Viaggiare in Asia in bici: itinerari e racconti

Percorrere l'isola di Flores in bicicletta, uno degli atolli più orientali dell'immenso territorio del sud est asiatico, è davvero un'avventura... Una strada impervia arranca lungo gli scoscesi pendii dei vulcani più furiosi d'Indonesia attraversando la totalità della verdeggiante terra dove vivono ancora i discendenti portoghesi dei navigatori europei.
I coni vulcanici dell'Inerie, delll'Ebulobo, del vulcano Wawo Muda, per citarne solo alcuni, vigilano su quest'isola ai limiti di uno stato ai confini del mondo, tesoro naturalistico dove prosperano uccelli endemici e dove sono celate spiagge nere e incontaminate... viaggiatori: benvenuti sulla splendida e scoppiettante Flores!!!
Prosegue il nostro viaggio a Sumbawa in bici, un percorso a singhiozzo lungo la cintura di isole indonesiane che ritrova un po' di ritmo una volta giunti sull'isola. Questo lembo di terra semisconosciuta giace nel limbo tra le turistiche Bali e Lombok (ad ovest) ed il parco nazionale di Komodo (ad est). Strade disastrose, panorami incantevoli e chilometri faticosi ci hanno accompagnato da ovest ad est, dal porto di Poto Tano a quello di Sape.
"Ma quale paradiso, questo è l'inferno!"
Queste sono le nostre parole quando (finalmente) lasciamo l'isola di Lombok verso Sumbawa. Abbiamo trascorso una decina di giorni tra le due isole più note e turistiche d'Indonesia, Bali e Lombok, rimpiangendo spesso la simpatia dei giavanensi e la meraviglia dei paesaggi dell'isola più abitata dell'intera nazione.
Bali e Lombok, il paradiso che non c'è - 2.0 out of 5 based on 1 vote
Gli ultimi giorni in bicicletta sono stati davvero brevi... volati via come le foglie dagli alberi in autunno! I paesaggi corrono veloci (dopotutto neanche così tanto!) intorno a noi e ci troviamo nuovamente a salire verso il villaggio di Moni, ad est dell'isola di Flores in Indonesia. La strada non è particolarmente scoscesa ma arranco lungo i 50 km che conducono allo scollinamento prima della discesa al paese... mi servono più pause per non decidermi a rinunciare eppure in questi mesi abbiamo ben appreso cosa significhi sudare e faticare come dei matti!
Parole di scherno, risate diaboliche, urla in una lingua a noi sconosciuta... risaliamo a fatica una ripida passerella di legno spingendo davanti a noi le bici cariche. Dopo sette ore di attesa siamo stanchi, veramente stanchi e basta una scintilla a far divampare il nervosismo. La maggior parte dei chiassosi passeggeri ha già conquistato il proprio cantuccio dove trascorrere la notte mentre noi, saliti in ritardo dopo l'orda barbara di indonesiani, non troviamo due posti vicini liberi. Le bici sono ingombranti e veniamo rimbalzati da un angolo all'altro finchè finalmente riusciamo a rifugiarci nei pressi della cucina, in due metri quadri liberi dove stendiamo i nostri materassini già sudici dai mesi scorsi, sul freddo pavimento della nave in partenza: il traghetto Pelni che da Tarakan nel Borneo indonesiano ci condurrà su Sulawesi e quindi su Giava.
Un impatto duro, un pugno da ko tecnico alla prima ripresa... il traffico mostruoso di Surabaya ci ha investito non appena scesi dal traghetto che ci ha catapultato, come profughi in fuga, nel cuore pulsante dell'Indonesia: cento milioni di abitanti su un'isola più piccola della nostra Italia, l'isola di Giava è terra vulcanica così come i suoi simpatici abitanti. Il cambio di rotta (inizialmente pensavamo di fermarci su Sulawesi) ci ha concesso l'opportunità di scoprire la regione orientale e le sue meraviglie naturali prima di raggiungere le affollate Bali e Lombok.
Isola di Giava in sella... l'Indonesia che non ti aspetti - 4.0 out of 5 based on 1 vote
Dopo la prima giornata devastante in Indonesia, persi nel traffico giavanese (altro che Napoli!!!), lasciamo la strada principale per inoltrarci nell'entroterra, verso il Monte Bromo: il vulcano attivo piu' famoso d'Indonesia! Faticosamente arranchiamo fino ai 2100 metri del paese di Cemoro Lawang, ai margini del parco nazionale Bromo-Tengger-Semeru, da dove si parte per salire poi al cratere della montagna.. un'altra emozione forte...il fumo e l'odore pungente dello zolfo ci accolgono non appena raggiungiamo questa enorme bocca dell'inferno...Leo non regge la vista ed e' costretto a sedersi, io non sto' piu' nella pelle...insomma non ce la passiamo poi cosi' male...
a presto con foto e news... per ora il computer dell'internet point non ci legge l'hardisk ed e' impossibile caricare qualsiasi cosa..doh!
 
La Thailandia, destinazione molto gettonata dell'Asia per le bellezze storico culturali e per le spiagge bianchissime, è durante l'alta stagione presa d'assalto da migliaia di turisti che cercano mete da sogno dove rilssarsi e prendere il sole: Phi Phi Island, Koh Tao, Koh Samui... o un altro paradisio tropicale fra i molti della nazione, tutti però eccessivamente affollati, e quindi dove andare !?! L'isola di Koh Phayam è una meta fuori dai soliti circuiti turistici anche se, a mio avviso, non ha niente da invidiare alla altre isole thailandesi, è piacevole da scoprire in bicicletta e poi, su Koh Phayam vivono ancora...
Koh Phayam: sulle tracce dei Moken in Thailandia - 4.6 out of 5 based on 5 votes
Spensierato, allegro, incurante della pioggia battente e del sole bollente, quando sei in viaggio, in Asia, in Africa, in Sud America... dovunque tu sia, non puoi negare di sentirti bene anche se talvolta ti trovi ad affrontare situazioni davvero paradossali!!! Le quattro del pomeriggio e non mi sembra vero di essere arrivata al lago Nong Tang, dopo quasi cento chilometri di saliscendi. La cittadina, posata delicatamente fra le montagne e lo specchio d'acqua, aspetta con pazienza che cali il silenzio del crepuscolo al quale seguirà rapida, la buia notte del Laos. Niente stelle stanotte, niente luna, solo il nero più inviolato.

 

La ruota procedeva stancamente verso il punto più alto della collina, tirandosi dietro il ferro vecchio, una bicicletta medievale da 20 chili, incitato dai colpi ritmici delle pedalate inferte. Avanzava lento ma costante. Quell'uomo in maniche corte dai capelli canuti non sembrava avere molta fretta, si godeva la brezza marina che a quell'ora del pomeriggio gli accarezzava il viso un pò dispettosamente. Carmine si guardava intorno sereno e totalmente ignaro dell'incontro che stava per avere.


Auto a destra, bus a sinistra, motorini avanti, tira alle spalle...ci sentiamo in trappola tra le trafficatissime strade di Bangkok. Usciamo, respirando solo dopo 70 km!
Il calore del popolo thailandese ci investe subito, repentino e sorprendente come il sapore forte di un piatto di pesce offerto in un ristorante in riva ad un oceano. Le saline tutt'attorno sputano il prezioso condimento dai loro laghi rosati mentre le rondini vivono ignare nelle case costruite appositamente per loro al fine di rubare i nidi per rivenderli come deliziose prelibatezze. Phetchaburi e le scimmie ladre di uova non ci impediscono di ammirare ed adorare la maestosa vita selvaggia dei parchi thailandesi, prima di risvegliarci dal sogno piombando nell'abominio umano di Hua Hin, dei suoi grattacieli, dei locali zeppi di donne in vetrina e squallidi individui che girano attorno a loro come mosche attirate dal tanfo del letame. La serenità ci viene restituita dalla quiete di Prachuap Khiri Khan ed ancora una volta è la Natura a venirci in soccorso, gettando nella baia della cittadina e nella vicina Ao Manao pepite di roccia ricoperte di lussureggiante foresta ed accerchiate da un oceano turchese.
Il 20 febbraio è la data che ci vede varcare nuovamente un confine: quello fra la Cambogia e la Thailandia, 8 km ad ovest di Krong Koh Kong. Proprio ieri la nostra eccitazione per l'ormai prossimo ritorno in bicicletta in Thailandia è sfociata in disperazione quando ci siamo accorti della scadenza del nostro visto cambogiano il 19 febbraio 2011...da domani siamo ufficialmente clandestini!
Temiamo una multa salata per questa svista ed il clima serena dell'ultima serata nella democratica Kampuchea è completamente guastato. La sorte comunque, sarà colpita dal nostro attaccamento alla terra khmer e ci premierà evitandoci sperpero monetario in assurde multe e facendoci apporre sul passaporto un visto per due mesi in Thailandia: non potevamo chiedere di meglio!
Onde alte tre metri, colate di fango che scendono repentine dai pendii, migliaia di persone senza tetto, centinaia di turisti bloccati sull'isola di Koh Samui. Le torrenziali piogge dell'ultima settimana stanno mettendo in ginocchio la Thailandia del sud ed in particolare le province di Phatthalung, Surat Thani (dove ci troviamo ora), Trang, Chumphon e Nakhon Si Thammarat.
Ai bordi della strada n° 105 che dalle distese pianeggianti di Tak raggiunge ad ovest Mae Sot, porta d'ingresso al mondo birmano e poi prosegue verso nord costeggiando il confine, la vita è tutt'altro che semplice. Lungo il border si incontrano pochi villaggi sparsi: qui l'uomo è presente, ma è la Natura che comanda. Si vive con poco da queste parti: qualche mucca, un paio di polli, un piccolo appezzamento di terra da coltivare, qualche utensile consumato dal tempo, riescono a sfamare intere famiglie di oltre cinque o sei individui che dormono al riparo dalle intemperie monsoniche sotto un tetto di foglie secche.
Oltre l'immensa pagoda dorata di Nakhon Pathom sale verso il confine birmano la valle del fiume Kwai alla cui estremità occidentale sorge la cittadina di Saghklaburi. Più a nord le ultime propaggini dell'Himalaya svettano sul paese raggiungendo le province di Chiang Mai, Tak e Chiang Rai separate da Myanmar e Laos a nord dal fiume Mekong. Ad est si snoda la strada Khmer dove sorgono numerose rovine di templi che si nascondono oltre i pendii del Khao Yai National Park. Delle isole del sud, non c'è bisogno di parlare, data la loro fama in tutto il mondo... idilliaco paesaggio tropicale dove rilassarsi e fuggire i ritmi frenetici occidentali.
Chiang Mai, città dove le antiche tradizioni buddiste si incontrano e si scontrano con la modernità, il capitalismo, la voglia dei giovani di emanciparsi ed assomigliare al modello occidentale propinato ad ogni ora ed in ogni dove da media e tv. I monaci camminano scalzi o con i sandali ed indossano sempre il tipico sarong arancione ma talvolta, da qualche tasca nascosta, sfilano cautamente la ben conosciuta sagoma di un cellulare... anche i monaci buddisti devono restare al passo con i tempi! Chiang Mai, città dove nelle tiepide notti invernali i disadattati sociali malvisti e disprezzati, gli emigrati occidentali sfuggiti ad una vita forse troppo complicata altrove e le donne thailandesi dai vestiti succinti e lo sguardo provocatore, condividono lo stesso marciapiede con altre centinaia di persone perchè nessuno resta a casa nelle nottate di luna piena che accompagnano il Loy Kratong, il festival delle Lanterne.
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