire da dove potevo portare la Goat in auto, per i viaggi in bici di ritorno ho sempre trovato dei passaggi fino a casa o fino a una stazione che mi facesse arrivare a casa con un solo tratto in treno.
Ogni tanto capita di parlare dello sconforto. Lo sconforto non è la fatica, non sono i dolori in varie parti del corpo come il mal ai piedi e alle spalle per il camminatore e i dolori da altre parti per i ciclisti. Lo sconforto arriva quando non vedi la fine, quando ti muovi per giorni da solo, quando non trovi qualcuno a cui chiedere indicazioni, quando tutti ti si rivolta contro, quando il posto che ti ha attratto in realtà non è poi così bello…
Sono stato preso dallo sconforto? No! La Goat va avanti anche con questo schifo di tempo, anche con la nebbia che impedisce di vedere a più di due spanne, anche con il sudore che ormai è gelido e persistente!
Da Ferrara a Taglio di Po. Non è facile la vita del conducente Goat e redattore di diario di viaggio… (E a noi? Direte voi… Non ti ha obbligato nessuno a farlo. È vero, quindi non mi posso lamentare.)
Ci sono giorni in cui non accade nulla, magari però hai la fantasia per raccontare, ci sono giorni in cui accade di tutto, ma arrivi la sera così devastato che non hai la forza per raccontare...
Oggi sono stato redarguito due volte, prima da Luigi, poi da Francesca. Luigi mi ha rimproverato perché non sto gustando nessun cibo tipico, ogni buon viaggiatore in Italia deve gustare i piatti tipici. Francesca mi ha rimproverato perché non visito le città, dice che sono a Ferrara e che dovrei andare un po’ in giro. Stasera mentre arrivavo a Ferrara ho incontrato Emanuela che stava attraversando la strada, le ho chiesto indicazioni per la stazione e mi ha detto di seguirla. Mi ha invitato a visitare il museo in cui lavora. Non andrò neppure là.
La sveglia suona, ma io la fermo, ora mi alzo… Vorrei fare una cinquantina di chilometri, ma nella mia ricerca sono già sceso a quaranta.
Ricontrollo in Internet, la zona non è piena di ostelli, B&B e simili. L’ostello che mi hanno segnalato è pieno, devo puntare su Ostiglia, anche se non è molto lontano da dove sono, se ridimensiono così tanto le tappe al mare no ci arriverò mai.
Davano nebbia le previsioni… Che problema c’è se c’è nebbia? Tanto io sto sull’argine maestro… Detto così può quasi sembrar facile, ma quando ti trovi lì in mezzo, nel grigio più grigio… le cose cambiano. No, la nebbia non è un problema se stai su una strada poco trafficata, sulla quale incontri solo ciclisti e podisti convinti e determinati, che combattono contro il freddo e l’umido come te.
La nebbia cambia colore alle cose, tutto viene sfumato, tutto diventa grigio.
Parto la mattina da Orio Litta, ieri sono arrivato qua lungo strade asfaltate e sterrate, nell’ultimo tratto sono passato della nuova “Ciclovia della Venere” che va da Livraga a Orio Litta, è un tratto che facilita l’arrivo ad Orio Litta da Nord.
Dopo i preparativi del viaggio in bici sulla ciclovia del Po, oggi si parte. Tutto è pronto, anche se il dubbio che manchi qualcosa c’è sempre. All’ultimo momento penso che forse un the caldo ogni tanto non ci starebbe male, così aggiungo un thermos, il fornellino e l’alcool. La giornata è splendida, sembra di essere a Ferragosto, io sono equipaggiato come se partissi per il polo nord.
Se ti va in pezzi il telaio della bici non hai molte prospettive. O lo butti via o lo ripari… Magari no, magari ci sono altre possibilità…
In realtà riparare un telaio non è così semplice, gli spessori sono talmente ridotti che difficilmente si può fare una saldatura che resista a lungo.
Mi ero accorto lungo la Via degli Abati che il telaio della Goat (Graziella Operativa Alternativa Tattica) stava cedendo, la parte alta del carro posteriore, quella sulla quale si appoggiavano i piedi quando si andava in due con la Graziella, quella parte lì… si stava piegando in due. (Era un esempio, io mica ci portavo qualcuno in piedi sul portapacchi della Goat.)
Dell’uragano, o ciclone, Penelope non c’è nessuna traccia. Il cielo è grigio, quel classico grigio padano che accompagna la pianura da Ottobre a Marzo, più o meno. Non piove, cade solo qualche goccia, quella che un tempo la maestra avrebbe definito “acquerugiola”, un termine che si trova solo su dizionari, quelli molto vecchi. Cerco una strada per avvicinarmi all’argine maestro, vorrei parcheggiare in un punto vicino a dove arriverò stasera pedalando. Arrivo, parcheggio, scarico tutta la ferraglia. Ci vuole un po’ di tempo per mettere insieme tutto quanto. Passa qualche ciclista, due o tre ardimentosi che non rinunciano al giretto del sabato mattina anche in questa giornata uggiosa. Danno un’occhiata veloce e passano via.
Sull’argine passa un ciclista che mi guarda e mi raggiunge. «Posso chiederle un favore? Mi scatterebbe una foto?». «Qui?» ««Sì qui va bene» «No, qui fa schifo, nel parcheggio, no dai… Se aspetti due minuti finisco di sistemare la bici e andiamo sull’argine, almeno hai il fiume sullo sfondo, puoi aspettare?» «Sì posso».
Penelope non ci fermerà!
Sarà questo il motto della giornata. L’altra settimana, mentre ero in giro a collaudare il Vtte, Elena mi aveva detto che lei e Marco sarebbero partiti per la Via Francigena il 4 Ottobre. Proponeva di percorrere un tratto di strada insieme.
Lei e Marco in sella sono forti, anzi fortissimi, e l’idea di percorrere assieme un tratto di strada mi è piaciuta subito.
Ogni tanto ci s'incontra fra festival, fiere e presentazioni di viaggi in bici o a piedi, ma non ci è ancora capitato di pedalare assieme.
 
Oggi il viaggio in bici finisce.
Il primo tratto di strada è in discesa per arrivare a Farini, vorrei stare in sella, ma i rischi si corrono anche quando si è in dirittura di arrivo, conviene quindi che percorra anche questi ultimi chilometri camminando.
Si parte da Coli, si parte subito in salita. Salto in sella e attraverso la piazza pedalando, ma all’inizio della strada mi rendo conto che oggi camminerò per un bel pezzo, avevo provato a crederci… Forse avevo pensato che al mattino le gambe ce l’avrebbero fatta, invece no! Anche se siamo nella seconda metà di Settembre la giornata è calda, mi fermo spesso a prendere fiato. Colgo le ultime more rimaste sui cespugli sono un po’ dure, ma è sempre piacevole approfittare dei frutti della natura. Poco dopo passo dalla chiesa dedicata a Sant’Agostino...
Anche oggi non è facile alzarsi dal letto: svegliare testa, braccia e gambe chiede un certo impegno.
I movimenti sono lenti, raccolgo tutte le mie cose e le metto nelle borse, prima o poi qualcuno dovrà inventare delle borse da bici trasparenti, giusto per capire facilmente dove sono le cose che stai cercando. Questa è une delle differenze che distinguono i ciclisti dai camminatori, una fra le tante cose che fanno del ciclista e del camminatore persone che vivono esperienze diverse.
Devo partire, devo partire, devo alzarmi, devo partire, devo alzarmi, devo partire…
No, lo sapevo, non è facile, non è facile partire dopo un ritorno a casa.
Devo farlo e lo farò! La mattina è grigia, il cielo è nuvoloso, non è fra le cose più invitanti per chi non ha molta voglia di partire.
Assieme a Luigi e altri amici scout siamo alla festa della Base scout di Cantalupa, non pedalo per cui non ho nulla da raccontare su due ruote.
La cosa più interessante della giornata è l’incontro con Massimiliano, appassionato di epoca medioevale (la festa è in stile medioevale).
Con Massimiliano e Luigi si parla di forgiature, di tecniche di lavorazione dell’acciaio, di realizzazione di coltelli e di spade, dalla tradizione giapponese a quella mediorientale. Di lavorazione del legno e costruzione degli archi in maggiociondolo o in sambuco, di realizzazione di una “cotta” in acciaio, di corsi di avviamento alla falconeria… Sono le solite cose per cui non vi sto ad annoiare.
Non pensavo di arrivare fino a qua, devo riconoscere che le prestazione del VTTE sono superiori alle mie aspettative, e dire che lo presento sempre come una bici vecchia, non come una bici “Vintage”.
Ho passato la notte nell’ostello di Nicorvo, un luogo pensato con lo stile degli ostelli classici per pellegrini.
Ti indicano le cose poi tu lasci offerta e chiavi al bar alla persona incaricata. Gli ostelli fuori dai grandi centri abitati sono forse i meno ambiti perché non offrono molto da visitare, ma sono i più tranquilli e meno affollati.
Con Luigi si va al mercato “Balűn”. Andiamo in macchina, non con la bici, per oggi la bici si riposa.  
Il mercato è l’occasione per vedere cose interessanti e magari fare qualche utile acquisto, la bici non è il mezzo ideale per portarsi del peso in più per una settimana, ma io credo che non sia solo da usare come mezzo da viaggio, indi per cui ci porterò anche cose più normali di quelle che porta o porterebbe un normale cicloviaggiatore. Passiamo fra le bancarelle dell’usato curiosando un po’. Luigi è un esperto ricercatore vintage e spazia su tutti i campi dai manufatti di ogni genere alla tecnologia, sa quindi dare ottimi consigli.
Io non cerco nulla in particolare, ma il mercato è molto interessante...  
Torno verso sud, oggi la meta è Rivoli. Vado a trovare Luigi, un amico con il quale abbiamo scritto un paio di libretti di tecniche scout.
Ha appena pubblicato un romanzo “The Estinguisher” in cui racconta la storia di mangiatori di carne di animali in via di estinzione.  Prima di partire non avevo le idee chiare, non sapevo con precisione se seguire il percorso della Francigena verso Aosta oppure il percorso verso Santiago che passa in Val Susa. Nel dubbio ho portato una carta verso Aosta e una verso la Val Susa. Non ho però considerato la possibilità di passare sopra Torino, così non ho una carta che mi dica come muovermi oggi.
Sono dell’idea di arrivare fino a Ivrea, ma non ho ancora chiamato per il posto in cui passare la notte. Se fossi furbo pianificherei con largo anticipo tutte le tappe e chiamerei per chiedere se c’è posto, per prenotare ecc, ma lo faccio raramente. Un po’ perché non so fin dove posso arrivare, un po’ perché mi affido alla provvidenza o alla fortuna, un po’ perché in questo periodo non c’è molta gente in cammino. Ho superato Cavaglià, comincio ad avere la sensazione che ci sia qualche problema alla bici, la sensazione  che le ruote siano frenate, ma il timore è un altro.
So bene che le ruote sono in ordine e nulla le frena, il problema è davvero un altro, un problema ben chiaro.
Ho qualche bici da riparare, ma sono stufo di pezzi di ricambio che si rompono subito, che non durano niente. Sono disposto a spendere un po’ di più, ma avere cose che resistano. Decido quindi di andare in un negozio di bici che abbia della roba buona. Per questo bisogna andare a Milano, sì perché a Milano c’è tutto, c’hanno della roba buona, non come i negozi vicini a casa.
Si sa, chi vive in provincia è cresciuto con l’idea che nella grande città ci sia tutto e il meglio di tutto...
Si comincia presto stamattina, si comincia bene. Ti chiamano da casa: «I termosifoni sono caldi, si è acceso il riscaldamento».
Non è possibile… No, non è possibile. Ho già da pensare al VTTE che sembra stia insieme per miracolo, l’altro ieri si è guastata la lavatrice, oggi che sono fuori casa la caldaia sbaglia stagione e si mette a scaldare i caloriferi.
Domani??? Domani è un altro giorno e si vedrà…
È tutto pronto, mi sembra tutto pronto. La bici è pronta, il carrello è pronto, l’equipaggiamento è pronto.
Una doccia prima di partire, giusto per sembrare meno disumano agli occhi di chi mi vedrà ansimare a cavallo di un ferrovecchio trainando dei pezzi più o meno variopinti con una bandiera arancione per non farli calpestare.
Ora devo partire, ora devo andare, non sono convinto, non sono certo che tutto andrà bene. Ma neppure Colombo, Nobile o Shackleton avevano la certezza assoluta che tutto fosse perfetto. Posso dunque partire...
Il tintinnio delle chiavi del 22 mi accompagna mentre pedalo lungo il canale. Mettono un minimo di allegria in una giornata che speravo andasse diversamente, ma forse no, forse va bene così. A dir la verità non sono tutte e due del 22, una è 20-22, l’altra è 21-23, sono valori che indicano i millimetri di larghezza di dadi e bulloni. Le ho messe sopra il bagaglio a portata di mano, le ho messe lì perché mi servono per la regolazione fine del carrello, per gestire quel mezzo millimetro di spessore che può determinare la riuscita o meno di questo viaggio.
No, non stiamo parlando della regolazione di una nave stellare o di una supercar, stiamo parlando delle regolazione di un carrello che ho costruito per la bicicletta. Lo so, è assurdo, è incredibile, eppure mezzo millimetro in più o in meno fanno la differenza in questo viaggio.
Fino ad ora è andata bene poi staremo a vedere per i prossimi giorni.

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