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Bye bye Thailandia, Malesia siamo qua, pedalando verso sud

Siamo al quarto, ma ogni volta è sempre come la prima volta: curiosità, timore, aspettative... Dopo il Laos, la Cambogia e la Thailandia, la Malesia passando da un confine lontano dalle rotte più battute. La burocrazia del visto da richiedere in ambasciata, l'attesa in coda per ottenere un timbro... sono ricordi lontani: un sorriso, qualche domanda incuriosita, una bottiglietta di acqua fresca passata dal parlatoio ed entriamo in Malesia con un visto di 90 giorni.
Non facciamo in tempo a salire in bici  dopo aver superato il confine tra Thailandia e Malesia che il centro visite del parco statale di Perlis ci appare nella calura meridiana. Piantiamo la tenda immersi nella foresta due chilometri più ad est e, dopo aver scaricato le bici, affrontiamo un breve trekking: nulla è cambiato, sanguisughe a centinaia, qualche uccello, langur e gibboni. La notte solitaria nella giungla è invece un'esperienza nuova ed in un certo senso emozionante.
I veli che coprono il capo delle donne non tolgono loro il sorriso che appare anche sotto le lunghe barbe dei molti indiani di Malesia (quasi il 10% della popolazione). Un grande calderone: così appare Kangar, capitale dello stato del Perlis e specchio dell'intera nazione malese. Cinesi, indiani, malesi ed altre minoranze convivono senza grosse difficoltà e quando passiamo, tutti ci concedono un saluto, che sia dal cortile di una moschea, dalla porta di un tempio indù o da sotto l'arco d'ingresso di un tempio buddista.
Scendiamo verso l'isola di Penang e lungo la strada facciamo in tempo ad assaporare l'ottima cucina malese, logicamente influenzata dai piatti dei suoi immigrati: roti canai (una sorta di focaccia fritta servita con una zuppa al curry), pollo fritto, samosa...tutto qui è delizioso e l'odore dell'olio che frigge non vi abbandonerà facilmente.
Ad Alor Setar e Sungai Petani siamo gli unici turisti in città e questo crea ilarità e stupore, oltre a simpatia e compassione. Pedaliamo su strade secondarie, ma trafficate fino a raggiungere Butterworth, città sulla penisola, dirimpettaia di Georgetown sull'isola di Penang. Per raggiungere la città patrimonio UNESCO esiste un ponte lunghissimo e noi ci ritroviamo al suo imbocco dopo dieci chilometri di autostrada trafficata. Non potendo passare sul ponte (il divieto non era indicato ed al casello ci hanno detto di proseguire tranquillamente!) un inserviente ci dice di seguirlo, ci fà spostare alla barriera dedicata alle auto e ferma un furgoncino dal rimorchio vuoto. L'autista stupito ed incredulo prima ci pensa un attimo e poi accetta di darci un passaggio fin sull'isola. Georgetown, i suoi vicoli su cui si affacciano case coloniali, i suoi quartieri colorati, i suoi pontili dal sapore antico e la natura di Penang ci aspettano.

Questo articolo fa parte del diario di viaggio tenuto in diretta del progetto Downwind. Se volete leggere le altre puntate, ecco qui tutti gli articoli dei nostri dieci mesi in bicicletta nel sud est asiatico

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Leonardo

Cicloviaggiatore lento con il pallino per la scrittura e la fotografia. Se non è in viaggio ama perdersi lungo i mille sentieri che solcano le splendide montagne del suo Trentino e dei dintorni del lago d'Iseo dove abita, sia a piedi che in mountain bike. Eterno Peter Pan che ama realizzare i propri sogni senza lasciarli per troppo tempo nel cassetto, ha dedicato gran parte della vita al cicloturismo viaggiando in Nuova Zelanda, Balcani, Norvegia e molti altri paesi. Ultimamente ha trascorso dieci mesi in bici nel Sud est asiatico e ha attraversato le Ande in bici.

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