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Asia in bici: polvere e buche al confine birmano

Quando a Sukhothai abbiamo deciso di proseguire verso ovest e riavvicinarci al confine Birmano sapevamo di andare a mettere il culo nelle peda(la)te cioè le ruote della nostra bicicletta nel bel mezzo del massiccio montuoso che separa Thailandia e Myanmar. La strada che dal capoluogo di provincia Tak porta nel sud del distretto di Mae Hong Son è una delizia per i palati fini della bicicletta: non un singolo metro di pianura, una infinità di curve e traffico irrisorio.
La fatica è ricompensata da panorami rurali ottocenteschi, dall'incontro con persone che utilizzano elefanti come mezzo di trasporto, dal sorriso di bambini birmani sfuggiti alle persecuzioni della giunta militare e parcheggiati in un villaggio poco oltre il confine, dai clacson che suonano e dai pollici alzati che incitano a non mollare, dal piatto di riso fritto mangiato a bordo strada e dal lento scorrere delle ore in sella.
Per raggiungere la vallata del fiume Moei che in questa zona funge da confine, si deve attraversare la catena il cui picco più alto è costituito dal Doi Soi Malai, 1500 m circa. La lingua asfaltata serpeggia tra colline verdeggianti che cambiano volto man mano che la quota aumenta. Da una jungla fitta e disordinata si passa ad una vegetazione quasi alpina per poi lasciar spazio ad ampie distese prative fin sulle vette più elevate. Abbarbicato in cima a questi monti si trova un villaggio in cui tutti gli abitanti sembrano dediti alla raccolta di cavoli che vengono poi stipati su furgoncini caricati all'inverosimile. Il valico conduce in un altro mondo il cui biglietto da visita è una scuola con decine di piccoli bambini in divisa spaventati dalla vista di due mostri su due ruote venuti da chissà dove e diretti subito lontano. La vallata è chiusa, poco popolata ed isolata... e per questo magnifica!
Incontriamo lungo il percorso alcune capanne di bamboo con il tetto in paglia, poi divengono più numerose ed infine conquistano tutta la collina al nostro fianco. Un filo spinato corre lungo il perimetro e solo più avanti il logo O.N.U. ed una scritta in inglese rivela l'origine di questo enorme borgo assente dalle mappe: "Refugees - rifugiati". Una città intera di rifugiati birmani sfuggiti da un governo oppressivo ed intransigente con le minoranze etniche. Tre giorni dopo il nostro passaggio, le elezioni in Myanmar hanno portato la giunta militare ad essere rieletta e altri 20000 profughi ad attraversare il confine a Mae Sot, spinti dagli scontri sorti a causa dei numerosi brogli denunciati.
"Always happy" (sempre felice), questa è la traduzione del suo nome, ci risolleva il morale accogliendoci nel suo splendido resort di confine (6€ in 2 a notte!) con un modo di fare che rispecchia il significato del suo nome.
Le highlands ci attendono , immote ed imponenti, ed il loro benvenuto è infuocato: primo pomeriggio, sole alto allo zenit, caldo soffocante ed una lingua di asfalto appena steso si inerpica con pendenze a doppia cifra verso il cuore della Thailandia settentrionale. L'umidità a livelli stratosferici fa scendere il sudore dalle nostre fronti negli incavi degli occhi come fosse un torrente in piena che scorre rapido in un canyon fino ad aprirsi su un lago. La salinità del liquido provoca una lenta ma inesorabile cecità che ci costringe a fermare più volte la nostra avanzata. Un primo valico è occupato e dominato da una serie di pesanti mezzi stradali come vi fosse un presidio di guerra. Sono invece intenti a disboscare ed ampliare la strada spostando terra qui e là. Li oltrepassiamo salutando gli stoici lavoratori che si ridestano momentaneamente dal loro torpore pomeridiano agitando le mani nella nostra direzione e commentando divertiti il nostro passaggio. Piombiamo in un altro mondo: la strada a due corsie ampia ed appena asfaltata si restringe contorcendosi su se stessa e seguendo ogni singola rugosità del terreno. Un continuo sali e scendi ci consiglia il pernottamento sulla cima dell'ennesima collina. Montiamo la tenda in un ampio prato nel quale qualche decina di bufali pascola placida. Uno spettacolo di stelle si accende poco dopo il tramonto. Tra uno scintillio e l'altro, gli animali notturni si destano riempiendo il silenzio lasciato dagli uomini che hanno abbandonato la strada fino al nuovo sorgere del sole.
Il mattino pieno di rugiada ci sorprende con una ruota a terra e quando, qualche ora più tardi, il copertone della nostra MTB ci tradisce ancora, siamo esausti e rassegnati. Un compassionevole dipendente dell'A.N.A.S. thailandese diretto in città a far provviste si ferma e cogliamo l'occasione al volo per essere in un'ora o poco più dove altrimenti saremo arrivati l'indomani. Non ci pentiamo di aver lasciato al motore di un furgoncino il compito di trasportarci sulle ripide strade verso Sop Moei, lasciando riposare i muscoli delle nostre gambe per mezza giornata prima di affrontare le strade ancor più ardite dell'estremo nord thailandese...

Questo articolo fa parte del diario di viaggio tenuto in diretta del progetto Downwind. Se volete leggere le altre puntate, ecco qui tutti gli articoli dei nostri dieci mesi in bicicletta nel sud est asiatico

 
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Leonardo

Cicloviaggiatore lento con il pallino per la scrittura e la fotografia. Se non è in viaggio ama perdersi lungo i mille sentieri che solcano le splendide montagne del suo Trentino e dei dintorni del lago d'Iseo dove abita, sia a piedi che in mountain bike. Eterno Peter Pan che ama realizzare i propri sogni senza lasciarli per troppo tempo nel cassetto, ha dedicato gran parte della vita al cicloturismo viaggiando in Nuova Zelanda, Balcani, Norvegia e molti altri paesi. Ultimamente ha trascorso dieci mesi in bici nel Sud est asiatico e ha attraversato le Ande in bici.

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