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Diario di viaggio in bici in Liguria

Quest'anno voglio fare un viaggetto in bici di qualche giorno. Sì, lo voglio fare. C'è stata la pandemia... o meglio, c'è la pandemia e molto probabilmente ci sarà. Fino a quando? Boh, nel frattempo non ci si può fermare, le ruote devono scorrere, le catene devono trasmettere la forza sugli ingranaggi, insomma bisogna andare. Ma dove andare? Beh, ci sarebbe solo l'imbarazzo della scelta: andare in Campania come nel 2004, oppure tornare sul percorso a me più caro, cioè la rotta da me più battuta: l'Umbria!

Decisioni irrevocabili

Sì, in fondo l'Umbria è una garanzia: Assisi un porto sicuro, un luogo mistico e al tempo stesso attrezzatissimo. E poi c'è quella Country House a Rivotorto dove si mangia bene e si spende poco. Bisogna solo organizzare un attimo le giornate, magari meglio tre. E poi qualche pezzetto in treno va sempre bene, soprattutto per evitare i tratti di strada più pericolosi. Il primo giorno si può fare come l'anno scorso. Da casa fino a Bracciano, poi in treno fino a Viterbo e da lì giù per Orte. Altro pezzo in treno fino a Spoleto e infine la grande valle Umbra fin sotto Assisi. Sono un centinaio di chilometri in bici e c'è sempre quel riposo ferroviario che aiuta a riprendersi un po'. E-bike o la mia creazione da viaggio, una Btwin da corsa presa da Decathlon 12 anni fa, un vero affare che mi ha già dato tante soddisfazioni?

Mentre decido sul da farsi, me ne vado pedalando fino a Bracciano per un bike stress-test, perdonatemi l'anglicismo, ma in italiano avrei dovuto scrivere: "Prova dei materiali pe vede' se la bici regge oppure se scassa e me lassa pe tera e me tocca chiama' mi moje che me deve veni' a prenne, che poi nun sa a strada, se perde e maaa fa pesa' pe 'n par d'anni". Dicevo, in fondo l'Umbria è bellissima, ma ci sono stato un sacco di volte. E poi ci potrò sempre tornare, sempre che venga reinserito il consenso agli spostamenti tra regioni.

A quel punto matura l'idea di fare qualcosa di diverso, magari più lungo e più lontano da casa. Dov'è che non sono mai stato? Sicuramente in tanti posti, ma per rimanere in Italia, c'è una regione che mi ha sempre affascinato e che in fondo vanta sulle sue strade una delle corse più antiche e più belle: la Milano-Sanremo. Soprattutto la riviera di Ponente, da Genova in poi, mi è praticamente sconosciuta, se non per le immagini che ogni anno arrivano in primavera dal percorso più lungo per una corsa ciclistica professionistica intorno ai 300 km.

Attraverso le mie navigazioni sul web raccolgo informazioni sulle piste ciclabili presenti sul territorio ligure e la cosa si fa assai interessante. I tratti presenti, ma ne sono previsti altri in futuro, sono stati ricavati da segmenti ferroviari dismessi nel corso del tempo. La Liguria è terra decisamente avara di spazio. Sono ben noti I terrazzamenti costruiti dall'uomo per coltivare viti, ulivi e ortaggi, delle opere incredibili realizzate dal genio e dalla fatica umana. Inoltre le spiagge sono rare, c'è fondamentalmente una strada principale che poi è sempre la cara e vecchia Aurelia e più internamente l'autostrada, realizzata prevalentemente in gallerie e viadotti che ogni tanto lasciano scorgere in lontananza il mare. E poi montagne, tante montagne.Gli Appennini, nella loro parte iniziale, e correndo verso ovest, come ogni studente sa, dal Colle di Cadibona, le più maestose Alpi. Insomma, una Santa Marinella in grande. Mare, Aurelia, autostrada e...colline!

Il viaggio può essere contenuto in una settimana o anche meno. Per contenere i tempi, la cosa migliore è raggiungere Pisa in treno e da lì proseguire per La Spezia per una prima tappa. Una novantina di chilometri quasi interamente pianeggianti, salvo nel finale con qualche ascesa pedalabile, per poi arrivare in città e godersi il primo meritato riposo. C'è solo un piccolo problema: il primo treno per Pisa da Cerveteri è alle 7 circa, ma da orario ferroviario sarà operativo solo dal 15 settembre in concomitanza con la riapertura delle scuole. Pertanto ho alcuni giorni per allenarmi e provare i materiali e così faccio. Purtroppo, dopo un promettente avvio di stagione post lockdown, mi sono bloccato sul più bello verso la metà di luglio e ho ripreso da una quindicina di giorni.

Non ho molti chilometri nelle gambe, ma in compenso ho molta voglia, so di avere una buona resistenza anche senza troppo allenamento e poi penso che mi farò le gambe strada facendo. In fondo, non si dice che l'appetito vien mangiando? Ormai tutto è pronto, ho avuto il benestare dalla famiglia - dettaglio per nulla trascurabile -, la bici è testata, i bagagli sono fatti e almeno per i primi due giorni ho stabilito le tappe. Naturalmente non si tratta di niente di non derogabile, ma è sempre meglio avere un'idea di cosa fare. So già che non dormirò molto a causa dell'emozione e di conseguenza il primo giorno sarà abbastanza faticoso. Lungi poi dal pensiero di riposare in treno, la vedo molto dura. Il viaggio durerà circa tre ore e mezza, ma non mi annoierò di certo. Un po' di lettura, qualche sguardo dal finestrino, un'occhiata agli altri passeggeri e il tempo passerà. Mi preoccupa portare la mascherina tutto quel tempo, ma il sacrificio vale la candela. Da Civitavecchia in poi, dopo la discesa dei fracassoni studenti, tutto tranquillo.

Salendo a Marina di Cerveteri noto che nello scomparto dedicato c'è una bici gravel ultimo modello. Da una sbirciata veloce vedo che è di una taglia piccola che si addice a una ragazza e infatti sullo strapuntino ce ne dev'essere una sdraiata, o meglio rannicchiata. Sicuramente dorme, il treno è partito da Roma poco dopo le sei e magari non abita neanche vicino a una stazione. Io, a scanso d'equivoci, ma soprattutto per non disturbare, scendo con tutto il mio armamentario nel comodo spazio riservato alle sedie a rotelle e incastro la ruota davanti in un blocco così da tenere il tutto ben saldo. Poco prima di Grosseto sento scendere la suddetta ragazza, che rimane ammirata dal mio velocipede fatto in casa e mi fa un po' di domande sulla mia destinazione e sul mezzo. È molto minuta, anche graziosa e molto fine. Da come parla, capisco subito che è un tipo veramente sveglio, così anch'io azzardo qualche curiosità. La cosa che mi colpisce è che ha un bagaglio veramente minimo e mi dice che starà qualche giorno in campeggio dalle parti di Grosseto, immagino Castiglione della Pescaia. Così le chiedo dove penserà di dormire, perché non vedo l'ombra di una tenda e francamente neanche troppa altra roba. Lei mi svela che nello zaino (zainetto?) c'è una tenda che si sostiene solo con un paletto telescopico e che per ricaricare il telefono e l'IPad è provvista di un apparato solare che le basta per tutto il giorno.

È praticamente vestita già da mare, con tanto di sandali aperti e pantaloncini piuttosto larghi. Inoltre noto che non ha il casco, per cui glielo faccio con discrezione notare e mi dice che l'ha dimenticato a casa. Ora vorrei aprire una parentesi che spero non sia troppo lunga. Non ho mai posseduto abbigliamento ciclistico pregiato, intendo dire caschi, completini o scarpe costose, ma non sono mai riuscito a pedalare - per quella che non fosse una semplice passeggiatina - senza un minimo di attrezzatura adatta all'uopo. Sono quelle abitudini personali sulle quali sarebbe meglio non disquisire, ma mi fa strano vedere appunto sandali, canottiere e quant'altro addosso a persone che praticano questo sport o che comunque hanno delle velleità cicloturistiche. Saluto quindi la giovane avventuriera, dalla quale prenderò qualche spunto e suggerimento, e mi rituffo nella mia lettura e nei miei sguardi al territorio. Tutto scorre tranquillo fino a quando, a Cecina, salgono quattro grullacci toscani armati di mountain bike elettriche, la più economica delle quali sarà costata sui 2500 euro. Voi direte che sto rosicando, che mi attacco banalmente a queste cose; ebbene no, siete fuori strada.

Quello che mi colpisce è la maleducazione e la caciara che fanno. Sembrano degli adolescenti senza professori in gita scolastica e la cosa che più mi infastidisce è che piombano sulla mia bicicletta e senza alcun riguardo ci appoggiano le loro. A quel punto faccio loro gentilmente notare che forse un po' di cortesia non guasterebbe, in fondo tra ciclisti, di solito ci si aiuta. Più per principio che per danni reali arrecati, gliela faccio leggermente pesare e li aiuto a sistemare i loro costosissimi mezzi. Non vorrei sembrare vanitoso, ma hanno dei fisici molto improbabili e sentendoli parlare tra di loro mi rendo conto che sono proprio infantili. La loro provenienza è inconfondibile. Vernacoliere, aiutami tu!

Pisa per fortuna si avvicina, e si sono fatte quasi le 11. Eccoci nella città di Galileo, naturalmente all'ultimo binario, quello più lontano dal piazzale di uscita. Faccio un blitz velocissimo e mi immetto nell'ascensore, che per fortuna funziona e mi lascio alle spalle i quattro concittadini di Giotto che mi avrebbero fatto aspettare una mezz'oretta, imbranati come sono. Qualcuno di voi avrà già tratto delle considerazioni sul fatto che ho programmato un viaggio in bicicletta e in realtà ho percorso solo quattro chilometri che separano casa mia dalla stazione più vicina. E in realtà dovrò prendere altri treni, soprattutto per tornare. Ebbene, credo che questa fase del viaggio sia veramente la più stressante. Innanzitutto il sistema treno più bici, seppur migliorato molto negli ultimi anni, si rivela ancora, direi, sperimentale, nonostante siano sempre più gli appassionati che ne usufruiscono. I vani per le biciclette, a volte, sono molto piccoli e soprattutto è molto difficile sistemare i mezzi coi sistemi in uso. Bisognerebbe infatti appendere ai ganci dal soffitto la ruota anteriore, ma con tutto il peso e l'ingombro, ovviamente è un'impresa titanica.

Poi c'è il discorso stazioni. Seppur implementate tantissimo e una di questa è proprio quella di Marina di Cerveteri, dalla quale sono partito, ce ne sono ancora troppe e di troppa importanza che non sono adeguate agli standard moderni, vedi Genova Brignole o la stessa Orte. La grande difficoltà consiste proprio nello scendere dal treno ed eventualmente raggiungere un altro binario o salire su un altro convoglio. Personalmente, quando gli ascensori sono fuori servizio, cioè quasi sempre, cerco, almeno in discesa, di far rotolare con molta attenzione la bici sui gradini e fino a lì ci siamo. Il bello viene a salire, perché consideriamo che tutto l'armamentario viene a pesare intorno a 30/35 chili, etto più, etto meno. Insomma, un "bel" lavoro, per niente piacevole, ma a volte indispensabile. Abbiamo parlato in precedenza della e-bike che ho attrezzato anche per viaggiare. Considerate che da sola, senza niente sopra, viene a pesare intorno ai 25 kg. Mettiamoci il mondo che mi porto appresso e arriviamo tranquillamente oltre i 40/45. Praticamente un frigobar da albergo.

Il bagaglio del cicloturista

Ma vediamo un po' come è strutturato il bagaglio di un viaggiatore in bicicletta. O meglio, il mio bagaglio. Perché abbiamo visto che c'è gente che si porta lo spazzolino da denti e poco più, io appartengo invece alla categoria degli affetti dalla sindrome di Diogene. Saranno stati i tanti anni trascorsi in giro per il mondo o la mia indole, ma a me non piace rinunciare alle comodità e soprattutto preferisco avere sempre con me delle alternative, sia per il vestiario che per l'intrattenimento. Breve elenco a memoria del carico (ma potrei sbagliare per difetto): borse posteriori e anteriori laterali, un'altra supplementare posteriore centrale, una borsetta al manubrio, due portaborraccia, pompetta d'emergenza. Vediamo ora cosa c'è dentro. Intanto, una salopette con fondello estiva e una maglia ciclistica di ricambio con dei calzini, sempre per uso sportivo. Poi delle ciabatte infradito, una maglietta e un paio di boxer per dormire e un piccolo nècessaire da bagno. Un paio di bermuda di cui uno da mare e un paio di magliette, con l'aggiunta di una felpa leggera per la sera casomai la temperatura dovesse calare. Inoltre - ed è la cosa che va a inficiare molto sul peso - una scorta di ferri e pezzi di ricambio quali camere d'aria, pezze tappabuchi, tutte cose direi indispensabili. Poi c'è l'inseparabile iPad con i caricabatterie e i relativi cavetti. Infine portafogli, power bank solare, tazza di plastica con spirale scalda acqua per la colazione, con ovviamente il cappuccino liofilizzato.

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Il viaggio ha inizio

Ma torniamo al viaggio. Siamo a Pisa: come testimoniarlo per bene? Ovvio, con un selfie in Piazza dei Miracoli con la mitica Torre pendente. Detto fatto e in cinque minuti sono sul posto. Caffè veloce e si parte finalmente per l'avventura. Dopo pochi km di piste ciclabili si imbocca l'Aurelia e la prima meta è Migliarino. A questo punto ci sarebbe una deviazione che porta verso il mare da dove poi una strada sterrata costiera conduce a Torre del Lago Puccini, ma non conoscendola, non mi avventuro con la mia bici, in quanto i miei copertoncini misurano appena 28 mm e l'idea di impantanarmi nella sabbia e di dover proseguire a piedi spingendo non mi fa proprio impazzire. Così proseguo nel traffico di questa strada statale a me così familiare e finalmente in prossimità di una rotatoria mi addentro nella succitata Torre del Lago. In un attimo sono a Viareggio e, diciamo, qui comincia il bello.

Siamo ormai in bassa stagione, i negozi sono chiusi per l'ora di pranzo ed è un bel vedere, quando a un tratto mi succede un inconveniente a dir poco bizzarro. Vado per fare una foto col telefono e, pur sbloccandolo con l'impronta, non mi appare nulla. Tutto nero! Mi viene la pessima pensata di spegnerlo e riaccenderlo e... decisamente peggio, perché a quel punto bisogna reinserire il codice PIN di sblocco. E non si vede niente. Che faccio, lascio perdere o mi incaponisco come al solito? La seconda, ovviamente! Provo a chiamare mia moglie da una cabina (spoiler: ne esistono ancora) ma lei vedendo un numero sconosciuto in pratica riattacca, credendomi il solito scocciatore dei Call Center. Riprovo e non avendo molte monete, sembro Manfredi in Straziami ma di baci saziami quando chiama Don Antonio parlando velocissimo, sparando dieci domande in una frase continua senza pause, salvo scoprire che non stava parlando con Don Antonio, ma con San Benedetto del Tronto.

- "Amore, sono io! Mi si è ingruppato il telefono, lo schermo è tutto nero! Cerca su internet cosa si deve fare in questi casi! Sono messo male. Ti richiamo".

- Seconda telefonata, giocoforza velocissima: "Allora amore, che mi dici?".

- "È successo anche a me, è una cavolata: cerca un posto buio, ma molto buio, perché sembra completamente nero, ma non lo è. Dovresti riuscire a vedere i numeri, sbloccarlo e poi dovresti riuscire ad alzare la luminosità".

- "Grazie amore mio, come farei senza di te?"

Sapevo che sarebbe stata una cacchiata di poco conto... meno male che non mi sono fatto prendere dalla foga. Ora cerchiamo un posto buio, ma molto buio... È 'na parola, al mare, all'una del pomeriggio, con un sole che spacca le pietre, dove lo trovi un posto buio? L'unica è entrare in un negozio o in un bar per poi usufruire del bagno, ma pare facile. E la bici con tutta la roba? Quando a un tratto passo sotto una fitta coltre di alberi che sembra quasi una foresta tropicale impenetrabile dal sole. Mi fermo, mi copro tutto, guardo lo schermo e intravedo una flebile luce, ma veramente quasi nulla. Compongo il codice, andando a naso e la prima volta sbaglio. Ho ancora due tentativi dopodiché si bloccherà definitivamente. Anche il secondo tentativo va a vuoto. Cerco di mantenere la calma, mi concentro e..."che luce sia", anche stavolta l'ho scampata.

S'è fatta 'na certa e un pizzico di fame m'è sopraggiunta. Nel frattempo sono arrivato nella rinomatissima e chicchettosissima Forte dei Marmi, meta di milanesi facoltosi e negli ultimi anni soprattutto di ricconi dell'Est Europa. In effetti i prezzi non sono da poveracci e, in ottemperanza ai miei principi, cerco una rosticceria. Prendo due tranci di schiacciata e una bibita per la modica cifra di 13 €. Pensa se mi fossi seduto a un tavolo di un ristorante vero! La Versilia è ormai alle spalle e si attraversa la provincia di Massa e Carrara - niente di che, in realtà. Le spiagge sono poco curate e ci sono diversi insediamenti industriali legati alla lavorazione e all'esportazione del marmo, vero oro locale. A destra, infatti, si stagliano le Alpi Apuane, con il loro inconfondibile colore bianco ed è bello immaginare come da qui siano passati tanti monoliti che poi sono diventati capolavori della scultura, come la Pietà o il Mosè.

Ormai siamo quasi in Liguria, il confine è rappresentato dal fiume Magra, che viene scavalcato attraverso un bel ponte, dopodiché inizia un tratto di strada abbastanza trafficato, ma non pericoloso. Ho percorso una sessantina di chilometri e ne mancano una trentina, più o meno. All'altezza di Romito Magra si svolta a sinistra e inizia un po' di salita. La temperatura è sempre molto calda e mi fermo presso un distributore automatico di bevande decisamente economico dove mi scolo una lattina di limonata e una bottiglietta d'acqua frizzante. Terminata la salita, trovo una galleria - questi tratti sono spesso delle trappole - ma questa è breve, illuminata e per giunta in discesa; quindi la percorro in un attimo e subito dopo mi trovo di fronte il Golfo della Spezia, altrimenti detto Golfo dei Poeti. Ci sarebbe da visitare Lerici, che dev'essere deliziosa, ma tocca scendere e risalire e non è che mi vada molto con questo caldo. Pertanto proseguo dritto in mezzo a cantieri navali e insediamenti militari fino a che non intravedo la mia meta finale di oggi. Faccio un'altra breve sosta per un caffè e un rabbocco d'acqua dopodiché sono in città.

Con mio sommo disappunto, leggo da un pannello informativo che alla Spezia vige l'obbligo di mascherine anche all'aperto e la cosa mi indispettisce non poco. Non mi rendo conto, per fortuna, che questa sarà la tortura che ci aspetterà nei mesi a seguire e che tutt'ora, mentre sto scrivendo, è una delle cose che sopporto peggio e che trovo nella maggior parte dei casi assolutamente inutile. Ma torniamo al nostro viaggio e vediamo come ci siamo sistemati per la prima notte. Dopo lunga ricerca, la mia preferenza è caduta su un affittacamere dietro la stazione che per 37 € mi offre una camera matrimoniale uso singola con bagno privato, con WiFi e un voucher per consumare una piccola colazione in un bar convenzionato. Direi che si può fare, no? Chiamo il tipo da sotto il palazzo e dopo poco arriva. È gentile e disponibile e mi dice che, se voglio, posso lasciare la bici legata alla ringhiera delle scale. Non mi fido molto, il palazzo non è un granché e scorgo anche delle facce poco raccomandabili, quindi gli chiedo se posso portarla su. Permesso accordato, e mi aiuta che a portare su i bagagli. Espletiamo le formalità di rito, pago e mi ritiro in camera stanco e soddisfatto. L'arredamento non è il massimo, ma ho visto di peggio. Il bagno è più che passabile, c'è anche il phon e... che doccia sia! Mi rilasso un'oretta, chiamo casa e capisco, dai rumori che provengono dall'esterno, che sarà molto difficile dormire la notte che seguirà. Come detto, siamo dietro la stazione centrale e c'è decisamente molto traffico. Inoltre, i convogli ferroviari passano da binario a binario e lo stridere delle ruote sulle rotaie è veramente rumorosissimo. Ma che casino c'è alla Spezia, tra treni, navi, cantieri e ovviamente automobili? Mah!

Così mi butto nella mischia per cercare un posto dove mangiare, munito di mascherina in faccia che mi urta il sistema nervoso, ma tant'è. Giungo nel centro pedonale e dopo un paio di "vasche" per scegliere il ristorante, mi siedo all'aperto in una pizzeria che dovrebbe essere napoletana, ma in realtà non lo è. Me la rischio, ma mi va bene. Insalata di mare calda e una pizza fritta con due boccali di birra: me li sono meritati o no? Cerrrrrto che sì! Altri due passi dopo cena e un passaggio veloce a comprare dell'acqua e altri piccoli generi di conforto per la notte, dopodiché rientro in camera e solito "traccheggiare" per tirare tardi, sperando di dormire. E intanto i treni passano...

Come prevedibile, dormo poco e male, ma chi se ne frega, ho talmente voglia di andare che non mi ferma nessuno. Preparo tutto con meticolosità e porto giù bici e bagagli. Il fatto che debba lasciare le chiavi dentro mi mette un po' d'ansia, dato che quando sono a casa quasi tutte le volte rientro a prendere qualcosa. A 'sto giro non devo sbagliare niente e, per fortuna, così va. Con-cen-tra-zio-ne, chesta è a parola. A trovarla, però... Così si parte e, non conoscendo bene la città, mi affido al navigatore sul telefono. Mai fu commesso errore più grosso nella storia dell'umanità. Infatti, a un certo punto, sto deficiente mi fa svoltare per una strada che si rivela subito molto impegnativa. Direi una salita all'8-9 %, praticamente una rampa di un garage, ma per 5/6 km. Non ho rapporti molto agili e infatti dopo questo viaggio provvederò a cambiarli, ma in qualche modo me la cavo. Non sono certo stanco, ma sono sicuramente "freddo", come si dice in gergo. Avrò percorso al massimo dieci minuti di strada e l'unica cosa che mi consola è che dopo ogni salita c'è una discesa. Ma arivace! ("Arrivaci", per i non romani) E così è. E che discesa, poi. Praticamente, dopo lo scollinamento e una breve galleria ci si trova di fronte al Mar Ligure e si è subito nel comprensorio delle Cinque Terre. Uno spettacolo fantastico che subito mi ricorda la Costiera Amalfitana, con la stessa tecnica dei terrazzamenti per la coltivazione della vite e degli ortaggi, un dato che rappresenta la tenacia e la capacità dell'Uomo di adattarsi alla durezza della terra.

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Qui non si vedono limoni però... A proposito, ho scoperto, una volta in cima, che c'era una strada molto più comoda che saliva con pendenze molto più "umane" che forse era leggermente più lunga, ma... va beh. Belle le Cinque Terre, ma se scendi al mare non risali, o meglio risali ma con tanta, tanta fatica. E quindi saltando il primo paese, Riomaggiore, decido di scendere giù a Manarola da dove proseguirò in treno fino a Levanto per intraprendere successivamente la pista ciclabile fino a Framura. Scendo, scendo e scendo dunque fino al mare (sarebbe proibito il transito alle biciclette, ma ho il treno dopo pochi minuti e infrango la legge scriteriatamente...). Carico la bici abbastanza facilmente e scendo quindi a Levanto.

Appena inizia la ciclabile sono subito in galleria e la temperatura è di almeno dieci gradi inferiore. La percorro quindi fino ad arrivare a Bonassola e mi fermo per un caffè al volo presso un bar molto carino fronte mare. Qui una coppia mi fa le solite domande di rito, da dove vengo, dove sono diretto e inizia una piacevole conversazione. Anche loro hanno fatto dei viaggi in bicicletta e lui mi dice di essere originario di Roma, ma trapiantato a Parma da tanti anni. Abbiamo la stessa età e mi dice che si unirebbe volentieri a me, ma credo che in realtà non rinuncerebbe mai alla goduria di questo mare in bassa stagione, anche perché, da quello che mi raccontano, hanno l'aria di spassarsela alla grande. Quando vado per pagare il mio caffè insiste per offrire lui e accetto con piacere. Un piccolo gesto, ma molto gradito, che prendo come un portafortuna. Grazie Massimo, a te e alla tua simpatica signora. A buon rendere!

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Riprendo quindi la marcia, sempre su questa meravigliosa ciclabile, seppur breve, e arrivo alla stazione di Framura. Qui la cosa si fa leggermente complicata perché devo prendere un ascensore mettendo la bici in piedi e poi devo fare una piccola gimcana tra le barche del porticciolo per raggiungere il fabbricato viaggiatori. Un po' faticoso, ma molto pittoresco. Il treno per Genova è dopo circa tre quarti d'ora, pertanto decido di ingannare l'attesa mangiando un boccone in un baretto che si trova sotto i binari, naturalmente fronte mare. Solita stradina tortuosa e spazi ristrettissimi, ma abbiamo visto che è assolutamente una prerogativa locale. Birretta e toast e siamo pronti per ripartire. Ho deciso di saltare praticamente tutta la zona che va da qui a oltre Genova, un po' perché la conosco abbastanza e un po' perché sono comunque vincolato dal tempo. Mi piacerebbe stare fuori per un bel po' di giorni, ma il budget che ho stanziato non sarebbe sufficiente. Così rimonto in treno e mi godo comunque lo spettacolo della riviera di levante in un susseguirsi di cittadine che ricordo essere deliziose. Passo Sestri Levante, Lavagna, Chiavari, col torrente Entella che dà il nome alla squadra di calcio, poi Rapallo, Santa Margherita Ligure, col golfo del Tigullio, Recco, Bogliasco, Nervi e infine Genova, la Superba. Praticamente una stazione ogni tre minuti.

Qui avviene un fatto strano. Il treno sul quale sono salito - secondo i miei calcoli - dovrebbe proseguire per Ventimiglia. Io dovrei scendere ad Arenzano per prendere poi una ciclabile che dovrebbe condurmi quasi fino a Savona, da dove poi si deciderà cosa fare. Non ho nessuna prenotazione e mi sono affidato un po' alla sorte. Il treno invece si ferma a Genova e a questo punto scendo, armi e bagagli. La stazione è di vecchio tipo, quindi dal vagone al marciapiede è un bel salto, ma pazienza. Mi metto ad aspettare, quando a un certo punto mi accorgo che il treno per Arenzano è lo stesso dal quale sono sceso. "Arimonta su" col carrarmato e risistema tutto, A I U T A T E M I !

Nell'attesa intraprendo una piacevole conversazione con un conduttore (non è quello che guida il treno, quello si chiama macchinista). Lo so, tutti lo chiamano il controllore, ma a me piace essere preciso. O pignolo. O pedante, fate voi. Dalla chiacchierata apprendo che la stazione di Genova Brignole non si riesce ad adeguare agli standard europei, cioè con marciapiedi a raso delle vetture e con l'abbattimento di alcune barriere architettoniche, perché c'è talmente tanto traffico che non si può bloccare nemmeno un binario. "E così andremo avanti in eterno", dico io. Ma va così... Ovviamente anche lui mi interroga sui dettagli del mio viaggio e io lo metto al corrente che scenderò ad Arenzano etc. etc. Così a Genova Voltri mi saluta, augurandomi buon viaggio e mi dice che la mia stazione sarà la prossima. "Grazie, buon lavoro e buon proseguimento".

Mi preparo a scendere, ormai lo sapete, è una piccola impresa, ma con mia somma sorpresa il treno prosegue la sua corsa direttamente verso Savona. Dato che non posso scendere al volo, anche se ci ho pensato per un attimo, giusto uno, sono costretto a cambiare programma. È vero che mi sono portato un bel po' avanti, ma il viaggio doveva essere in bici, non in treno; così arrivo a Savona e mi butto direttamente sull'Aurelia, neanche fossi a Ladispoli e tiro dritto. Passo il porto di Vado Ligure, vincitore della prima Coppa Italia (non lo sapevate, eh?) e in pochi minuti arrivo a Spotorno. È una delle tantissime cittadine sul mare che si incontrano a distanza di pochi chilometri l'una dall'altra, ma ricordo che veniva spesso citata negli sketch di Cochi e Renato quando prendevano in giro i milanesi. Sono infatti loro, principalmente, ad affollare un po' tutta la Liguria e anche quest'anno ce ne sono parecchi, nonostante siamo a settembre inoltrato. Ma si sa, la stagione è iniziata in ritardo e quindi è come se fosse ancora Ferragosto.

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Eh già, anche i prezzi sono da ferragosto! Chiedo a una gentile receptionist il prezzo di una stanza singola di un hotel fronte mare e mi spara un bell'80€. Si scusa pure, perché lo sanno di essere esosi, ma francamente sono un po' troppi, nonostante le scuse... Trovo allora sull'applicazione di Booking un albergo che affitta a 35 € e che dalle immagini non sembra male, anche se poi le recensioni parla di una struttura datata e di scortesia al ricevimento. In pochi minuti sono là e verifico de facto che le recensioni sono vere. L'impiegata è a dir poco odiosa, ma il prezzo si confà e c'è anche la colazione. Buttala via... Si offrono - non la odiosa - di parcheggiare il mio mezzo in sala TV che è inutilizzata e a questo punto salgo in camera. Non c'è aria condizionata, ma c'è un ventilatore, l'ambiente è grande e il letto, beh, ne ho visti di peggiori. Quello che è assurdo è il bagno. Praticamente una cosa da lillipuziani. Io che sono di taglia assolutamente normale non riesco a insaponarmi nella doccia. Devo chiudere l'acqua e farlo con parte del corpo fuori. Mi chiedo un bisteccone che capita qui come potrebbe fare. Semplice, non si lava... Ma tutto sommato chi se ne frega, la giornata è stata bella, ho voglia di fare anche il bagno, cosa abbastanza rara per me e in quattro e quattr'otto sono in spiaggia; naturalmente ci vado in bicicletta, così perlustro anche il centro e qualche posto dove mangiare. Mi butto in acqua, spiaggia di sassi quindi sembra più pulita di quello che magari è e dopo aver chiamato casa mi prendo una birretta (per reintegrare i liquidi, ovviamente), così abbiamo fatto anche l'aperitivo.

In quanto ai ristoranti, leggo dei prezzi un tantinello esagerati e così, dopo essermi preparato "a modino" me ne vado in una friggitoria dove consumo praticamente due pietanze fritte, cioè quanto di più un atleta dovrebbe evitare. Ma infatti io non sono un atleta, sono un viaggiatore, cosa ben diversa! Finito di mangiare, me ne vado un po' sul lungomare a godermi il fresco e mi fumo anche un sigaro, sempre per il fatto dell'atleta... Ora si può tornare in albergo e magari provare anche a dormire, ma si sa che io non sono proprio avvezzo ad addormentarmi presto. Così cincischio come al solito, parlo con l'amore mio e sto un po' sul tablet, poi finalmente crollo. L'indomani mi reco in sala colazioni e faccio una buona scorta di carboidrati che son certo brucerò presto. Preparo il mezzo rimontando le borse e il resto. Mentre faccio tutto ciò, di fronte all'entrata, un tipo con un macchinone esagerato mi nota e non può esimersi dal chiedermi da dove venga, dove vada etc. Ora, direte giustamente che non mi faccio i cavoletti miei, ma mi chiedo come si possa possedere un'auto così costosa - credo almeno 40.000 € - e scendere in un hotel così "scrauso"? È proprio vero che per certa gente la macchina è come una coperta. Perdonatemi il pettegolezzo, ma strideva troppo la cosa.

Comunque, il terzo giorno di pedalate sta iniziando e sarà, occhio e croce, quello più impegnativo, ma decisamente il più interessante. Sono previsti un centinaio di chilometri, di cui 24 di pista ciclabile tra San Lorenzo al mare e Ospedaletti, un quarto d'ora dopo Sanremo. Ma prima di arrivare a imboccare questo spettacolo di strada, ci sarà un lungo tratto di Aurelia con l'attraversamento di tante cittadine che poi andrò a elencare. In pratica siamo sul percorso della leggendaria Milano-Sanremo. Quest'anno, causa la ben nota emergenza sanitaria, la gara è stata disputata a Ferragosto con una sensibile variazione di percorso. Infatti, contrariamente al solito, non si è transitati per il Passo del Turchino, ma la corsa è stata deviata dalle Alpi Liguri direttamente verso Imperia. Quindi sarò io a testare l'asfalto, come sempre rinnovato. E non è un privilegio da poco. Le sensazioni sono buone, il mare sulla sinistra è spettacolare e così lasciando Spotorno, in pochi minuti sono a Noli, poi attraverso Varigotti e successivamente giungo a Finale Ligure. Ho sentito parlare molto bene di Pietra (sempre) Ligure e approfitto per prendere un altro caffè e visitare il suo centro storico antico. Merita davvero! Dopo Pietra sono a Loano e infine attraverso la piana di Albenga. Questa parte non è molto interessante, mentre viceversa nei primi chilometri ho potuto gustare dei bei panorami, sia guardando il mare che volgendo lo sguardo alla mia destra, dove rocce minacciose incombono sulla mia testa. Ecco ora la famosa (?) Laigueglia. Ma sì, famosa per noi appassionati di ciclismo, perché ogni anno vi si svolge (svolgeva?) la corsa inaugurale della stagione nel mese di febbraio. E questo la dice lunga sulla mitezza del clima. Insomma, proprio uguale a Santa Marinella, che vi dicevo?

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Dopo aver passato Alassio, famosa per il suo "Muretto", mi arrampico su per il Capo Mele, la strada è tutt'altro che piatta, anzi è un saliscendi continuo. In gergo si chiamano "mangia e bevi". Non chiedetemi di chi sia il copyright, ma ormai è diventato linguaggio universale. In uno di questi brevi strappi incrocio un altro viaggiatore e mi accodo timidamente. Ha una bici da corsa molto simile alla mia - sebbene di marca - e vedo che è molto carico. Sul posteriore ha una grossa sacca arancione e sembra destinato a fare un giro piuttosto lungo, o almeno credo. Si accorge di me e iniziamo a parlare. Scopro che è di Genova, è partito al mattino e dormirà a Diano Marina in tenda per poi fare il percorso inverso l'indomani. È molto socievole, come spesso accade, e mi dà anche qualche dritta che faccio subito mia. Mi sembra grandicello e quindi, con molta discrezione, gli chiedo l'età. Praticamente sei anni più di me e la cosa mi rinfranca molto, perché in questa fase della mia vita faccio un sacco di programmi e volo molto con la fantasia, ma non è che abbia tutto questo tempo davanti. Anche se dovessi vivere come i miei genitori, ho un'aspettativa di vita di una ventina d'anni o poco più. Ma a ottant'anni sarà un po' difficile fare sta roba qua. Quindi se il tipo ha 66 anni e si avventura da solo così, può essere solo una buona notizia. Parla che ti riparla, arriviamo a Diano e il mio compagno occasionale mi scorta fino a una salita da dove si può imboccare una deviazione molto comoda per arrivare a Imperia a traffico quasi zero. Lo ringrazio, gli auguro buon soggiorno e faccio due foto da mandare alla famiglia e agli amici che mi seguono in questa avventura.

Così, in pochi minuti, sono a Imperia, che come tutti sapranno nasce nel 1927 dall'unione di due centri: Oneglia e Porto Maurizio. E deve il suo nome al torrente Impero che l'attraversa. Lo sapevate, vero? Scelgo di fare un'altra breve sosta mangereccia proprio a Porto Maurizio e scambio due chiacchiere con altri avventori simpatici. Poi riparto alla volta di San Lorenzo, dove finalmente sarò sulla ciclopista che mi condurrà nell'estremo Ponente. Lascio dunque la mitica Aurelia e mi inoltro su questo gioiellino di percorso provando anche un certo relax dopo tanti chilometri di strada abbastanza trafficata. Al momento del mio passaggio, la parte di ferrovia dismessa da Imperia a San Lorenzo è in via di trasformazione, cosa che consentirà di allungare il tracciato di diversi chilometri e creare una continuità direttamente da Diano Marina, dove ho lasciato il mio compagno di viaggio. Il percorso è veramente molto bello e si tratta praticamente di un unicum in Italia. Certamente esistono piste ciclabili più lunghe, ma così a sbalzo sul mare è difficile trovarne. Naturalmente il dislivello è praticamente inesistente, dato che le pendenze ferroviarie sono veramente minime e ciò consente di praticare delle belle passeggiate anche a persone non allenate e soprattutto a famiglie con bambini. Io ci sono capitato di mercoledì, ma credo che nei fine settimana ci sia un gran traffico e di conseguenza te la puoi godere un po' meno. (Xe pien de putei, direbbero a Venezia).

Al dunque, la percorro in un'ora e quando sono a Sanremo, mi reco subito in via Roma, dove la corsa ha posto il suo traguardo per la maggior parte delle volte. Devo dire che mi emoziono un po'; penso a Eddy Merckx e a Saronni, a Moser e a Dancelli, che qui vinse nel 1970, quando ero bambino. Mi sento orgoglioso di aver raggiunto questa parte d'Italia così periferica cavalcando il mio "potente" mezzo. Ovviamente decido di raggiungere la fine della pista che poco dopo Sanremo si inoltra in galleria ed è probabilmente il tratto più affascinante. Infatti sulla volta e lungo le pareti sono affisse immagini che rievocano i vincitori della corsa dalle origini ai giorni nostri. Il tunnel è veramente lungo e decisamente fresco e umido e alla fine si sbuca nel piccolo centro di Ospedaletti, un posto decisamente più tranquillo di Sanremo, che ha tutti i crismi di una grande città. Mi ricorda molto Nizza, che in fondo dista veramente poco - evidente l'influenza francese in questa parte di terra. Quando scorgo una fontanella sul lato della pista, decido di fare rifornimento e su una panchina c'è una signora che si sta asciugando i piedi. Si incuriosisce anche lei e intavoliamo una piacevole conversazione. Mi dice che è di Milano e che, essendo in pensione, soggiorna spesso qui approfittando della sua casetta. Capisco che dev'essere molto pratica e le chiedo se conosca un posto economico dove dormire, perché non ho molta voglia di tornare indietro. Oltretutto, dovendo riprendere il treno, preferisco farlo da Bordighera, che si trova qualche chilometro più avanti, dato che la nuova stazione di Sanremo è praticamente come una fermata della metropolitana ed è molto scomoda da raggiungere per via di tapis-roulant e scale mobili varie. Gnaaaa posso fa'!

La scalata impossibile

La simpaticissima e gentilissima signora mi informa che una sua amica ha un B&B nei pressi e le telefona addirittura. Me la passa e mi metto d'accordo per 40 € senza la colazione, che potrò eventualmente consumare se lo desidero. A questo punto mi faccio dare l'indirizzo e congedandomi dalla signora ringraziandola calorosamente per la sua simpatia e disponibilità, parto alla volta del mio alloggio, convinto di poter tornare in spiaggia e potermi buttare in acqua di lì a poco. Inizia così la mia scalata verso il cielo, perché dopo poche centinaia di metri mi accorgo che la strada è tutta in salita e una volta dovessi riuscire ad arrivare, sarà difficile riscendere al mare e risalire. Capirete che con tutto il carico che mi porto appresso, non è proprio una passeggiata, soprattutto dopo un centinaio di chilometri già fatti. Quando ormai mi sono rassegnato a rinunciare al mio bagnetto in spiaggia, inizia un tratto di salita al 10%, praticamente ancora una volta la rampa di un garage e dopo un centinaio di metri sono costretto a fermarmi causa rischio ribaltamento. Do un'occhiata al telefono per vedere a che punto sono rispetto alla meta e capisco che manca ancora parecchio. Chiamo allora la proprietaria dell'alloggio chiedendole quanto duro è in realtà il proseguimento della salita. Lei mi fa capire che è più o meno tutta così e si offre addirittura di venirmi a prendere con la macchina: veramente gentile. Io però le faccio cortesemente notare che sarebbe assai complicato smontare tutto e caricare i pezzi sull'auto e che, malgrado tutto, sono costretto a rinunciare. Lei capisce la situazione e le chiedo se può indicarmi un'alternativa in zona. Mi dice che c'è un albergo fronte mare che dovrebbe essere economico e sicuramente comodo anche per trovare un ristorante per la sera. La ringrazio e chiamo subito questo hotel.

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Dall'altro capo del filo mi risponde una donna, mi dice che il prezzo è di 45 € senza colazione e che la camera è disponibile. Ci arrivo in pochissimi minuti e grazie alle divinità la strada è tutta in discesa: quando entro nell'atrio (hall sarebbe esagerato) ho la sensazione di essere stato trasportato nel tempo, direi negli anni '60 del '900. È tutto vecchio, le luci sono spente, c'è un'aria di degrado diffuso che mi fa subito chiedere chi potrà mai venire in vacanza in un posto così, a parte un ciclista viaggiatore stanco che non ce l'ha fatta a scalare l'ultimo gradino. Ma pazienza, ormai non ho più alternative e in fondo si tratta di una notte - che sarà mai? Così mi faccio coraggio, lascio la bici in una specie di cortiletto e vado a prendere possesso della mia "lussuosa" camera. Pensavo peggio, onestamente. Il bagno è datatissimo, ma la doccia è meno peggio di quel che sembri. Mi cambio subito, dopo essermi dato una sciacquata veloce e corro al mare prima che faccia buio. È giusto lì di fronte, basta attraversare la strada e una volta messe le terga in acqua, mi convinco che in fondo è stato meglio così. Quando mi sto godendo il fresco e sto rilassando i muscoli delle gambe, abbastanza provati, sento un pizzico fortissimo ad una coscia e caccio un urlo che attira l'attenzione di altri bagnanti. Mi dicono che ci sono dei pescetti tremendi che lo fanno, lo fanno... Addio relax!

Torno quindi nel mio hotel "extra lusso" e passo alla reception a chiedere la password per il WiFi. Noto che c'è un ragazzo sulla trentina, che purtroppo dev'esser affetto da problemi mentali; intuisco che sia il figlio dei proprietari e alla mia richiesta mi scoppia a ridere in faccia in modo sguaiato. Interviene allora il padre rimediando all'imbarazzo e la mia sensazione è di stare vivendo un film. Poco male: è una notte, che sarà mai? Quando vado su in camera, sento nel corridoio un gran vociare e noto che le porte delle stanze sono aperte, ma non do troppo peso alla cosa. Doccia, relax e poi si va in cerca di cibo. Ci sono un paio di posti che sembrano avere delle pretese e di conseguenza li evito. Poi, dopo un paio di vasche sul lungomare, mi siedo in una trattoria che sembra fare al caso mio. Il cameriere, un arabo integratissimo tanto da sembrare napoletano, mi propone le trenette al pesto e, dato che sono da tre giorni in Liguria e non ne ho vista l'ombra, accetto incondizionatamente. Prendo anche delle cozze alla tarantina e delle verdure grigliate e devo dire che, sia come qualità che come quantità, sono molto soddisfatto. Mi congedo lasciando ovviamente la mancia, altrimenti mia figlia Giorgia, cameriera ad interim se la prende e vado a smaltire la cena passeggiando sulla ciclabile a lato. Torno infine nella mia lussuosa dimora e inganno un po' il tempo sperando di dormire non tropo tardi, come mio solito. Parlo con la "mugliera" e infine mi distraggo come sempre sul tablet. A un tratto odo dal corridoio e dalle camere accanto le voci di prima, ma con un tono decisamente più alto e penso che in fondo ci sta, visto il livello della ricettività. Però stavolta non solo parlano a voce alta, litigano proprio. Hanno un accento non definibile, ma sicuramente del nord e mi chiedo cosa possa fare lì questo manipolo di uomini soli. Il paese non è interessantissimo, non ci sono attrazioni particolari, capirei se fossimo a Rimini o a Jesolo ma le mie domande restano ovviamente vane.

Passano i minuti e questi non hanno nessuna voglia di smettere. In realtà ce n'è uno che sembra particolarmente irato e un altro che prova a calmarlo. Dalla finestra del bagno, che è attaccata al loro, si sente tutto e capisco che, complice l'alcol, non sarà facile che il tipo si acquieti. Comunque non è ancora tardissimo e confido che quantomeno la stanchezza prenda il sopravvento, sia per loro che per me. E invece niente. A un tratto sento sbattere una porta ed evidentemente è l'energumeno che sta andando a farsi due passi. Immagino la cosa possa finire là e, pur lasciando una luce accesa, provo a prendere sonno. Quando sento che Morfeo è pronto ad accogliermi tra le sue braccia, all'improvviso sento urlare in mezzo alla strada, parolacce e altri improperi, così d'istinto mi alzo e vado alla finestra. Butto un occhio sulla via e scorgo l'energumeno che proprio in quel momento volge lo sguardo in alto e attraverso le stecche della persiana vede la mia sagoma. Non faccio in tempo a ritrarmi che lui mi grida testualmente questo:"Uè, che c**zo vuoi te, vaffanc*lo, dico a te, biondino!". A parte che neanche da giovane sono stato mai biondino, ma quello che mi preoccupa è che il pazzo venga su e ponga in essere le sue minacce. La porta della camera la sfonderebbe anche un bimbo di sette anni, tanto è leggera. Così mi predispongo alla lotta, pur non disponendo di nessun mezzo adeguato, se non le mie nude mani. Nel frattempo s'è fatta 'na certa e di dormire non se ne parla. Rimpiango di non aver fatto tutta la salita e di non aver alloggiato in collina, in fondo sono stato pure pizzicato da un simpatico pesce... che altro potrà mai succedere?

E comunque non si dorme. I tipi non hanno nessuna intenzione di smettere, fa caldo e non posso chiudere le finestre, altrimenti si soffoca. Non è il caso di protestare con i gestori, i quali sicuramente staranno dormendo e poi non mi fate dire altro, che non sarebbe proprio politically correct. Alla fine crollano anche loro, per fortuna, ma la mia preoccupazione è quella di non incrociarli al mattino. Così punto la sveglia alle sei, conto di essere fuori per le sei e mezza e il gioco è fatto. "Ma manco per niente" avrebbe detto la mia mamma. Infatti quando scendo sono tutti in quella che dovrebbe essere la sala colazioni e in realtà è uno squallido salone che definire vintage è un grande complimento. Non devo usufruire di nulla, quindi pago - malvolentieri - il mio conto e in pochi minuti vado a godermi l'alba, che in questo caso è giustamente a Levante, come dice la parola stessa.

Come programmato arrivo a Bordighera, graziosissima cittadina posta poco prima di Ventimiglia. Ho tempo per una colazione vera al bar mentre aspetto il treno, dopodiché salgo sul regionale per Genova e mi godo lo spettacolo. Ci sono molti tratti in galleria, perché quando hanno ricostruito la linea, lo hanno fatto più a monte, ma ci sono ancora alcuni tratti originari che lambiscono il mare e sono ancora a binario unico... Così scendo di nuovo a Savona, che ormai conosco bene, e mi dirigo verso Varazze, per poi percorrere il tratto di ciclabile fino ad Arenzano, cioè quello che avevo mancato all'andata. Passo anche per Albissola Marina e scorgo i cartelli che indicano la direzione per Albisola Superiore. Mi accorgo subito che manca una S, ma noto anche che sono scritti tutti così. Per lo meno strano. E infatti c'è una curiosità della quale ci tengo a mettervi al corrente, anche se non ve ne po fregà de meno. Ebbene, Albisola si chiama così per un errore di trascrizione del 1915 mai corretto, evidentemente. Curioso, ma tant'è, come se ci fosse Marina di Pisciotta e Pisciota Superiore. Valli a capire... A questo punto devo decidere sul da farsi. Rimanere ancora un giorno in viaggio o affrontare il lungo cammino che mi porterà a casa cambiando almeno quattro treni, con conseguente fatica?

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Decido di fare una via di mezzo, quando a un certo punto mi arriva una telefonata. È un caro amico, che ho messo al corrente della mia piccola impresa ed essendo anche lui ciclista, è molto interessato al mio destino. Mi rivela di essere proprio a Genova per lavoro, anche se ripartirà di lì a poche ore e in questo momento si trova in compagnia di un altro amico comune che invece risiede a Bogliasco. Così me lo passa e lo ragguaglio sui miei programmi. Mi offre ospitalità a casa sua e mi dice di pensarci, se me la sento. Lo ringrazio e gli dico che lo chiamerò più tardi quando sarò sul treno. Salterò infatti di nuovo Genova e deciderò successivamente sul da farsi. Sono molto combattuto: vorrei stare in giro ancora per giorni, ma effettivamente sono un po' stanco. Sono partito, con pochi chilometri nelle gambe e tra una cosa e l'altra 250 in tre giornate, con una bella zavorra sopra. Mi dispiace l'idea di rifiutare l'invito, ma alla fine mi faccio coraggio e scrivo all'amico declinando gentilmente la proposta. Lui ci rimane un po' male, ma ormai la decisione è presa. Scendo a Sestri Levante e faccio solamente un tratto di strada che ho visto sulla mappa, ma dopo pochi minuti mi accorgo che non potrò proseguire dopo Riva Trigoso, sede dei famosi Cantieri Riva. C'è infatti la solita ferrovia dismessa, a binario unico. Quindi anche per le macchine vige il senso unico alternato, dato che la carreggiata è piuttosto stretta. In pratica si può passare ogni venti minuti e il transito è vietato alle biciclette. Me ne accorgo solo una volta di fronte alla galleria, ma vedo che c'è una luce abbastanza vicino dall'altra parte e non capisco come mai sia così lungo l'intervallo di tempo tra un verde e l'altro. Allora chiedo a qualcuno in fila e mi dicono che è appunto un tragitto molto lungo e che per arrivare a Moneglia, dove poi riprenderei il treno, sono ben nove chilometri intervallati da molte gallerie e affacci sul mare.

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Sono un po' sconsolato, perché per proseguire la mia avventura dovrei scalare il Passo del Bracco sulla Statale Aurelia e francamente non ne ho molta voglia. Allora decido di riprendere subito il treno e di rifare la ciclabile da Bonassola a Levanto, che tanto mi era piaciuta. Poi vedrò il da farsi. Una volta a Levanto sono fortunato e trovo subito un Cinque Terre Express per La Spezia Centrale e mi ci fiondo. Scopro dall'orario sull'applicazione che avrei un proseguimento per Pisa subito dopo e successivamente potrei imbarcarmi direttamente per Marina di Cerveteri dove arriverei intorno alle 21. Purtroppo il viaggio fino a Pisa si rivela una mezza tragedia, perché il convoglio è formato da un treno bloccato, cioè senza locomotore e vagoni, vale a dire da un pezzo unico piuttosto corto, detto Minuetto. Ma qui non c'è Califano e tantomeno Mia Martini - buonanime - e il suddetto si riempie subito, così rimango praticamente schiacciato tra il sedile e la bici in quanto non è previsto uno scomparto per queste ultime. Ve l'avevo detto che è questa la parte più faticosa del viaggio, o no? Comunque, in qualche modo riesco alla fine a salire sull'ultimo mezzo che mi porterà a due passi da casa e chi s'è visto, s'è visto. A Orbetello salgono un paio di mountain bikers reduci da un bel giro sull'Argentario. Attacco discorso con uno di loro e ci scambiamo qualche informazione preziosa. Il tempo scorre così un po' più veloce e all'altezza di Santa Severa mi preparo a a scendere. Ho avvisato casa che sto per arrivare e la mia dolce metà si è offerta addirittura di venirmi a prendere con l'ammiraglia, ma gentilmente declino il favore per gli stessi motivi per i quali ho rifiutato a Ospedaletti, quando non sono riuscito a scalare la montagna fino al bed and breakfast.

Mi raccomando però di fare un filmino col telefono quando sarò davanti al cancello di casa. Così mi avvio dalla stazione verso la meta finale e la prima parte non presenta problemi, in quanto è un tratto urbano illuminato. Ci sono però 5/600 metri completamente al buio prima di entrare nell'abitato di Cerveteri che mi preoccupano un po'. Per fortuna di recente hanno riasfaltato la strada, quindi almeno non si corre il rischio di finire in una buca, ma è meglio farsi vedere bene dalle macchine. Così accendo tutta la luminaria che ho e mi avventuro per via Fontana Morella a tutto gas. È sera, non c'è praticamente traffico e solo quando sono in salita sul cavalcavia, una macchina mi supera, ma ormai il più è fatto e dopo la discesa ci sono i lampioni a rendermi la vita più facile. Cinque minuti ancora e faccio una squillo per avvisare del mio arrivo e quando sono nel vialetto di casa vedo mia moglie e la sua amica che mi vengono incontro col telefono. Grandi baci, complimenti, poi si entra in casa per mangiare subito qualcosina e raccontare a caldo un po' di storie. Infine doccia, smontaggio dei bagagli, relax sul divano e infine a nanna.

Riflessioni post viaggio

Non è stata certo un'impresa titanica, la distanza percorsa in bici, alla fine, non è stata chissà che, intorno ai 350 km in quattro giorni. In più ho dormito in strutture alberghiere, pur spendendo abbastanza in relazione ai servizi offerti. Ho preso molti treni, ma in fondo quella è una delle altre passioni della mia vita. Insomma, quello che conta è sicuramente aver fatto il viaggio, aver percorso strade nuove e visitato posti finora sconosciuti. Non aver avuto noie meccaniche o altri incidenti, non è una cosa di poco conto. A volte, quando confesso questa mia passione, per la bicicletta in genere, la prima cosa che viene fatta notare è la pericolosità di questa pratica. Ne sono cosciente, metto in conto che qualche intoppo possa capitare, ma ditemi voi in quale campo della vita non succede.

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La moto è forse più sicura, o la stessa automobile, con la quale viaggiamo spesso a velocità alte che in caso di incidente non ci lascerebbero scampo. Quindi viva la bici in tutte le sue sfaccettature e sicuramente viva le piste ciclabili. Ce ne fossero! Ma viva anche tutte le strade secondarie dove non corri troppi rischi, viva gli automobilisti educati che, invece di passarti radenti a due centimetri a cento all'ora, aspettano per superarti e magari ti salutano. Viva i compagni di viaggio occasionali - sono sicuramente i migliori - perché il destino te li fa incontrare e senza impegno dividono con te le esperienze e trucchi del "mestiere". Viva coloro che ti si avvicinano per farti domande, in fondo è quello che si vuole, cioè rendere partecipi gli altri delle tue imprese. Viva il nostro bellissimo Paese, purtroppo molto spesso trascurato e vittima dell'inciviltà. Viva i treni, che da sempre hanno mosso la mia passione che da qualche anno riesco a coniugare con quella ancora più forte per le due ruote. Insomma, Viva la libertà, di cui ci rendiamo conto soprattutto nel momento in cui ci viene a mancare quanto sia preziosa. In definitiva, viva la vita, siete d'accordo, no?

Dopo un paio di settimane dal mio ritorno, ho voluto fare una prova di viaggio e soggiorno in campeggio, caricando sulla bici anche una tenda molto leggera, un materassino e un sacco a pelo. Il test è andato molto bene, la meta scelta è stata l'Argentario e ho percorso qualche chilometro in treno da Tarquinia a Capalbio e viceversa, onde evitare di fare la fine di Gatto Silvestro su un tratto di Aurelia senza corsia d'emergenza. Ho trovato un campeggio aperto dove c'erano solo stranieri e pur soggiornando solo una notte, è stata comunque una bella esperienza. L'intenzione sarebbe stata quella di recarsi in Sicilia, ovviamente col treno, per effettuare una serie di tappe da Palermo a Siracusa, passando per Trapani, Marsala, Agrigento e il ragusano. Purtroppo il viaggio è stato annullato, ma solo rimandato alla primavera del 2021. Stante la situazione sanitaria e la normativa sulle restrizioni, al momento non sono molto fiducioso. L'estate è preferibile evitare il profondo Sud a causa del caldo eccessivo durante le ore centrali della giornata. Nella peggiore delle ipotesi rimanderemo all'autunno e casomai alle Calende Greche... Ma sto viaggio s'ha da fa'!!!

prova carico Daniele

So che vorreste vedere il filmino del mio arrivo a casa fatto da mia moglie Sabrina, perché sicuramente è emozionante. Ebbene, dura due secondi, ben due secondi nei quali non si vede praticamente nulla. Ma ce la vogliamo prendere per questo? Certamente no, del resto il viaggio ve l'ho raccontato così dettagliato che non posso che ringraziarvi se siete arrivati a leggere fin qui. Ai miei affezionati lettori, pochi ma buonissimi, do appuntamento al prossimo diario e concludo con una di quelle frasi fatte che però, tutto sommato, dicono una cosa giusta: "Il più bel viaggio è quello che devi ancora fare". E speriamo che sia così! Buone pedalate a tutti e, se non pedalate, vuol dire che avete il motorino...

Just one more thing - come diceva il Tenente Colombo.

You don't stop riding when you get old, but you get old when you stop riding

"Non si smette di pedalare quando si invecchia, ma si invecchia quando si smette di pedalare"

Finito di scrivere alle Idi di Marzo 2021.

prova carico 2 Daniele

 
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