Lavori dimenticati: ciò che si faceva qui ora si fa altrove!

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Chong si alza presto al mattino nella sua palafitta di legno costruita in stile Khmer: una stanza aperta su due lati al piano superiore, una lunga tenda fissata al soffitto per separare zona giorno e zona notte, nessun mobile o quasi oltre al letto; le scale salgono direttamente dal cortile dove scorrazzano incontrollati maiali, galline, cani, gatti ed un numero indefinito di bambini sporchi e con il sorriso sempre sulle labbra. Quasi tutte le case qui a Chhep, nella provincia di Preah Vihear, una delle più remote e meno popolate di Cambogia, sono costruite secondo questi canoni architettonici.
L'uomo è fortunato, un'organizzazione non governativa irlandese ha costruito pochi anni fà un pozzo nel suo villaggio ed oggi, come tutte le mattine, scende le scale e si lava con l'acqua fresca raccolta il giorno prima e travasata con dei secchi in un'enorme giara di terracotta utilizzata come doccia. Lentamente ma con gesti sicuri prepara il motorino: prima carica i pezzi più pesanti adagiandoli sul portapacchi costituito da due assi di legno fissati al telaio da un paio di viti; grossi tinelli di acciaio in cui le massaie lavano il bucato al fiume iniziano a pesare sugli ammortizzatori stanchi del motociclo. In cima, dopo averne impilati per un metro d'altezza circa, c'è ancora spazio per le pentole più grosse, quelle per il riso. Sulla lato destro, fissate con una corda passante per il manico, trovano spazio una decina di piccoli wak usati per cucinare riso e verdure fritte. Dall'altra parte, come un abile meccanico che riassembla un motore smontato migliaia di volte, carica gli oggetti più piccoli: dalle ciotole ai bicchieri, dalle caraffe alle scope di vimini, concludendo l'opera con un passante elastico che costituisce l'unica fragile colonna portante di questo Colosseo ambulante. Seduto alla guida Chong sembra un minuscolo essere inseguito senza possibilità di fuga da un'enorme mostro di latta. Le sospensioni posteriori sono giunte a fine corsa e il telaio vacilla sotto il peso che lo opprime. Prima di sera, se gli affari andranno bene, il voluminoso fardello sarà ridotto di qualche unità ed il serbatoio vuoto chiederà a gran voce la sua dose quotidiana di liquido energetico per poter essere scorrazzata in giro per la giungla cambogiana un altro giorno.
A mezzogiorno, quando il caldo inizia ad essere opprimente e le donne sono troppo indaffarate a cucinare per iniziare una trattativa, il venditore cerca riparo sotto il solito ombrellone del solito chiosco a bordo strada ed attende... non servono parole fra lui e la giovane sdraiata sull'amaca appesa alle travi di bambù che sorreggono, oltre al suo peso, il tetto del monolocale adibito a supermercato-bar-ristorante. Tutti i giorni a quest'ora Chong si siede ed attende di essere servito; tutti i giorni a quest'ora la donna si alza, saluta distrattamente ed estrae un paio di bastoni da un sacco di iuta sistemato al fianco di un mobile su cui è adagiata la pressa a cilindri in cui va infilata la canna da zucchero. Girando un timone sul fianco della macchina, l'ingranaggio inizia a muoversi e subito il liquido divino scende verso il basso dov'è sistemato un catino. La donna ripete l'operazione più volte, piegando a metà i bastoni perchè facciano più volume e la pressione continui a far sgorgare il succo. Infine, quando soltanto la parte lignea scivola tra i cilindri, il prezioso contenuto viene travasato in una brocca posta al fresco nel ghiaccio.
Chong si disseta soddisfatto mentre un altro motorino si avvicina. Il giovane alla guida scende e stacca la corda che fissa un blocco di 1m x 20cm circa al portapacchi. Viene sistemato dove c'è spazio, in questo caso su una panca di legno, e con una sega da boscaiolo il trasportatore inizia ad incidere la liscia superficie per dividere il refrigerante in pezzi di egual misura: è ghiaccio e dato che da queste parti l'elettricità per mantenere freschi cibi e bevande è una chimera, esso serve alla venditrice di succo di canna per raffreddare il grande frigorifero in plastica ben isolato, al cui interno depone i suoi prodotti in attesa di clienti.
Lo stesso frigorifero, rosso fiammante, è adagiato sul sidecar dell'uomo più amato dei bambini dell'intero distretto. La sua musichetta da carillon si diffonde soavemente per le strade ed i vicoli dei villaggi, riconosciuto da lontano dai più piccoli che subito divengono euforici e restano stregati, come decine di topolini ipnotizzati dal suono del piffero. Il gelataio si avvicina lento, per lasciare ai bimbi il tempo di inscenare il loro convincente teatrino dinnanzi ad una madre troppo permissiva per poter resistere. Una banconota di poco valore scivola tra le loro piccole mani, innocenti intermediarie pronte a scambiare quel pezzo di carta per loro insignificante con un preziosissimo cono di biscotto sormontato da una palla enorme e sublime. Il gusto è unico, fiordilatte, pistacchio in rare occasioni, ma la gioia di assaporare questa unica delizia compensa ampiamente l'assenza di alternative. L'uomo-gelato passa oltre, accende la sua nenia ammaliante un'altra volta ed attende che una vittima cada ancora nella trappola finchè la cella al lato del trabiccolo, che un tempo era stato un motorino, non si svuoterà, lasciando a lui un gruzzolo per sopravvivere e l'incombenza di riempirla ancora per il giorno successivo.
La vita nei villaggi della Cambogia settentrionale è dura e complicata ma scorre piuttosto tranquilla, adeguata a ritmi umani che lasciano il tempo per la propria famiglia e gli amici. Tutt'altra cosa è la vita in città per chi non ha un tetto sotto cui dormire ed è emigrato qui in cerca di fortuna. Sophal è giunto a Phnom Penh cinque anni fà, quando era ancora dodicenne e da allora non ha più smesso di girovagare per le strade del centro. Si sveglia presto, poco prima del sorgere del sole, piega la stuoia su cui trascorre la notte e la ripone dietro al muretto che divide il suo marciapiede dal giardino del museo nazionale. Subito prende in mano il carretto a cui è attaccato un enorme sacco e parte alla ricerca. Ha i suoi clienti fissi, alcuni bar e caffè che lasciano a lui l'incombenza di rovistare fra la loro spazzatura accumulata senza cura davanti all'ingresso e tenersi ciò che trova: cerca plastica ed alluminio, in gran parte bottigliette dell'acqua e lattine di bibite, ma anche qualche catino e contenitori in genere. Viene pagato un centesimo di dollaro a pezzo ed a fine giornata riesce ad accumularne poco più di trecento. La concorrenza nel suo mestiere è agguerrita ma leale: se un esercizio commerciale gli concede l'esclusiva, nessuno passerà a rovistare nella loro spazzatura, perlomeno finchè passerà lui. Se per un qualsiasi motivo dovesse saltare un paio di giorni consecutivi, il privilegio sarà tacitamente decaduto e qualcun'altro potrà provare a prendere il suo posto. Sophal resta fuori fino a tardi, esplora molti cassonetti ed allunga l'occhio ai bordi dei canali dove l'inciviltà e l'ignoranza umana scaricano di tutto. La vita è dura nelle strade di Phnom Penh così come in quelle di molte altre città dell'Asia dominate da forti contrasti e contraddizioni difficilmente comprensibili all'occhio occidentale.
Questo articolo fa parte del diario di viaggio tenuto in diretta del progetto Downwind. Se volete leggere le altre puntate, ecco qui tutti gli articoli dei nostri dieci mesi in bicicletta nel sud est asiatico
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Leonardo

Cicloviaggiatore lento con il pallino per la scrittura e la fotografia. Se non è in viaggio ama perdersi lungo i mille sentieri che solcano le splendide montagne del suo Trentino e dei dintorni del lago d'Iseo dove abita, sia a piedi che in mountain bike. Eterno Peter Pan che ama realizzare i propri sogni senza lasciarli per troppo tempo nel cassetto, ha dedicato gran parte della vita al cicloturismo viaggiando in Nuova Zelanda, Balcani, Norvegia e molti altri paesi. Ultimamente ha trascorso dieci mesi in bici nel Sud est asiatico e ha attraversato le Ande in bici.
Sito web: www.lifeintravel.it

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