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Ayutthaya e Lopburi: le due città imperiali nella Thailandia centrale

La nostra deviazione verso occidente è ormai alle spalle e da qualche giorno stiamo solcando le strade delle pianure centrali thailandesi. La nostra meta è il nord, Chiang Mai, il triangolo d'oro e poi Laos, Cambogia e chissà cos'altro. Per entrare nel futuro di questo viaggio però viviamo il presente e sulla nostra rotta incrociamo Lopburi ed Ayutthaya, due cittadine dal passato glorioso che dona loro notorietà anche ai giorni nostri.
 
 
Dalla valle del Kwae, ricca di vegetazione e coltivazioni di banane, siamo scesi nelle pianure più orientali, coperte di risaie allagate.
Lopburi è meglio conosciuta come la città delle scimmie e ce ne accorgiamo non appena vi mettiamo piede: nel centro, ed in particolare nella zona del tempio Phra Prang Sam Yot, non distante dalla ferrovia, i simpatici animali popolano le strade e gli edifici nei dintorni a centinaia. Troviamo sistemazione in un ostello del centro e appena saliamo in camera incontriamo i nostri vicini di camera: sul cornicione dirimpetto alla nostra finestra c'è un gruppo di scimmiette intente a mangiare banane e nocciole. Il centro di Lopburi è carino e piacevole da girare in bici o a piedi. Vi sono alcuni templi risalenti al 18-19 secolo buddhista (ora siamo nel 2553), periodo in cui Lopburi era la seconda città del regno. Ci perdiamo per le vie visitandoli (su tutti il Wat Phra Si Rattana Maha That ed il Narai Ratchaniwet Palace con il museo nazionale) ma anche passeggiando tra i mercati e le bancarelle locali dove si vende di tutto. Assaggiamo un pò di frutta per rinfrescarci e osserviamo i pescatori cercare fortuna nelle acque torbide del fiume cittadino. La vita scorre monotona ed uguale a sempre per le vie del centro ma se ci si sposta solo di qualche centinaia di metri verso la periferia orientale, la gente sta vivendo un incubo: le abbondanti piogge di questa interminabile stagione monsonica hanno fatto esondare una diga poco distante, riversando migliaia di metri cubi di acqua nelle campagne circostanti e nel vicino Chao Phraya, principale arteria fluviale thailandese. Risultato di tutto ciò è stata l'evacuazione di centinaia di migliaia di persone, la morte di alcune di loro e danni per miliardi di Bath. Il peggio, a detta del proprietario del nostro ostello la cui casa giace sotto due metri d'acqua, deve ancora arrivare e la piena del fiume dovrebbe giungere nei prossimi giorni. Assistiamo a scene surreali con gente che utilizza imbarcazioni improvvisate per raggiungere la propria casa e salvare il salvabile; pompieri e giovani volontari si adoperano per riempire sacchi con sabbia, caricarli sui pick-up e trasportarli dove necessario; i bambini divertiti si tuffano nell'acqua infangata e giocano ridendo felici che la scuola sia chiusa ed ignari del disastro che li circonda. L'indomani, un pò preoccupati per le notizie sporadiche e frammentarie raccolte fra la gente, ci accomiatiamo tristemente dalla cittadina. "I don't need money, i need to be happy...with my family!" (Non ho bisogno di soldi, ho bisogno solo di essere felice...con la mia famiglia!) ci lascia il nostro oste con le lacrime agli occhi al pensiero della propria casa e dei propri beni ma con uno spirito positivo e molto orientale.
Lasciamo la città delle scimmie per spostarci a sud verso Ayutthaya, antica capitale ed oggi patrimonio culturale UNESCO. Il viaggio ci lascia affranti: ovunque l'acqua ha coperto e conquistato la terra lasciando libera soltanto la strada leggermente rialzata. E' lì, ai suoi cigli, che la gente si ripara. Tanti hanno già allestito qualche gazebo di fortuna dove vivere fino a quando la piena non si sarà ritirata.
Giungiamo ad Ayutthaya che fortunatamente ci sembra essere stata risparmiata dalle inondazioni nonostante sia costruita su un'isola alla confluenza di tre fiumi (in realtà quando usciremo dalla città vedremo interi quartieri immersi nel fango e sommersi dall'acqua). Rincuorati ci dedichiamo per un'intera giornata alla visita del parco storico. Con la bicicletta giungiamo presto nei pressi del parco storico dove si trovano la maggior parte delle attrazioni storiche ed iniziamo la nostra esplorazione delle rovine dal Wat Phra Si Sanphet con le sue tre pagode ancora intatte. Adiacente ad esso si trova il Gran Palazzo, ormai relagato ad un cumulo di macerie all'interno di un enorme parco dove però trascorriamo parecchio tempo dedicandoci al birdwatching: uccelli dai colori e dalle forme sorprendenti popolano gli alberi qui intorno!
Ci spostiamo quindi di poco facendo slalom tra i numerosi elefanti con in groppa qualche turista ed accediamo al Wat Ratchaburana con il suo immenso ed ancora intatto stupa. Qui ci accorgiamo di come l'alluvione non abbia risparmiato la città in quanto gran parte dei giardini risultano allagati. Il Wat Mahathat è l'ultimo complesso del parco che ci accoglie e dove incontriamo una curiosa testa di buddha incastonata tra le radici di un albero. Nel pomeriggio, dopo un gustoso piatto di Khao pad (riso fritto con uova, verdura e carne che costa meno di 1€), pedaliamo per un pò per giungere al Wat Chaiwatthanaram, appena fuori dall'isola sulle sponde del Chao Phraya. Anche qui il fiume fa ancora paura e le pompe sono alla massima potenza per liberare le fondamenta del tempio dall'acqua. Il sole riesce finalmente a fare capolino tra le nuvole e dona luce al complesso, decisamente il più ben conservato tra quelli visitati oggi. L'indomani lasceremo Ayutthaya per dirigerci più decisamente verso nord dopo aver appreso che a causa delle abbondanti piogge di questi giorni, tutti i trekking nella zona del Khao Yai N.P. (a sud-est della città, anch'esso patrimonio UNESCO) sono stati chiusi per questioni di sicurezza.

Questo articolo fa parte del diario di viaggio tenuto in diretta del progetto Downwind. Se volete leggere le altre puntate, ecco qui tutti gli articoli dei nostri dieci mesi in bicicletta nel sud est asiatico

 
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Leonardo

Cicloviaggiatore lento con il pallino per la scrittura e la fotografia. Se non è in viaggio ama perdersi lungo i mille sentieri che solcano le splendide montagne del suo Trentino e dei dintorni del lago d'Iseo dove abita, sia a piedi che in mountain bike. Eterno Peter Pan che ama realizzare i propri sogni senza lasciarli per troppo tempo nel cassetto, ha dedicato gran parte della vita al cicloturismo viaggiando in Nuova Zelanda, Balcani, Norvegia e molti altri paesi. Ultimamente ha trascorso dieci mesi in bici nel Sud est asiatico e ha attraversato le Ande in bici.

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