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GioLug14

Isola di Giava in sella... l'Indonesia che non ti aspetti

Un impatto duro, un pugno da ko tecnico alla prima ripresa... il traffico mostruoso di Surabaya ci ha investito non appena scesi dal traghetto che ci ha catapultato, come profughi in fuga, nel cuore pulsante dell'Indonesia: cento milioni di abitanti su un'isola più piccola della nostra Italia, l'isola di Giava è terra vulcanica così come i suoi simpatici abitanti. Il cambio di rotta (inizialmente pensavamo di fermarci su Sulawesi) ci ha concesso l'opportunità di scoprire la regione orientale e le sue meraviglie naturali prima di raggiungere le affollate Bali e Lombok.
Seconda città dell'Indonesia dopo la capitale Jacarta, Surabaya non ha molto da offrire se non palazzi decadenti, centri commerciali ed un traffico da capogiro che scopriamo quando ripartiamo verso sud. Saliamo presto in sella ma le nubi grigie in cielo ci scaricano il loro benvenuto in testa costringendoci a riparare sotto un ponte che nel giro di due minuti si riempie di motorini e personaggi di ogni genere. Quando, cinque minuti dopo, riprendiamo le bici, migliaia di motorini affollano la strada ed un ingorgo colossale ha creato una lunga colonna. Usciti sani e salvi dall'ammasso di lamiere, la strada si restringe ma il traffico non accenna a placarsi. Carretti trainati da cavalli, bici cariche di ogni genere di cose (un giorno un vecchietto scarrozzava tranquillamente in giro un letto intero in sella alla sua bici d'epoca), risciò spinti da uomini scavati dalla fatica, centinaia di motorini, auto tenute insieme con le stringhe delle scarpe e tir che sputano fumo più nero della fuliggine del camino della nonna, si sfidano fianco a fianco su una strsicia d'asfalto larga malapena a sufficienza per ricavarvi due corsie...e noi cerchiamo di trovare il nostro piccolo spazio in questo caos cosmico in cui pedoni e bestiame sono un'incognita imprevedibile.
Al termine della giornata siamo esausti e ci ritroviamo con braccia e volto ricoperti di una polvere nera e fine che, per tutto il giorno, si è insinuata nelle nostre narici riempiendoci i polmoni... maledetto smog!!!
Fortunatamente il nostro itinerario abbandona la strada costiera per arrampicarsi verso le vette vulcaniche del parco nazionale Bromo-Tengger-Semeru. L'ascesa è tosta, soprattutto negli ultimi chilometri ed a 2200 metri il fiato si fà un po' corto. All'alba assistiamo ad uno spettacolo eccezionale che si ripete di giorno in giorno: il sole sorge ed illumina le vette del Semeru all'orizzonte, del Batok perfettamente conico e del Bromo fumante: un'immagine che resterà indelebile nei nostri occhi. Vaghiamo nel cratere del Tengger ammaliati da colori, forme ed odori e quando ne siamo sazi, saltiamo in sella percorrendo il mare di sabbia e la savana che ricoprono le pendici del Tengger, per raggiungere il Semeru dove ai pedali ed alle borse sostituiamo scarpe e zaino in spalla per avventurarci fino ai piedi del vulcano. Dopo tanta meraviglia lasciamo le alte terre del parco per ridiscendere in pianura e reimmergerci nel traffico, non prima di esserci spaccati schiena e sedere sul terrificante fondo stradale che ci ha condotto a Lumajang. Poco più di 24 ore e siamo di nuovo con il naso all'insù, pedalando verso Sembol, Pos Paltuding ed il cratere Ijen. Se in discesa le sconnessioni delle strade ci avevano rallentato, in salita ci costringono a scendere e spingere. Incontriamo un francese che scende con bici da corsa Bianchi e zainetto in spalla, partito da Kuala Lumpur verso Bali. Non fà altro che ripetere: "It's not possible"... è salito in camion e sà cosa ci aspetta! Dieci chilometri di buche, pietre e scimmie per salire a 1500 metri, poi si scende tra piantagioni di caffè ed i vulcani Merapi, Raung ed Ijen si stagliano all'orizzonte. Ci riposiamo ed il giorno seguendo completiamo i 3 km di sentiero fino alla vetta del cratere, solo dopo aver raggiunto i 1850 metri ai suoi piedi in bici ed aver piantato qui la tenda. Una notte magica piena di stelle ci concede poco riposo: ripercorriamo il sentiero alle quattro di notte per essere in cima all'alba e riassaporare il magnifico panorama sotto una luce diversa. La salita compiuta fianco a fianco ai portatori di zolfo di Kawah Ijen ci ricorda, se ce ne fosse stato bisogno, quanto siamo fortunati ad essere nati in un paese occidentale. Due piatti di nasi pecel ci ridanno energia per affrontare la tremenda discesa (gli amanti del downhill si divertirebbero) verso Banyuwangi...Bali è a soli tre chilometri di traghetto!

Abbiamo cambiato programmi più per caso che per consapevolezza ma Jawa Timur ci ha conquistato, ammaliato con i suoi vulcani attivi, le sue piantagioni, i sorrisi della gente e, perchè no, il suo traffico...mai scelta fu meno rimpianta!

Questo articolo fa parte del diario di viaggio tenuto in diretta del progetto Downwind. Se volete leggere le altre puntate, ecco qui tutti gli articoli dei nostri dieci mesi in bicicletta nel sud est asiatico

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Leonardo

Cicloviaggiatore lento con il pallino per la scrittura e la fotografia. Se non è in viaggio ama perdersi lungo i mille sentieri che solcano le splendide montagne del suo Trentino e dei dintorni del lago d'Iseo dove abita, sia a piedi che in mountain bike. Eterno Peter Pan che ama realizzare i propri sogni senza lasciarli per troppo tempo nel cassetto, ha dedicato gran parte della vita al cicloturismo viaggiando in Nuova Zelanda, Balcani, Norvegia e molti altri paesi. Ultimamente ha trascorso dieci mesi in bici nel Sud est asiatico e ha attraversato le Ande in bici.

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Commenti  

tirapacchi
# 0 tirapacchi 2011-07-14 11:32
era ora =D
occhio che mangiano i nasi!!!
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Vero
# 0 Vero 2011-07-15 03:49
lo mangiamo tutti i giorni anche noi...sai come si dice..chi va' con lo zoppo...va' piu' lento!!! XD XD XD XD
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