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1953: viaggio in Germania in bici dalle amiche di lettera

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Come ogni mattina un giorno di ottobre mi metto al PC e apro la casella delle email. Tra i mille spam, la prima cosa che mi salta all'occhio è un oggetto che recita: Viaggio in Germania in bicicletta nel 1953. Lì per lì, su due piedi, penso a uno scherzo.

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Poi clicco, apro e leggo: "nel 1953, con un compagno del liceo, ho fatto un viaggio in Germania, per conoscere le nostre amiche di lettera, con le quali eravamo in contatto per migliorare il nostro tedesco. Praticamente è il diario circostanziato di come è andato, con i suoi pro e i suoi contro. Mi piacerebbe che fosse pubblicato."

Il mittente di quella email è Mario Zaniboni, che poi mi racconterà essere un ingegnere minerario in pensione, nato a Ferrara e ivi residente. Insegnante di materie tecniche per periti. Ingegnere superiore al Distretto Minerario di Bologna. Direttore dell'Ingegneria Mineraria e Responsabile della Sicurezza nelle cave di marmo di Massa Carrara. Consulente minerario in Grecia e Turchia. Articoli su pietre ornamentali per case editrici italiane, spagnola, indiana. Articoli e traduzioni dal tedesco su pesci e piante d'acquario per una casa editrice fiorentina.

mario zaniboni

Vado avanti nella lettura della descrizione e leggo: "il viaggio è stato compiuto proprio 70 anni fa, quando il mio compagno di classe e io eravamo ventenni." Inizio a rendermi conto del delicato documento che Mario ha messo nelle mie mani e non posso far altro che aprire l'allegato, iniziare a leggere e restare rapito dal coraggio e dall'intraprendenza di questi due giovani che 70 anni fa presero due bici e partirono senza farsi troppe domande su componenti, accessori, tracce GPS, sicurezza e quant'altro. 

L'incarnazione nuda e cruda di ciò che dovrebbe essere un cicloviaggiatore. 

A me non resta altro da fare se non consegnare a voi e ai posteri questo prezioso racconto che è tale anche perché non dispone di immagini e fotografie originali a corredarlo, perché come mi ha detto Mario: "ai miei tempi e con i soldi che circolavano nelle nostre tasche, le macchine fotografiche erano un lusso che non potevamo, almeno noi due, permetterci".

Anno scolastico 1953-54 - Ripresa degli Studi

A settembre del 1953 faticosamente si era giunti alla quarta classe del Liceo Scientifico “A. Roiti” di Ferrara. Mi stavo rimettendo in forze dopo una terza classe tutta in salita, con materie nuove e impegnative, dando una mano in famiglia nei limiti del tempo disponibile e delle capacità personali.

Comunque, gli studi si avviarono bene e non mancavano le soddisfazioni; me la cavavo bene in tutte le materie, ma una mi era particolarmente cara, compensato da lodi e da ottimi voti: la lingua tedesca. Avevo raggiunto una certa dimestichezza con quella lingua e avevo cominciato a chiedermi se non sarebbe stato opportuno parlare anche con altre persone, oltre che con la nostra insegnante, per sentire nuove voci, anche perché tutti noi, volenti o nolenti, nel linguaggio diamo un’impronta personale; o non sarebbe meglio cimentarsi nella vita di ogni giorno, andando dove tale lingua è di casa, gettandomi allo sbaraglio: ecco, giusto, perché no?

Nella classe, che era costituita da poco meno di trenta alunni, si erano formati dei gruppi, fra cui non mancava il mio: eravamo in tre, Corrado, Gabriele e io, che avevamo simpatizzato, perché eravamo d’accordo, avendo le stesse idee politico-religiose; e, cercando uno di noi, non era difficile incontrare anche gli altri due.

Intanto, la nostra insegnante di tedesco disse alla scolaresca che c'era la possibilità di scambiare lettere con studenti tedeschi, in modo tale da approfondire la conoscenza della lingua, e ci diede un elenco di nomi di alunne (sì, tutti nomi femminili) iscritte alla Hoch Schule di Weiden in der Oberpfalz, città del nord della Baviera, fra cui, chi fosse interessato, poteva scegliere: Gabriele scelse Inge, Corrado preferì Ilse e a me piacque Renate.

Scrivemmo una prima lettera e di lì a pochi giorni ricevemmo le risposte dalle quali comprendemmo che le ragazze erano felici di essere in contatto con noi e che erano sorprese, perché eravamo maschi; così avviammo una corrispondenza che durò per anni. La settimana dopo, capimmmo la ragione di quella sorpresa, quando la nostra insegnante ci disse che quell'elenco era destinato a una scuola femminile e che solamente per errore era giunto a lei, ma considerato che noi tre e altri compagni di classe ci eravamo già messi in contatto con le ragazze, concluse dicendo che ormai la frittata era fatta e che continuassimo pure a scriverci, raccomandandoci di restare fra le righe e di non essere mai volgari.

Un giorno, alla fine del primo trimestre, durante l’intervallo di metà mattino, misi al corrente i miei compagni dell’idea che da qualche tempo mi rimuginava nel cervello.

“Sto pensando a quanto sarebbe interessante andare in Austria o soprattutto in Germania per approfondire la conoscenza della lingua tedesca”.

Corrado e Gabriele prima mi guardarono come se fossi tutto a un tratto impazzito, poi si resero conto che dicevo sul serio.

“Sì, potremmo farci un viaggetto in bicicletta, magari andando a conoscere le nostre corrispondenti tedesche”, dissi io.

Si guardarono in faccia, annuirono e poi Corrado mi disse:

“Quasi quasi ci hai convinti: sentiamo cosa ne pensa la Profe”.

Un paio di anni prima...

Quando si passò dalla prima alla seconda classe liceale, non fu chiara la ragione per la quale dovessimo abbandonare la lingua straniera che fino ad allora, da quattro anni, avevamo studiato. Poi si capì il perché: al nostro liceo le lingue straniere che si potevano affrontare erano solamente due (il francese nel corso A e il tedesco nei corsi B e C), se si desiderasse continuare gli studi in quella scuola: per me e tutti i miei compagni non c’era scelta. Quali appartenenti al corso B, o il tedesco o rinunciare. In breve, “bere o affogare”!

L’insegnante di tedesco era la signorina Michelini: aveva un fisico giunonico tale da suscitare soggezione, ma con il tempo si dimostrò di buona indole e comprensiva. Ero appena stato premiato per gli ottimi risultati ottenuti nell’anno scolastico precedente e mi fece alzare in piedi davanti alla classe per complimentarsi con me e per dirmi che sperava che dessi la stessa importanza, che avevo dato all’inglese, al latino e alle altre materie, al "suo" tedesco.

Gli studi iniziarono al solito con impegno e interesse e il tedesco cominciò a piacermi, anche e soprattutto perché con le declinazioni era molto simile al latino, che studiavo con successo fin dalla prima media inferiore, cosa che avevo molto apprezzato; inoltre, il fatto che tutti i sostantivi andassero  scritti con l'iniziale maiuscola faceva sembrare che si volesse dare loro maggiore risalto. Facendo un confronto fra l'inglese e il tedesco, mi resi conto di quanto le due lingue fossero sostanzialmente diverse: pronuncia ballerina, secondo me, quella dell’inglese, rigida e fissa quella del tedesco; presenza di frasi fatte da imparare a memoria nell’inglese e regole fisse, ben precise, ferree, che non lasciano dubbi, nel tedesco.

Nel frattempo ci fu una novità:  l'insegnante di tedesco ci impose di scrivere, nientepopodimeno, che in gotico, aggiungendo una chicca allo studio della lingua. Sicuramente fu una doccia fredda per molti miei compagni, ma a me piacque l'idea, tanto che, a distanza di tantissimi anni, ancora oggi riesco a leggere e scrivere correntemente nel gotico tedesco. Solamente nell'ultimo anno di liceo tornammo alla scrittura e alla lettura odierne, e all'inizio non fu un'impresa facile. Non c'è che dire: per me il tedesco si era dimostrato vincente sempre e comunque.

A questo proposito, mi sembra divertente ricordare le difficoltà tragicomiche, pressoché  insormontabili, incontrate dallo scrittore umorista americano Marc Twain nello studio  del tedesco, giacché ci provò più volte, senza mai giungere a risultati soddisfacenti. Sono famosi i suoi discorsi tenuti in pseudo-tedesco in grandi occasioni, conditi con termini inglesi: me lo fanno paragonare a Teofilo Folengo, con i suoi scritti in latino maccheronico. Il suo parere era il seguente:

"Colui che non ha mai studiato il tedesco non ha idea di che lingua assurda sia. Sicuramente, nessun'altra è altrettanto trasandata e caotica, elusiva e sfuggente. Ci si tuffa nello studio fino al collo, nudi e indifesi, e quando si crede di avere avvistata una regola che offra un appiglio per riprendere fiato, in mezzo al turbine furioso delle dieci parti del discorso, si volta pagina".

Rincarando la dose, ha detto che "una persona normale può apprendere l'inglese in trenta ore, il francese in trenta giorni e il tedesco... in trent'anni".

In conclusione, la colpa è del tedesco che, secondo lui, dovrebbe essere semplificato. Ha contestato, per esempio, la presenza di lunghissime parole composte, quali quelle che seguono, che riporto per cusiosità: Generalstaatsverordnetenversammlungen (Assemlee Generali), Waffenstillstandsunterhandlungen (Negoziati per il Cessate il Fuoco) e la moltitudine di verbi che, nel discorso, si spezzano in due. D'accordo: non ci sono dubbi che sia una lingua ostica, ma bisogna affrontarla con decisione e passione.

Ricordo che in un film, il protagonista doveva recuperare un aereo tedesco la cui guida era anche a comando vocale e il consiglio avuto a questo proposito fu che "avrebbe dovuto pensare in tedesco". Del resto, per esempio, se io leggo il numero di una targa d'auto, non di rado m'accorgo che mentalmente lo leggo in tedesco.

Comunque, non sono d'accordo con il parere di Twain, aggiungendo che - lui stesso l'ha confessato - i suoi figli parlavano il tedesco come la loro madre lingua, cioè l'inglese. Probabilmente era affetto da un'idiosincrasia per la lingua teutonica dalla quale non riusciva a guarire.

Altro fatto a favore della lingua tedesca, per me, è la presenza dei pronomi di rispetto: i sie sono costantemente usati, come ho constatato andando avanti nello studio della grammatica, cosa che nell'inglese non si incontra, perché con you si mette d'accordo tutti. E forse dipende  da ciò che in Italia, dove l'inglese la fa da padrone, non di rado si sente un giovane dare del "tu" a una persona anziana, che forse non gradisce fino in fondo la confidenza.

Ripresa della discussione

Tornando alla discussione fra di noi, giungemmo alla conclusione che la mia idea non era del tutto cervellotica e, per prima cosa, scrivemmo alle nostre amiche di lettera tedesche, chiedendo se avrebbero gradita la nostra visita a casa loro. La risposta fu positiva, con il chiarimento che i familiari erano perfettamente d'accordo, curiosi di conoscere i loro amici italiani.

A questo punto, facemmo il passo successivo, cioè quello di parlarne con la nostra insegnante. La professoressa Michelini si dimostrò non solo contenta, ma addirittura entusiasta, perché era una fonte di soddisfazione nei confronti dei colleghi di insegnamento della lingua tedesca, e naturalmente crescemmo di una spanna nelle sue considerazioni. E, per dimostrare che la proposta l'aveva resa felice, aggiunse che innanzitutto non dovevamo preoccuparci per il passaporto, perché avrebbe incaricato il contabile della ditta di macchine agricole, che gestiva con il fratello, di fare quanto sarebbe stato necessario, e in più ci avrebbe dato un piccolo contributo in marchi tedeschi. Meglio di così non poteva andare, anche perché non è che noi navigassimo nell'oro.

Naturalmente, non potevamo più fare marcia indietro, per cui era giunto il momento di sentire il parere dei nostri familiari che, sino ad allora, erano all'oscuro di tutto. Così, prendendo il coraggio, come si dice, con due mani, facemmo la nostra richiesta.

Per Gabriele, la faccenda si risolse immediatamente, senza "se" e senza "ma". Il padre era titolare di un negozio in città, dove si riparavano i contachilometri delle quattro ruote motorizzate, allora ritenuti molto importanti. Disse che aveva bisogno del figlio per il lavoro nel negozio, per cui fu veramente tranchant: non se ne parlava nemmeno di lasciarlo da solo, come se l'assenza di Gabriele (che fra l'altro allora era ancora solamente un tecnico in erba) per un paio di settimane potesse mettere in difficoltà l'azienda. Comunque, Gabriele ingoiò amaro, non reagì più di tanto, ci comunicò la sentenza e con noi non parlò più del viaggio.

Intanto, Corrado e io eravamo in attesa delle decisioni dei nostri familiari. Prima di decidere, mio padre desiderò parlare con i familiari di Corrado. Glielo riferii e lui, essendo orfano di padre, mandò a casa mia il suo fratello maggiore. I capifamiglia parlarono in nostra presenza, esaminando i pro e i contro della faccenda, finché, riferendosi all'entusiasmo provato dalla nostra insegnante da noi descritto, giunsero alla conclusione che forse non sarebbe stato opportuno, per il nostro futuro scolastico, darle un dispiacere, per cui ecco il tanto desiderato "va bene!" uscire dalle loro labbra: tutto a posto, allora: consenso positivo su entrambi i fronti!

Saputa la lieta notizia, la professoressa si dimostrò veramente felice e ci affidò al contabile della sua ditta: era questi un omone che avrebbe potuto fare paura a tutti e che, come capita spesso ai giganti, invece di reagire in malo modo, se qualcuno pesta loro un callo, chiedono scusa per essersi fatti pestare. Al Retòn (l'Orestone), che si vedeva sfrecciare in bicicletta per le vie della città, aveva un fisico da fare invidia ai pesi massimi che allora si battevano dalle nostre parti, cioè il ferrarese Bacilieri e il bolognese Cavicchi. Gli demmo tutti i documenti che gli sarebbero serviti per farsi rilasciare i nostri passaporti e ci mettemmo fiduciosi nelle sue mani.

Intanto, noi due, rassegnati alla perdita di Gabriele, avevamo messo a punto i nostri velocipedi e poi avevamo iniziato ad allenarci durante le mattinate della domenica, iniziando con una trentina di chilometri per aumentare piano piano la lunghezza del percorso, fino a superarne un centinaio per volta; in tal modo visitammo Argenta, Cento, Bondeno, Comacchio, Pomposa, ecc. Tenuto conto che la provincia della nostra città, Ferrara, è rigorosamente di pianura e che il tragitto che avremmo incontrato nel nostro viaggio prevedeva il Brennero e le Alpi Bavaresi, includemmo nei nostri programmi Bologna. Precisamente, puntammo al Colle di Guardia che, alla quota di 280 metri s.l.m., conserva fin dal XIII secolo il Santuario della Madonna di San Luca, oggetto di venerazione e di protezione per i suoi fedeli. La strada che porta alla vetta è affiancata dal più lungo porticato del mondo, lungo 3.796 metri. Secondo alcuni le arcate sono 635, secondo altri 658, giustificando la differenza dalla distribuzione dei numeri civici (il fatto non è certo chiaro); ma altri ancora sono dell'avviso che esse siano addirittura 666, spiegandone il perché: stando alla Bibbia, dalla nascita della chiesa cristiana nel 324 d.C. a Nicea, il numero 666 è ritenuto quello del diavolo ed essendo il tragitto ad andamento serpentiforme fino alle basi della Basilica, la Vergine, dall'alto, schiaccia il rettile sotto i piedi; è senz'altro una simbologia cristiana, iconografica, ma di tutto rispetto.

La strada che in poco più di 3,5 chilometri, partendo da Porta Saragozza, conduce sulla vetta, è percorribile solamente da scalatori professionisti, caratterizzata com'è da pendenze che vanno dall'8 al 9%, per raggiungere il valore massimo del 16%. Non a caso il percorso è stato scelto quale cronoscalata in diverse competizioni ciclistiche fra le quali "Il Giro d'Italia".

Chiaramente, non era il percorso da noi scelto, giacché si sarebbe tradotto solamente a una camminata faticosa con la bici a mano, mentre noi dovevamo familiarizzare seriamente con le due ruote; infatti, le nostre salite, che portate a termine furono diverse, avvenivano lungo una strada percorribile più agevolmente.

Eravamo prossimi alla fine dell'anno scolastico e una mattina la professoressa chiamò Corrado e me (le era stato resa nota la involontaria defezione di Gabriele e ne era dispiaciuta), facendoci entrare in una saletta riservata, lontani dagli occhi dei suoi colleghi docenti, per salutarci, per darci i nostri passaporti, due vocabolari tascabili italiano-tedesco  e in più venti marchi tedeschi a testa, che a quei tempi erano una piccola fortuna. Ci abbracciò, come se fosse stata una sorella maggiore, ci augurò un buon viaggio (dei risultati scolastici non si parlò, poiché non aveva dubbi che sarebbero stati positivi) e si raccomandò di memorizzare il tutto, perché alla ripresa del nuovo anno scolastico, nelle prime ore dedicate alla lingua tedesca, avrebbe desiderato sapere  tutto sul nostro viaggio ("non sarebbe il caso di ricordarlo", disse; "ma preparatevi bene, mi raccomando"; e già, naturalmente, perché per tutto quanto il viaggio la lingua ufficiale era il tedesco).

Gabiele, che cercava di seguire quanto noi stessimo facendo, desiderò sapere come fosse andata con l'insegnante. Glielo raccontammo e lui si rattristò moltissimo, tanto da meritare la nostra consolazione.

"Il viaggio sarà faticoso e forse non nemmeno bello", dicemmo, ma non facemmo altro che peggiorare la situazione.

Finalmente, a giugno l'impegno scolastico finì e fummo tutti e tre promossi alla classe quinta. Ognuno di noi, dopo qualche giorno di riposo, cominciò ad aiutare in famiglia secondo le proprie capacità. Corrado e io ricominciammo a pedalare, migliorando giorno dopo giorno la forma fisica, mentre cominciavamo a pensare a quando partire. Forse, il periodo migliore sarebbe stato verso la fine di luglio, in modo da non incappare nella confusione del Ferragosto.

Verso la metà di luglio, Corrado mi telefonò:

"Venerdì della prossima settimana due miei conoscenti camionisti devono trasportare un carico di balle di paglia a Bressanone, sopra Bolzano. Se ci interessa, sono disposti a darci un passaggio. Possono raccoglierci "Al Doro", alle dieci di sera".

Se ci interessa? Eccome!

"Ne parlo con i miei e ti so dire".

Caspita, si tratta di circa 300 km in meno: buttali via! Avevamo previsto di andare il primo giorno fino a Trento, percorrendo poco più di 200 km, e il giorno successivo arrivare a Innsbruck, per circa 140 km, per cui ci saremmo consumati due giorni; così, si risparmiava un giorno di viaggio.

Ne parlai con i miei e, ricevuto il placet necessario, confermai per telefono il "si parte":

"Ci vediamo alle 20:30 di venerdì prossimo, dove hai detto tu".

Scrivemmo alle nostre amiche di lettera che saremmo giunti il martedì successivo.

Partenza e prima parte del viaggio

A mia richiesta, mia madre aveva preparato due bandierine triangolari: una era tricolore e l'altra era bianca su nero, essendo questi i colori della nostra città. Le sistemai su un telaietto metallico, le montai la prima sul perno della ruota anteriore e l'altra su quello della ruota posteriore della bici; le fissai rigidamente, perché non sventolassero e non fossero rovinate dai raggi delle ruote.

Con l'aiuto di mia madre, preparai la mia roba entro uno zaino, che legai al portapacchi posteriore, e in una borsa da scuola; qui avevo inserito il famoso lenzuolo-sacco, che era obbligatorio usare andando a dormire negli ostelli per la gioventù; lo appesi alla canna della bicicletta. Al pomeriggio, salutai le ragazze che lavoravano con mia sorella nel suo piccolo laboratorio di maglieria e "Ricordati di farci avere tue notizie", questa fu la loro raccomandazione. Dopo cena, salutati i familiari, e ancora

"State attenti!", "Andate piano!",  ecc. ecc., verso le ore 20 del venerdì fatidico, in una serata serena, mi recai "Al Doro".

Era, ed è tuttora, un bar di passaggio, posto alla periferia occidentale della città, che quella sera, non so per quale ragione, era chiuso. Trovai Corrado ad aspettarmi. Ci salutammo e con un abbraccio di augurio ci sedemmo sui gradini dell'ingresso, iniziando a parlare di ciò che ci avrebbero offerto i giorni successivi. Il tempo passava lentamente e, finiti i tanti discorsi che da tempo erano rimasti in sospeso, Corrado tirò fuori il suo passaporto, al quale non aveva dato nemmeno un'occhiata (come del resto avevo fatto io): eravamo tranquilli che "al Retòn" avesse fatto tutto bene. Corrado cominciò a sfogliarlo, ma a un tratto, alzò il volto e mi guardò sgomento. Ci illuminava una debole lampada stradale, tanto che non lo vidi, ma sono sicuro che Corrado fosse impallidito.

"Leggi!", mi disse con un aspetto pressoché cadaverico.

Presi il suo passaporto e guardai nella pagina che mi aveva lasciata aperta: a chiare lettere maiuscole si leggeva che il documento era valido per Francia, Spagna, Svizzera e via via tutti i paesi europei, ma Austria e Germania non erano proprio citate. O perbacco! Sta a vedere che pure il mio passaporto riporta i nomi delle stesse nazioni. Agitato, tirai fuori dalla mia borsa il sacchetto in cui avevo sistemato i documenti e quel po' di denaro di cui disponevo, estrassi il mio passaporto e corsi immediatamente al punto incriminato: qui lessi chiaramente che era valido per l'Austria e la Germania Occidentale. "Al Retòn" era incappato in una grave topica - se si vuole, solamente a metà - ma importantissima per il nostro viaggio.

Per chiarire la ragione di tanta apprensione, si deve tornare al 1945. Allora fu deciso di tenere, ogni due o tre anni, un Festival della Gioventù e degli Studenti, organizzato dalla Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (WFDY), in paesi di orientamento di sinistra, per "favorire l'educazione alla pace e alla lotta contro la guerra". E ogni volta il motto era diverso, ma sempre puntato alla pace, all'amicizia, alla solidarietà. Nell'estate del 1953, era in atto quello di Bucarest (Romania), basato sul motto: "No! La nostra generazione non servirà alla morte e alla distruzione".

Per la cronaca, a uno dei precedenti festival, naturalmente senza chiedere il permesso, partecipò Enrico Berlinguer e al suo ritorno egli fu punito con il ritiro del passaporto. In effetti, non era difficile potervi partecipare, giacché bastava riuscire ad arrivare in Austria o in Germania Occidentale, per espatriare nei paesi dell'est europeo senza storie di sorta: i guai si sarebbero eventualmente incontrati al rientro in patria. Pertanto, a quel punto, io ero un "beniamino" della corrente che governava allora il nostro Paese, mentre Corrado era un "sovversivo", per cui era da tenere alla larga: egli poteva muoversi dove e come a suo piacimento, ma non gli doveva essere offerta possibilità alcuna di trasgredire le scelte governative.

Poiché, ligi ai doveri come eravamo (onestamente, erano altri tempi), temevamo che il passaporto di Corrado potesse impedirci di passare le due frontiere che ci aspettavano (prima l'Austria e poi la Germania), per cui ci trovavamo a un bivio: tentare di andare avanti oppure ritornare a casa con le pive nel sacco? Certo che, se fossimo ritornati a casa con la notizia che il viaggio era fallito, la figura sarebbe stata veramente barbina e poi, che avrebbe pensato la nostra insegnante?

Corrado propose una soluzione: "Sai che facciamo? Noi arriviamo al Brennero e poi tu vai avanti, dicendo alle ragazze cosa è successo e io giro per qualche giorno nel Trentino, dove ci sono tante cose belle da vedere, in modo che alla fine ci incontriamo a Bolzano o a Bressanone per il ritorno, che potremo fare insieme. Dopo penseremo a come raccontare la faccenda. Che ne dici?" 

Fui d'accordo: era sempre meglio che tornare a casa con la coda fra le gambe.

Rasserenati un pochino, parlammmo di altro, per distrarci dall'assillo. Intanto, il grosso autocarro con rimorchio, carico di balle di paglia, puntualmente giunse rombando sulla strada e un colpo di clacson richiamò la nostra attenzione. Corrado ci presentò, caricammo le bici fra le balle e, saliti in cabina, partimmo velocemente verso il nord. Parlammo lungamente di tante cose e in particolare del nostro viaggio, poi, più tardi, ci sistemammo e ci addormentammo, cullati dal rombo attutito del motore, mentre uno dei camionisti guidava per il suo tratto, percorso il quale sarebbe stato sostituito dal collega.

Alla mattina, verso le ore 5, giungemmo a Bressanone, facemmo colazione con loro in un bar per camionisti e, dopo aver scaricato le nostre bici, ringraziati calorosamente e salutati i nostri accompagnatori con una vigorosa stretta di mano, li salutammo e ci avviammo pedalando verso la statale per Innsbruck. Ci aspettavano da percorrere 86 chilometri, 30 per il Brennero e il resto fino a Innsbruck; lungo il percorso si doveva salire dai 560 metri s.l.m. di Bressanone ai 1372 del Brennero, per poi scendere ai 574 di Innsbruck.

Cominciammo allegramente le salite, tante, e le discese molte meno. La strada era bella e liscia, senza buche, ed era piacevole da percorrere. Incontravamo tanti turisti stranieri, soprattutto tedeschi e olandesi, che scendevao verso valle e che ci salutavano con uno stentoreo "javos", al quale noi rispondevamo con "salve ragazzi; tutto bene?";  poi la fatica iniziò a farsi sentire e ai saluti rispondevamo con un semplice "ciao". Comunque, l'allenamento che avevamo fatto stava dando i suoi frutti: tutto sommato, i nostri muscoli rispondevano al meglio. Dopo qualche sosta, verso la mezza dopo mezzogiorno, giungemmo al Brennero dove, pensavamo già, ci sarebbe stato il triste commiato.

Ci sedemmmo su una panchina vicino alla porta dell'ufficio di frontiera e iniziammo a parlare su come essere perfettamente d'accordo sul nostro incontro al ritorno. Il nostro programma era di 5 giorni di andata (che poi si ridussero a 4, grazie ai camionisti ferraresi), 4 giorni di permanenza a Weiden e quindi 5 giorni per il ritorno; pertanto ci saremmo potuti incontrare a Bressanone a metà del quarto giorno del mio ritorno, nello stesso bar dove avevamo fatto colazione al mattino. Stavamo discutendo animatamente, ritardando il più possibile il nostro distacco, quando un doganiere uscì dall'ufficio e, dopo essersi guardato intorno e aver notato che non c'era nessuno (niente auto, moto o bici) che volesse passare il confine, si rivolse a noi:

"Ehi, ragazzi! Cosa dovete fare? Dovete andare di là o aspettate che si faccia notte?"

Al suo sorriso, ci guardammo un po' perplessi e poi dissi io:

"Sarebbe la nostra intenzione".

"E allora forza, venite dentro; facciamo presto, così posso prendermi un caffé in santa pace".

Entrammo e, al suo gesto, con riluttanza gli allungammo i passaporti: guardò la corrispondenza delle fotografie con i nostri volti, ci chiese per curiosità dove stessimo andando, espresse il parere che la nostra città, dov'era stato diverse volte, era veramente bella, e stampò un bel timbro in una pagina intonsa dei nostri passaporti. Ce li allungò e ci augurò un buon viaggio, e noi, prima che ci fosse qualche improbabile ripensamento, uscimmo sveltamente dall'ufficio e, inforcate le biciclette, ci dirigemmo verso nord.

Contrariamente alle più pessime ipotesi, il primo passo verso l'estero era fatto. Eravamo pertanto euforici e stavamo pedalando sempre più velocemente, quando si parò davanti a noi un poliziotto, questa volta austriaco, che ci fece cenno di fermarci e di seguirlo nel suo ufficio, dove era da solo. Entrammo, un po' timorosi, ma qui, la cosa fu ancora più semplice, perché, fidandosi del collega italiano, senza commenti timbrò i nostri passaporti e, naturalmente in tedesco, ci augurò un buon viaggio.

Una cosa che non ho ancora detto, riguarda le parti discorsive del racconto: tutto quanto detto fra noi due avveniva in ferrarese, mentre quello con altri, o in italiano o, naturalmente in Austria e in Germania, in tedesco, rigorosamente.

A quel punto, ci guardammo e poi, ridendo, ci dicemmo che, perlomeno per un altro giorno potevamo viaggiare insieme: domani si vedrà, quando si sarà al confine con la Germania. Inforcammo le biciclette e, contenti per ciò che di positivo fino ad allora era successo, senza difficoltà giungemmo a Innsbruck.

Lungo il Fiume Inn potemmo ammirare la successione di palazzi, caratterizzati da tetti diversi, così come diverse erano le facciate, dipinte in tanti colori vivaci, che ricordavano le file di case che fanno da corollario a numerose coste italiane in tante località del nostro sud o della Liguria.

Girando per il centro, ci imbattemmo nel cosiddetto Tettuccio d'Oro (Goldenes Dachl), una sontuosa loggia lunga 16 metri, rilucente ai raggi del sole pomeridiano, riflessi da ben 2.657 tegole di rame dorato, che ne costituiscono il tetto. Si tratta di una struttura che, eretta nel XV secolo quando comandava il duca Federico IV, fa bella mostra di sé fra le costruzioni medioevali e i portici che si snodano attorno alla zona del centro città. Egli l'aveva fatta costruire perché l'imperatore Massimiliano I da questa potesse osservare la vita dei suoi sudditi e assistere ai tornei cavallereschi che si svolgevano nella piazza sottostante. Immagini di animali adornano la struttura. Il parapetto presenta rilievi in cui l'imperatore compare in compagnia delle sue mogli, Maria di Borgogna e Maria Bianca Sforza.

Ormai si stava facendo un po' tardi, per cui pensammo di darci da fare per trovare l'ostello della gioventù. Mentre stavamo cercando di fermare qualcuno per chiedergli dove fosse, su un cartello attaccato a una porta leggemmo Zimmer frei (Stanze libere). Ci guardammo e ci dicemmo che, per festeggiare la nostra imprevista presenza ancora insieme, potevamo per una volta rompere le regole che ci eravamo imposti e, se il costo non fosse stato troppo elevato, avremmo pernottato lì. Così, suonammo il campanello. Ci aprì la porta una signora abbastanza giovane, con i capelli biondi e due occhi di uno stupendo azzurro mare.

Le dicemmo chiaramente che, se la spesa non fosse stata eccessiva, ci saremmo fermati per la notte. Sentito il prezzo, che per noi fu soddisfacente, accettammo e, dopo aver messe le biciclette al sicuro in un cortile interno, entrammo in casa e quindi nella nostra stanza, non molto ricca, ma pulita e confortevole. La signora disse che in quel momento non aveva altri ospiti e, se noi fossimo stati d'accordo, avremmo potuto farle compagnia a cena, alla quale avrebbe partecipato pure la figliola Marlene di nove anni, che in quel momento era da una zia. Così, cenammo con loro, sorridendo alla bambina, che sembrava il ritratto della madre scattato più di vent'anni prima, divorando un piatto di buonissimi canederli (Knödel), grossi gnocchi di pane in brodo, che non conoscevamo, seguiti da un ricco piatto di salumi nordici, buoni e saporiti, arricchiti da abbondante senape, che pure non conoscevamo. Purtroppo, sbattemmo il naso contro il pane: per noi, che venivamo da Ferrara, famosa in tutto il mondo per il suo pane, per la sua ciupeta (coppietta), era un po' difficile rassegnarci al pane nero integrale, ma una buona birra, che al nord fa da padrona, aggiustò il tutto.

Naturalmente lo raccontammo alla signora, che disse solamente che, da come ne parlavamo, le sarebbe piaciuto assaggiarlo. Durante la cena e dopo un buon caffé, parlammo di tante cose, di noi, di lei che, purtroppo, aveva perso il marito nella battaglia di Stalingrado, di cose tristi e di cose allegre. Non avemmo difficoltà a intenderci, anche se ci rendemmo conto di quanto possa essere diversa, come del resto da noi in Italia, la stessa lingua parlata da persone di regioni distanti fra di loro. D'altra parte, mi ricordo che la mia insegnante di inglese delle medie inferiori, professoressa Anselmi, disse che durante la guerra aveva fatto da interprete fra due tedeschi, uno del sud e uno del nord della Germania, che non si intendevano per niente fra di loro, come se parlassero lingue diverse. A proposito di lingue, la signora disse che, essendo loro vicini al confine italiano, era giusto che la figlia conoscesse la nostra lingua, che le avrebbe potute offrire occasioni di lavoro in avvenire e per questo la bambina stava frequentando un corso per imparare l'italiano. Essa, per dimostrare a che punto si trovasse, ci recitò un pezzetto di una poesiola che aveva imparato il giorno prima. "La cicala ferma stava, la formica lavorava...": ce la recitò tutta. Ci mettemmo tutti a ridere e la applaudimmo calorosamente, mentre lei, arrossita, fece un piccolo, grazioso inchino. Dopodiché, salutammo e andammo a dormire, giacché l'indomani dovevamo attaccare le Alpi Bavaresi.

Innsbruck-Monaco

Al mattino di buon'ora, tenuto conto che ci aspettava una pedalata di circa 150 chilometri, facemmo colazione con la signora, la salutammo e, dopo aver dato un bacetto a Marlene, partimmo. Non prima, però, di aver scritto e spedito le cartoline che avevamo promesso di inviare, cosa che ripetemmo ogni mattina, per tenere informate le nostre famiglie di dove ci trovassimo.

Le previsioni erano non troppo rosee, perché si dovevano raggiungere i 1.180 metri di Seefeld in Tirol, per scendere ai 911 metri di Mittenwald, per rimanere in quota fino a Scharnitz, alla frontiera Austria-Germania, per scendere ancora a 708 metri di Garnisch-Partenkirchen, (qualora non fosse troppo tardi, altrimenti avremmo continuato per la via più corta) e via via, fra alti e bassi, ai 500 metri di quota di Monaco.

Poi, prendemmo la strada per Zirl, che si trova al bivio che separa le vie per Vaduz, capitale del Lichtenstein, andando verso ovest, e per Monaco, procedendo verso nord.

In vicinanza dell'incrocio, Corrado, che mi precedeva, si voltò per chiedermi:

"È per di qua?", indicando a destra.

"Sì, è proprio per di qua!", risposi io, ma intanto si era spostato verso sinistra, sicché la sua ruota posteriore toccò la mia anteriore, facendomi cadere rovinosamente a terra, dove sbattei duramente il gomito destro.

Naturalmente, i moccoli, che mi sfuggirono fra i denti e non solo, furono cocenti. Una giovane signora, che era uscita dalla sua abitazione per innaffiare le piante del suo giardino, si fermò incuriosita ad ascoltare il profluvio di parole che mi uscivano dalla bocca,  magari chiedendosi se il linguaggio da me usato fosse unno oppure ottentotto. Comunque, dopo le scuse di Corrado, tirato fuori il nostro mini pronto soccorso, mi medicai e applicai un cerotto sulla ferita dolorante (che mi ha lasciato una cicatrice tuttora visibile); indi, inforcammo le bici e ripartimmo. Alla fine del paese, ci trovammo di fronte la prima delle tantissime salite che ci aspettavano.

Avevamo iniziato a faticare parecchio, quando ci affiancò rumorosamente e con puzzolenti sbuffi di fumi di scarico, un camioncino sul cui pianale erano seduti tre giovani lavoratori. L'autista fermò il mezzo e ci chiese se sarebbe stato gradito un passaggio. "Come no! Ja, Ja! Danke!", fu la nostra risposta corale, immediata.

I tre scesero, ci diedero una mano a caricare le bici, dopodiché il mezzo ripartì arrampicandosi volonteroso lungo le sempre più ripide salite. Il passeggero dell'autista si era aggiunto agli altri tre, curioso di parlare con noi: disse che era stato attratto dai colori delle mie bandierine. Alla nostra domanda di dove si stessero recando, risposero che dovevano sistemare il collegamento a terra di una linea elettrica. Poi toccò a noi rispondere alle loro domande. Parlammo della nostra città e di come e perché stessimo andando a Weiden in der Oberfalz, nell'Alta Baviera.

Poi, chissà come, il discorso svicolò sul Festival di San Remo, nel quale, quell'anno, aveva vinto la coppia Carla Boni e Flo Sandon's con la canzone "Viale d'Autunno".  Ma loro ricordarono il Festival dell'anno precedente, quando Nilla Pizzi aveva fatto "il pieno", ottenendo un risultato mai più ripetuto: le sue tre canzoni "Vola colomba", "Papaveri e papere" e "Una donna prega" furono classificate prime. Da quanto capimmo, tutte le canzoni erano piaciute, ma una di quelle aveva colpito la loro fantasia, tanto che uno di loro canticchiò, piuttosto stonato, un pezzetto di "Vola colomba", al quale si aggiunse un altro, indi Corrado; insomma, tutta la sconclusionata combriccola cominciò a cantare a squarciagola la canzone, fra la curiosità dei turisti che scendevano verso Innsbruck. Era un coro sgangherato, che sicuramente avrebbe fatto rabbrividire Muti, Maag o qualche altro direttore d'orchestra, ma tant'è. La canzone, poveretta, umiliata e strapazzata, era di quando in quando interrotta da sghignazzate da far inorridire eventuali iene in ascolto. Alla fine, giungemmo nelle vicinanze del confine con la Germania, per cui fummo fatti scendere e, dopo calorose strette di mano e pacche sulle spalle, ci accomiatammo dall'allegra brigata, dopo gli scambi di "buon lavoro!" a loro e di "gute Reise!" a noi.

Giungemmo alla frontiera fra l'Austria e le Germania presso Scharnitz e passammo senza problemi dal Tirolo alla Baviera. E, poiché avevamo avuta la fortunaccia di essere trasportati dal camioncino, lungo il tratto di percorso più pesante fino a un tiro di schioppo dal confine, considerato che non era affatto tardi, decidemmo di fare la deviazione per Garmich-Partenkirchen. Del resto di restavano meno di 90 chilometri da percorrere per giungere a Monaco.

Si tratta di una graziosa cittadina (almeno allora era tale) della Baviera a destinazione turistica, frequentata da tanti amanti della montagna e degli sport invernali in particolare, circondata dai Monti Wetterstein. Tracce di insediamenti umani portano a circa 4000 anni fa. Durante l'Impero Romano, era stata istituita la stazione fortificata Partanum (Partenkirchen), tappa obbligata per coloro che si spostavano lungo la via fra Venezia e Augusta (Augsburg) in Svevia; le prime notizie in merito risalgono al 15 d.C. Solamente nel 1936, le due località di Garmisch e Partenkirchen furono costrette da Hitler a unirsi in unico comune, in vista delle Olimpiadi del 1936. Del resto sono molto diverse fra di loro, essendo allora (oggi non so) la prima moderna e l'altra antica. La stazione sciistica è situata fra le alte cime delle Alpi Bavaresi, che raggiungono i 2962 m s.l.m. con lo Zugspitze, la montagna più alta della Germania, con a fianco la Grosse Arnspitze, le cui cime di quando in quando si possono intravedere fra le cime più basse, percorrendo la strada.

Ci fermammo in una Gasthaus poco fuori dalla cittadina, ci rifocillammo con un grosso panino di insaccati e krauti (naturalmente, purtroppo, pane nero) e una birra bionda a completare il "lauto" pranzo. Dopodiché, riprendemmo a pedalare e ci fermanno, dopo una trentina di chilometri, in un bosco dove trovammo molti lamponi maturi al punto giusto,  che ci tirarono il morale alle stelle.

Ripartimmo sulla strada che scorreva fra prati e bochi. Di quando in quando, sulla sinistra, si vedeva la cima del monte Zugspitze che, con i suoi 2.962 m s.l.m., è il più alto della Germania. Dista circa 10 chilometri da Garmisch-Partenkirchem e circa 35 da Innsbruck. Più avanti non mancarono di farsi vedere, con i loro luccichii prima del lago Walchensee e poi il lago Kochensee.

Giungemmo a Monaco verso il tramonto e nel centro della città, nella Frauenplatz, ci trovammo davanti alla meravigliosa Cattedrale della Nostra Signora (Frauenkirche), situata a non grande distanza da Marienplatz (Piazza di Maria), simbolo della città, con le due torri-campanile che si alzano sulla piazza fino all'altezza di 99 metri, terminando in alto con una cupola "a cipolla"- come si dice per una struttura del genere - ricoperta di rame ossidato a verde, a dominare letteralmente il centro storico della città. Il progetto del XV secolo fu dell'architetto Jörg von Halsbach, che diede la preferenza allo stile gotico (come del resto è comune in Germania) e al mattone rosso per le murature. La scelta dell'orientamento dell'edificio non fu casuale, bensì in maniera tale che chi al mattino entra, possa trovarsi di fronte il grande finestrone che si trova oriente, immergendosi nella "luce di Dio", che da lì proviene. Per quanto attiene alle guglie, si fu indecisi se farle come quelle della cattedrale di Francoforte sul Meno, finché, nel 1525, si decise di rifinire i campanili come sono tuttora, ispirandosi al Rinascimento Italiano. La costruzione, iniziata nel 1468, fu terminata in appena venti anni, fatto eccezionale per tutti i tempi. Le dimensioni dell'edificio furono valutate presumendo un potenziale allargamento della città nel futuro, tanto che furono previsti ventimila posti in piedi quando allora la popolazione  contava circa tredicimila abitanti. Da allora, le cupole "a cipolla" sono divenute un elemento caratteristico della città di Monaco, e la cattedrale ha assunto il ruolo di luogo di riferimento per matrimoni e per appuntamenti.

Mentre ammiravamo estasiati la grande cattedrale, un ragazzo ben vestito ci affiancò con la bici, forse incuriosito dalle mie bandierine. Ci chiese tante cose, gli rispondemmo con cortesia. Ci sarebbe piaciuto andare a fare un giretto all'interno, ma era tardi. Comunque, lui ci descrisse quanto vi si nascondesse di bello e importante; certo è, comunque, che solamente una visita ne avrebbe meglio fatto comprendere la bellezza e l'importanza, visita che rimandammo al futuro.

 Poi, accennò a una leggenda che alitava sopra la costruzione. Incuriositi, gli chiedemmo di raccontarcela, cosa che fece volentieri: ed eccone il succo.

L'ingresso della cattedrale è protetto da una cancellata, davanti alla quale, sul pavimento, è chiaramente visibile l'impronta di un piede, di cui non è nota l'origine. Proprio per questo, la fantasia popolare poté liberamente galoppare e ne è scaturita la leggenda. Durante i lavori di costruzione, un architetto scommise con il Diavolo che la Chiesa sarebbe stata finita senza finestre. Quando l'opera fu portata a termine, il Diavolo andò a verificare se veramente non fossero state aperte finestre e, essendosi fermato in un punto dal quale, grazie alla disposizione dei pilastri, le finestre non si potevano vedere, derise la struttura, ritenendo che una chiesa senza finestre sarebbe stata inutile. Invitato a farlo, si spostò e si rese conto che queste c'erano, eccome! Incavolato, batté violentemente il piede a terra, lasciando quell'impronta sul pavimento, e se ne andò velocemente come una folata di vento. Ecco come ne fu immaginata l'origine, diventando l'"Impronta del Diavolo" (Teufelstritt, appunto).

Ormai si era al tramonto, per cui era ora di trovare l'ostello della gioventù (Jugendherberge). Lo chiedemmo al lui, che fu felicissimo di accompagnarci e, mentre continuavamo a parlare, in breve raggiungemmo il nostro asilo per una notte. Lo ringraziammo calorosamente e ci presentammo al personale addetto.

Fu una serata tranquilla, mangiammo un boccone in una vicina locanda (Gasthaus) e poi andammo a dormire in letti a castello, dove sperimentammo, per la prima volta, il "lenzuolo-sacco", obbligatorio, preparato dalle nostre madri.

Monaco-Ratisbona

Il mattino successivo, due uova fritte, pane nero e latte. Quindi, partenza verso Ratisbona (Regensburg), la Città della Pioggia dei latini, che avremmo raggiunto dopo aver percorsi poco più di 100 chilometri. Scegliemmo la strada che passa per Landshut (a 488 metri di quota), curiosi del fatto che questa città, situata sul fiume Isar,  sia stata una delle più floride della Baviera fin dal XIII secolo grazie alla stirpe Wittelbach, che la scelse come residenza, costruendo nel 1204 il Castello di Trausnitz su una collina, dalla quale si poteva dominare il territorio. Perse un po' della sua importanza nel XVI secolo, quando gli stessi Wittelbach si trasferirono a Monaco, ma rimase sempre una bella e importante città.

La mattinata fresca e soleggiata ci offrì una pedalata tranquilla: una strada agevole che si snodava fra boschi, prati e paesetti tranquilli, fino a Landshut, dove facemmo un interessante giro per il centro, dove ammirammo l'imponenza del campanile  della Collegiata di San Martino, che è la più alta torre in mattoni del mondo con i sui 131 metri.

Poi, nel primo pomeriggio, ci fermammo in un bosco di abeti, dove ci rifocillammo e completammo il nostro frugale pasto con saporiti lamponi, maturi al punto giusto, che trovammo fra i cespugli, dopo averli lavati con l'acqua della borraccia.

Eravamo circa a metà percorso fra Landshut e Ratisbona, quando un vento teso si alzò in senso contrario al nostro moto, rendendo l'avanzamento sempre più lento e faticoso. Il cielo si oscurò e, di lì a poco, tanto per cambiare, iniziò a cadere una pioggerellina che, momento dopo momento, diventava sempre più insistente e irritante. L'avanzare era diventato più che altro un arrancare, che affrontavamo con affanno. Ogni tanto ci guardavamo di sottecchi senza parlare, ma sbuffando, questo sì, ed era evidente il desiderio di entrambi di fermarci. Comunque, tirammo avanti, finché, sul lato sinistro della strada, in fondo a una piccola discesa, vedemmo l'invitante parola Gasthaus, scritta su un cartello. Non ci fu bisogno di comunicare fra di noi: assicuratici che non ci fosse nessun pericolo ad attraversare la carreggiata, velocemente la raggiungemmo, mettemmo le bici sotto un portico ed entrammo in una modesta locanda, dove potemmo asciugarci e fare una meritata e sostanziosa merenda, per recuperare quelle forze che la fatica aveva massacrate. Nel locale, seduti a un altro tavolo, erano due ragazzi, sicuramente turisti come noi, con maglietta e calzoncini corti, biondi e alti, con i quali scambiammo qualche parola. Mentre il maltempo imperversava all'esterno, parlammo di tutto e di più: politica, calcio, san Remo, ecc. Erano studenti olandesi che, come noi, parlavano il tedesco scolastico; e allora mi resi conto del fatto che, quando due persone parlanti madrelingue diverse si trovano a parlare in una terza lingua, si capiscano meglio che quando uno straniero parla con uno di madrelingua, giacché quest'ultimo, spesso non capendo che l'altro è limitato nella sua conoscenza, parla liberamente, a ruota libera, magari introducendo nel discorso frasi fatte o parole locali, che l'altro può non conoscere. Ci dissero che stavano andando in Svizzera e che, se ne avessero avuto il tempo, avrebbero raggiunto il Lago di Como.

Intanto, il temporale estivo, dopo aver eseguito correttamente il suo compito, si era allontanato e il sole aveva ricominciato a scaldare, asciugando rapidamente il suolo. Era inutile perdere altro tempo, perciò, con il reciproco augurio di un buon viaggio, ci salutammo e riprendemmo le nostre diverse strade.

Arrivammo a Ratisbona, un bella città posta alla confluenza dei tre fiumi Danubio, Naab e Regen, che si presentava sotto l'aspetto migliore, dopo essere stata  lavata dall'abbondante pioggia caduta durante il pomeriggio e asciugata dal sole che aveva ripreso il suo ruolo. Le sue origini risalgono all'Impero Romano e fu un importante centro commerciale.

Facemmo in giretto in centro, dove potemmo ammirare il cattolico Duomo di San Pietro (Dom St. Peter), che fu innalzato a partire dal 1273 in sostituzione del precedente, che era stato distrutto da un paio di incendi, di cui il peggiore fu quello del 1250. La ricostruzione, in perfetto stile gotico, andò avanti a spizzichi e bocconi - come si dice - e solamente nel 1520 l'edificio fu considerato definitivamente completato, a parte le due torri rimaste ferme al terzo piano, e che furono ultimate fra il 1859 e il 1869, portandole alla ragguardevole altezza di 105 metri.

Poi, senza difficoltà trovammo l'ostello e, dopo una cenetta, andammo a dormire, rimandando al ritorno una rapida visita alla città.

Ratisbona-Weiden

Il giorno successivo, potemmo prendercela comoda, essendo il percorso di una settantina di chilometri, e si sarebbe trattato di una passeggiata fra boschi e verde; tantissimo verde a non finire e tanto sole. Perciò approfittammo del tempo a disposizione per visitare la città. Andammo al Ponte di Pietra (Steinerne Brücke), lungo 310 metri, che fu costruito fra il 1135 e il 1146, in sostituzione del servizio di barche, consentendo il collegamento diretto fra le due parti della città separate dal fiume Regen. Curiosa è una leggenda (i miti e leggende sono sempre formidabili) legata alla costruzione di questo ponte, che ci era stata raccontata alla sera precedente da due ragazze ospiti dell'ostello. Secondo questa, il diavolo aiutò il costruttore facilitandogli il lavoro, ma chiese in cambio le prime tre anime che lo avrebbero attraversato; ebbene, quello accettò, però lo fece fesso, perché per primi egli fece passare un cane, una lepre e una gallina.

Se fosse stato un altro orario, forse avremmo approfittato di ciò che si poteva gustare nella storica e caratteristica "Cucina della Salsiccia di Ratisbona" (Historische Wurstküche zu Regensburg) che, presso il ponte, è in attività da più di 500 anni. In questo locale si riunivano gli scalpellini che lavoravano al ponte e i portuali della città per rinfrescarsi e per eliminare i crampi della fame. Anche oggi, le salsicce di puro prosciutto di maiale fatte in casa sono arrostite sulla griglia a carbone  e servite con i crauti fatti lì nella cantina di fermentazione, così come con la senape, che continua a essere prodotta secondo la ricetta storica di Elsa Schricker. Naturalmente, il profumo, uscendo dal camino, si diffonde nella zona circostante inondandola di un aroma saporito, che attira frotte di buongustai, come avviene con le api con il miele.

Passammo, poi, davanti a un palazzo storicamente interessante, anche se architettonicamente non sia nulla di eccezionale: si tratta della Croce d'Oro in cui si è aperta la "Trattoria alla Croce d'Oro" (Gasthof zum Goldenen Kreuz). E' stato costruito attorno al 1250 insieme con la torre che lo affianca. Questo luogo era usato come punto di ristoro anche da imperatori e funzionari di vari governi che si fermavano alla locanda, sostando durante i loro spostamenti, a partire dal XVI secolo. In effetti, verso il 1530, fu la residenza provvisoria per l'imperatore Ferdinando I, quando era in viaggio per Aquisgrana (Aachen) per esservi incoronato. Inoltre, qui l'imperatore Carlo V, rimasto vedovo, incontrò una sua fidanzata di quand'era ragazzo, Barbara Blomberg, figlia di un importante personaggio di Ratisbona, dal quale ebbe un figlio, Don Juan de Austria. Ancora oggi, sulla torre si trova un'iscrizione che racconta il fatto, tenuto segreto al quei tempi.

Comunque, alla fine, decidemmo di prendere la via per Weiden.

Tutto procedeva liscio, al meglio ma, quando eravamo a una decina di chilometri da Weiden mi accorsi che la gomma della mia ruota posteriore stava lentamente, ma inesorabilmente, sgonfiandosi. Sicuramente avevo incontrato un chiodo o un sassolino troppo appuntito. Ci fermammo per provare a gonfiarla, ma dell'unica pompa che avevamo con noi (purtroppo la prevenzione non è stata rispettata), al primo tentativo di soffiare aria nel pneumatico, il premistoppa si ruppe: per cui, niente da fare. Allora, ci affrettammo per giungere a Weiden, senza dover fare, io, l'ultimo tratto a piedi. Durante gli ultimi chilometri da percorrere, raggiungemmo una ragazza in bicicletta, che pedalava nel nostro senso di marcia. "Signorina, ha una pompa da bicicletta?" Forse impaurita perché le eravamo giunti addosso senza rumore, dopo aver esalato un "nein!", scappò velocemente verso la sua abitazione in fondo a un sentierino che finiva nel cortile antistante. Ci rimanemmo un po' male, ma essendo la strada deserta e avendola avvicinata due giovanotti sconosciuti, sicuramente era rimasta turbata. Vedemmo che parlava con una signora, probabilmente la madre, e indicava verso di noi. Be', ci dispiacque: non avevamo certo fatto qualcosa né di illecito e né di immorale: avevamo soltanto chiesto aiuto!

A Weiden, andammo direttamente all'ostello, che non fu difficile da trovare, dove mettemmo le bici in cortile. Purtroppo, la mia gomma posteriore sgonfia mi aveva costretto a percorrere a piedi l'ultimo tratto di strada. Dopo aver concluso che avremmo rimandato all'indomani la riparazione con toppa e mastice e  sperando nell'uso in prestito di una pompa da parte di qualcuno dei ciclisti che erano lì ospiti, dopo una cenetta sostanziosa, ci concedemmo il piacere di fare una passeggiata nel centro città, approfittando della serata fresca e confortevole.

Camminammo a lungo, lentamente, parlando fra di noi, senza curarci di dove stessimo andando. Prendemmo una stradina a destra, indi una sinistra, poi a destra, ancora a sinistra, poi, poi...: insomma, ci perdemmo, anche perché, essendo una  notte con il cielo coperto da uno strato di nubi, non c'era modo di orientarci; vagammo un bel po', finché, come Dio volle, riuscimmo a trovare la strada per...l'ovile. E, guardando l'orologio che ora fosse, ci rendemmo conto che avevamo superato di una mezz'oretta l'orario di chiusura, sicuramente guadagnando i rimproveri del gestore del locale.

Intanto, un gruppetto di ragazzi e soprattutto di ragazze, turisti giunti in bici o autostop, si erano avvicinati e ci avevano attorniati, curiosi di conoscere i due Italiani (Die Zwei Italiener) che avevano saputo essere ospiti dell'ostello e per chiedere tantissime cose sull'Italia e sulla nostra città. Se si vuole, ci coccolarono e ci difesero dalle ire del gestore, con il muso perché avevamo tardato, tanto che lui, per sistemare le cose e per fare vedere che era ben presente con la sua autorità, disse, brontolando: "Va bene, va bene, però ora basta cagnara e tutti a letto"! Augurammo la buona notte e ci ritirammo nelle nostre brande a castello, in uno stanzone, situato al piano terra, dove si sentivano russare altri giovani. Ci spogliammo e nel lenzuolo a sacco cercammo di addormentarci. L'allegra compagnia, però, continuava a rumoreggiare e urlare: malgrado il gestore dell'ostello si affannasse a mandare tutti a dormire, non c'era nulla da fare; tutti continuavano a vociare e urlare, con prevalenza delle voci acute femminili.

"Corrado, che facciamo? Qui non si dorme: facciamo una scenata?"

"D'accordo, però vai tu, perché non so le parole che andrebbero bene in questo caso."

Sorrisi, perché avevo in mente, io, le parole che per me sarebbero state adatte al caso. Mi alzai e, in canottiera e pantaloncini, aprii la porta e urlai: "A let i pui!" ("A letto le galline!", un modo di dire ferrarese a significare che è ora di finirla e di smetterla di fare del baccano), facendo il gesto dell'indice, caratteristico di quando qualcuno si vuole disfare di qualcun altro. I ragazzi, e le ragazze in primis, si avventarono ridendo contro di me, cosicché io precipitosamente chiusi la porta, mettendomi al sicuro. Da una branda si alzò una voce assonnata che in italiano esclamò: "Bravo!", con l'accento sulla "o", il che significava, secondo me, che chi l'aveva proferito fosse francese. Comunque, alla fine, il silenzio cadde sull'ostello e finalmente potemmo riposare.

Primo giorno a Weiden

Il giorno successivo, dopo una dormita ristoratrice, ci alzammo e, sentendo parlare nel cortile, ci avvicinammo alla finestra. Un gruppo di giovani, ragazzi e ragazze, stava animatamente discutendo, mentre vedevo fra di loro la mia bicicletta. Ci vestimmo velocemente e andammo a sentire il motivo della loro discussione. Ci accolsero allegramente al grido "Die Italiener", ci fecero festa e tutti insieme vollero raccontare cosa avessero fatto: semplice, mentre noi dormivamo profondamente, essi avevano aggiustata la mia gomma.

Naturalmente, la cosa ci fece immensamente piacere, non solo perché ci risparmiava un notevole lavoro, ma soprattutto per il contenuto dell'atto da loro commesso. Io spiegai che avevo dovuto percorrere un bel pezzo di strada a piedi, giacché non ho potuto gonfiare la gomma, essendo rotta la pompa; ebbene, si guardarono, annuirono  e poi uno andò alla sua bicicletta, ne staccò la pompa che vi era agganciata e me la diede con un luminoso sorriso, accompagnato dal consenso dei suoi amici. Lo confesso, mi sono commosso e ho ringraziato tutti con vigorose strette di mano e amichevoli pacche sulle spalle, anche perché a distanza di otto anni dalla fine della guerra, a casa nostra erano ancora tanti coloro che erano dell'avviso che i tedeschi fossero tutti eguali, fanatici antirazzisti, campioni di cattiveria e crudeltà, senza nessun sentimento di umanità.

Poi, ci mettemmo a loro disposizione per rispondere alle tantissime domande, che vertevano sulla nostra città, sui nostri studi, sulla padronanza che avevamo della loro lingua e, soprattutto, su come mai avessimo scelto di fermarci nella città di Weiden, con tante città più grandi e famose della Germania. Il fatto che fossimo giunti fino lì per conoscere le nostre amiche di lettera fu accolta con "bravi", "avete fatto bene", "ottima scelta". E, dopo un caloroso ringraziamento e un cordiale saluto, accompagnato da un improbabile "arrivederci", ci avviammo in bici, dopo aver consultato la cartina che il gestore dell'ostello ci aveva gentilmente data, ci fermammo a bere un caffè lungo la via e quindi ci avviammo verso l'indirizzo di Renate.

Non era lontana la sua abitazione, e quando giungemmo, a una finestra del primo piano vedemmo sporgere un simpatico musetto con capelli biondi, zigomi belli e rosati, occhi azzurri e l'espressione un po' timorosa, quasi temesse un commento negativo; non poteva essere nessun altro che Renate.

Tolsi di tasca la fotografia formato tessera da lei inviatami per posta, gliela mostrai e chiesi: "La riconosci?".

"Sì", fu la sua fioca risposta, poi, al nostro sorriso si aggiunse il suo, e girandosi verso l'interno della casa, urlò: "Mamma, Ilse, i nostri amici sono qui! Mario e Corrado sono qui".

Scomparve, per riapparire sulla porta tutta sorridente e per accoglierci calorosamente. "Temevamo che vi foste persi!", esclamò ridendo.

Con lei comparve pure la sua amica, un po' più alta di Renate, magrolina, capelli castano scuro  e due brillanti occhi castani da vera furbetta: non sarebbe fuori luogo pensare a un suo modo di fare lontanamente militaresco, scherzosamente direi teutonico. Diverse com'erano, formavano una strana coppia (espansiva e chiacchierona Renate, e un po' rigida Ilse che poi, piano piano, iniziò a sciogliersi), ma mostravano di andare d'accordo fra di loro, come avemmo modo di constatare nei giorni di permanenza. Comunque, entrambe dimostravano un grande piacere nel vederci nella loro città e ne erano orgogliose. Intanto, ci aveva raggiunti la mamma di Renate: una signora ancora giovane, un po' sovrappeso, capelli brizzolati raccolti a crocchia sulla nuca, che all'aspetto mi ricordò la massaia ferrarese (l'arzdora, appunto), cioè la vera donna di casa. Ci allungò la mano per stringere vigorosamente le nostre e, sorridendo ai vicini di casa, curiosi di vedere i due Italiani, di cui era stato comunicato l'arrivo, disse:

"Questi sono gli amici delle nostre ragazze, che vengono da lontano. Sicuramente hanno fame, perciò non facciamoli morire anzi tempo".

Salutò i curiosi con un cenno della mano e un radioso sorriso, e ci fece cenno si seguirla nella sua abitazione.

Corrado e io ci apprestavamo a mettere la catena di sicurezza nelle nostre bici, Renate ci chiese, un po' apprensiva:

"Ma che fate?"

"Chiudiamo le bici, perché desideriamo trovarle quando usciremo."

"Non lo fate, per favore!", ci pregò lei.

"Sarebbe offensivo per i nostri vicini", disse indicandoli.

Effettivamente, sembravano sorpresi per la nostra mossa. Allora, comprendemmo che eravamo in un posto diverso da quello in cui vivevamo, nel quale ancora si riverberava l'eco del famoso film "Ladri di Biciclette", un capolavoro di Vittorio De Sica girato nel 1948, cioè pochi anni prima. Scusandoci con tutti, togliemmo le catene, lasciando le nostre bici "indifese", ed entrammo in casa.

L'abitazione ci diede l'impressione che la famiglia, della quale nemmeno negli altri giorni vedemmo qualcun altro e non ci sentimmo autorizzati ad approfondire il fatto, fosse della buona borghesia tedesca, con un arredamento moderno, semplice, pulito, senza fronzoli, ma veramente accogliente.

La mamma di Renate aveva preparato un'ottima colazione-pranzo, essendo ormai mezzogiorno, per cui ci rifocillammo abbondantemente di un fritto, di cui non ricordo la natura, ma squisito, accompagnato da patate che non avevo riconosciute, non essendo pastose come le nostre, ma leggermente croccanti. E, per festeggiare, dopo averci chiesto se apprezzassimo il vino, aprì una bottiglia di ottimo Vino del Reno. Mentre facevamo onore alla tavola, la mamma di Renate parlava e parlava, con la sua voce calda e piacevole, in un misto di tedesco puro e di dialetto locale (come comprendemmo più tardi), che naturalmente era al di fuori della nostra portata; pertanto il discorso, per noi, era comprensibile solamente a metà.

"Allora, capito?", chiedeva lei.

"Non tutto", rispondevamo noi.

"Non fa nulla, mangiate!":era quasi un allegro comando associato a un'allegra risata.

Completato il pranzo, dopo aver ringraziato la signora, tutti e quattro a piedi andammo a fare una passeggiata serena e tranquilla, in centro, dando un'occhiata ai negozi, alla gente, ridendo e scherzando.

A questo punto non guasta parlare un po' della città dove eravamo approdati.

Non è molto grande, ma bella, il cui nome completo è Weiden in der Oberpfalz (Weiden nell'Alto Palatinato), si trova alla stessa latitudine della più famosa Norimberga, posta a ovest e a circa 35 chilometri dal confine con la Repubblica Ceca, che si trova a est. È molto antica, essendo stata fondata nel 1241, anche se si è riscontrato che già attorno al 1000 c'era un insediamento umano. Il censimento del 1531 parlava di 2.200 abitanti. Nel passato fu di una certa importanza, perché costituiva un punto di convergenza commerciale, essendo all'incrocio fra la cosiddetta via dell'oro (Goldene Strasse) e quella  di Madgeburgo (Magdeburger Strasse), diretta da nord a sud. Purtroppo fu teatro di due rovinosi incendi, della peste e della "guerra dei trent'anni", che la misero in ginocchio. Già alla fine del '700 aveva iniziato la sua ripresa, che salì al meglio con il  suo collegamento con la ferrovia della Baviera avvenuto nel 1863. Nel frattempo, l'industrializzazione crebbe abbastanza  rapidamente e Weiden divenne un importante centro per la produzione della porcellana e del vetro, attirando molte migliaia di persone.

Ilse, nel frattempo, ci disse che i suoi genitori ci avevano messo a disposizione lo chalet del loro locale denominato Waldcafe (Caffé del Bosco, appunto), che possedevano presso il loro punto di ristoro vicino al bosco che si estendeva a sud della città. Tornammo a prendere le nostre bici e, dopo aver salutate le ragazze, con le quali ci eravamo accordati di incontrarci in centro verso le cinque del pomeriggio, andammo all'ostello per annullare le nostre prenotazioni, avendo trovato una sistemazione migliore, scusandoci con il gestore. Prendemmo la nostra roba e andammo a sederci nel parco, dove sarebbero venute le nostre amiche a cercarci. Quando giunsero, con le loro bici (ci sorprese il fatto che llse usasse una bici da uomo e mi ricordò l'impressione militaresca che avevo avuto al mattino), ci dissero che era ora di andare a prendere possesso della nostra dimora per le notti che ci restavano prima di ritornare in Italia.

Facemmo un giro nel parco della  città, per poi salutarci, con l'impegno che sarebbero venute a prelevarci il giorno successivo verso le dieci. Così, andammo a prendere possesso della nostra nuova abitazione: mettemmo le bici dentro il garage e i nostri averi nello chalet, che era di fianco. Era piccolo, ma ben arredato e accogliente, con un tavolo nel mezzo su cui faceva bella figura di sé un vaso con un mazzo di fiori freschi misti (omaggio, presumibilmente, a noi) e due lettini posti su due pareti opposte, sotto finestre oscurate da tende; e, naturalmente, non mancavano i servizi. Mangiammo qualcosa per cena, ci sforzammo di leggere qualche cosa su un giornale tedesco comprato all'edicola e dormimmo saporitamente.

Secondo giorno a Weiden

Il mattino, verso le ore 7,  stavamo per inforcare le nostre bici, per fare un giretto in assenza delle nostre amiche, quando una giovane e carina cameriera, bionda e con gli occhi azzurri, come si conviene a una tedeschina, vestita di scuro, con un grembiule bianco con pizzo e cuffietta pure bianca, ci rincorse, per dire che la colazione era pronta e che potevamo consumarla nella sala ristorante oppure, se preferivamo, sulla terrazza, come avremmo preferito noi. Ci guardammo sorpresi e poi, sorridendo, emettemmo una risposta corale: "Sulla terrazza, naturalmente!"

Così ci accompagnò: la terrazza era una struttura a semicerchio, scoperta, sotto la quale si trovava la sala da pranzo, che sporgeva dalla grande costruzione principale. Altro che "Caffè del Bosco": si trattava veramente di un albergo di lusso. Un po' intimiditi, ci avvicinammo alla balaustra e potemmo vedere, a un centinaio di metri di distanza, al di là di un prato erboso rasato di fresco, il bosco di abeti o pini che fossero, che, fitti, coprivano l'orizzonte e facevano da sfondo a quello che ci era sembrato uno spettacolo da favola, sul quale volteggiavano grossi corvi neri. Sul grande terrazzo, erano tavoli e sedie rigorosamente allineati in attesa degli avventori che, sicuramente, stavano dormendo il sonno dei giusti; solamente una bella signora anziana stava facendo colazione con un magnifico cagnolino bianco, al quale, secondo noi, stava dando da mangiare quelle leccornie che più che altro potevano fargli male. La salutammo con un sorriso e facemmo colazione, di quelle che fanno saltare il pranzo senza rimpianti, tanto era ricca e sostanziosa. E, mentre eravamo in attesa dell'arrivo delle nostre amiche, parlammo con quella gentilissima signora che - se ben ricordo - disse che era di Francoforte e, sorridendo, aggiunse che le leccornie mangiate dal suo bel cagnolino, Fuffi, e che aveva notato che noi avevamo disapprovate, erano state consigliate dal veterinario. Pertanto 1 a 0 a suo favore.

Parlammo a lungo, anche perché Renate e Ilse tardarono, ma fu un vero piacere, essendo una signora colta, che parlò dell'Italia, di Venezia e Firenze, dove era stata diverse volte, e con passione di Dante, Boccaccio, Michelangelo, senza dimenticare, però, che pure  il suo Paese ebbe tanti personaggi illustri, da Wagner a Beethoven, da Goethe a Einstein, da Mann ad altri famosi  teutonici. Desiderò, poi, conoscere la nostra città, fino ad allora ignorata. Sentendo parlare di Ferrara, che purtroppo lei conosceva solamente dai libri, volle sapere tante cose, ma soprattutto desiderò conoscere fino in fondo il dramma di Ugo e Parisina: eravamo a nozze, poiché Corrado, Gabriele e io, alla fine della primavera, avevamo avuta la patente di "Guide Turistiche" della nostra città, dopo un lungo corso tenuto da severi insegnanti del luogo. Così potemmo fornire tante notizie, che la signora dimostrò di apprezzare. Stavamo ancora parlando con la signora, dimenticandoci che le ragazze ci aspettavano, Queste, forse preoccupate per non vederci, vennero al Waldcafe e ci trovarono in lieta conversazione. Parteciparono per un po' ai nostri discorsi, poi tutti ci accomiatammo dalla gentile signora, con la promessa di riprendere il discorso il giorno successivo.

Prendemmo le bici tutti e quattro e andammo al parco e poi facemmo un gitarella nei dintorni di Weiden, e lungo il percorso avemmo una piacevole sorpresa: piste ciclabili fiancheggiavano le carreggiate degli automobilisti e, dove si doveva passare da un lato della strada all'altro, non c'era una striscia sull'asfalto per l'attraversamento, bensì un bel sottopassaggio che consentiva la manovra senza pericoli di sorta. Mentre pedalavamo, chissà a cosa pensasse Corrado in quel momento, perché iniziò a cantare "Fratelli d'Italia" a voce spiegata.

"No, Corrado, no, per favore!", fu la reazione immediata da parte delle due ragazze; del resto, non si poteva dare loro torto, perché non erano passati molti anni da quando i nostri due paesi erano nemici.

Aggiustammo la faccenda, aggiungendo pure la mia voce che, tutto sommato, era baritonale e intonata, cantando "L'alba sul Mar" della nostra concittadina Milva, e questa volta la canzone fu apprezzata. Ci fermammo in un boschetto presso una Gasthaus, dove concedemmo un paio di birre a noi due e offrimmo un paio di aranciate alle ragazze. A un certo momento, Renate diede l'impressione di aver ricordato qualcosa che le era sfuggito in precedenza e a dimostrazione di ciò, chiese:

"Cosa significa papaveri e papere?"; faceva riferimento al brano musicale che, cantato da Nilla Pizzi, si classificò al secondo posto del Festival di San Remo del 1952.

Io tradussi il titolo e canticchiai il testo nella mia traduzione in tedesco. Poi, strinsi l'occhio a Corrado e dissi:

"Un po' come noi due, i papaveri, e voi due, le papere", e scoppiammo a ridere.

Ci guardarono e Ilse sbottò con un Dumm (scemi) velenoso, poi, scuotendo la testa entrambe scoppiarono a ridere fragorosamente. Poi, scherzammo, ridemmo, ci prendemmo in giro e, fra una chiacchiera e l'altra, giunse mezzogiorno. Così, tornammo in città e  lasciammo che le due fanciulle ritornassero a casa, con la promessa di rivederci nel primo pomeriggio, mentre noi facemmo un giro in centro, con le bici a mano, osservando i negozi. Davanti a un rivenditore di frutta, Corrado mi disse:

"Che ne pensi: ci mangiamo delle albicocche?"

"Perché no?", risposi io.

"Allora siccome sei sempre tu, che conosci il tedesco meglio di me, ad andare avanti, che ne dici se questa volta entro io a comprarle?"

"Giusto, entra e - direi - prendine un chilo."

"Già, vado! Ma rinfrescami la memoria: come si chiamano?" Scherzando, commisi la cattiveria di dirgli che si chiamavano Pflaumen, e lui disse "Va bene, vado!"

Era uno scherzo, ma con un sorriso satanico non corressi quel nome, giacché  quello giusto era Aprikosen. Uscì dal negozio con un cartoccio di prugne stupende e succose, ma così nero, come non l'avevo mai visto da quando ci conoscevamo.

"Sei proprio uno str...!"

Cercai di scusarmi, dicendo che mi ero sbagliato, ma non mi credette affatto e mi tenne il muso, finché, dopo esserci seduti su una panchina, mangiammo le prugne, che erano talmente buone che mi perdonò; però mugugnò fra i denti che non si sarebbe più fidato di me, ma che avrebbe fatto affidamento solamente sul suo tascabile vocabolarietto italiano-tedesco. Quando Renate e Ilse giunsero con le loro bici, Corrado volle raccontare la mia cattiveria, convinto di essere compreso e consolato, e quelle, invece di rimproverarmi, si fecero una matta risata, che lo mandò di nuovo su tutte le furie: solamente una carezza da parte delle ragazze gli fece sbollire il furore.

Chiarito il tutto ci dissero che ci avrebbero portati in un posto particolare. Così, dopo poco, ci fermammo davanti a una saracinesca. Ilse prese una chiave, aprì la porta di fianco ed entrammo in un grande locale dove erano ben esposti tantissimi dispositivi elettrici (radio, televisori, ecc.ecc.). Era  il magazzino di servizio di un lussuoso negozio, di proprietà della famiglia di Ilse; e chiaramente, comprendemmo che il censo delle due ragazze era notevolmente diverso. Detto fra di noi, cominciammo a pensare che l'affiatamento fra le due fosse semplicemente casuale, dovuto al fatto che noi eravamo lì. Del resto, anche nella nostra classe al liceo, pur se non molto evidente, si notava la formazione di gruppi socialmente diversi. Comunque, alla fine Ilse prese dei dischi, ne scelse uno e lo mise sul piatto del giradischi: un lento cominciò a far sentire le sue note e le ragazze ci invitarono a ballare con loro. Così, andò avanti per una buona parte del pomeriggio, scambiandoci le dame, ballando lenti e provando qualche mossa di tango argentino, per passare anche al valzer che ci dette l'impressione che fosse molto amato in quella città. Ciò che ci sorprese  fu la continuità con la quale si succedevano i brani  musicali e ci fu spiegato che si trattava di dischi microsolco, che potevano portare diversi pezzi su ogni faccia e di cui noi non avevamo mai sentito parlare.

Ormai era ora di cena, per cui salutammo le ragazze, e dopo una frugale cenetta, ci ritirammo.

Terzo giorno a Weiden

Il mattino successivo, dopo una lauta colazione e un saluto alla signora e una carezza al cagnolino, con calma andammo a casa di Renate, dove ci aspettava pure Ilse. Ci dissero che un vicino di Renate, abitante nello stesso caseggiato, desiderava conoscerci e, se l'avessimo voluto, avremmo potuto fare una partita di ping-pong con lui. Accettammo di buon grado, anche se nessuno di noi due avesse mai praticato sul serio quello sport; ne conoscevamo i rudimenti, ma ben poco di più, però, per accontentare le due ragazze, accettammo. Così, attraversammo un androne, per trovarci in un cortile con un angolo in ombra, dov'era sistemato il tavolo di gioco. Così facemmo la conoscenza di Hans; ma ciò che ci indispettì furono due cose: la prima quella di essersi presentato a petto nudo (da quello che capimmo, rigorosamente depilato), e l'altro di mostrare un atteggiamento altero, che avrebbe oscurato quello di Hitler. Bene, se era un loro amico, andava tutto per il meglio.

Giocammo per un po', prima io, poi Corrado, poi io ancora... Certo, non facevamo bella figura, giacché il "nostro" ci stava dando una bella batosta, ma del resto non potevamo pretendere di più da noi stessi. Probabilmente, si indispettì, forse perché si era reso conto che con noi non si stava divertendo e che si trattava solo di tempo perso, per cui appoggiò violentemente la racchetta sul tavolo e, convinto che noi non capissimo se lui avesse espresso a parole il suo malumore, sbottò come segue:

"Ragazze, chi mi avete portato? Non sono altro che due limoni!"

Al che, mentre Corrado, che forse non aveva ancora capito bene cosa lo avesse disturbato, allibito guardava alternativamente Hans, me e le fanciulle, io gli tradussi l'infelice uscita di Hans e poi tirai fuori tutte le insolenze che con calma avevo imparato consultando il mio voluminoso vocabolario italiano-tedesco (caso mai ne avessi avuto bisogno) e, esaurita quella serie, gliele rifilai nel mio vernacolo, sicuramente con maggiore precisione e impegno. Si ritirò nel suo guscio e avemmo l'impressione che si aspettasse qualcosa di molto di più tangibile dalla mia reazione; ma l'uso improprio delle mani non faceva parte della mia educazione e il tutto finì lì. Comunque, le ragazze lo redarguirono  aspramente, e in tal modo ci rimase male due volte e, dopo averlo mandato a quel paese, naturalmente noi due nel nostro dialetto, e loro due nel vernacolo di Weiden, ce ne andammo sbattendo il portone di strada.

Mentre andavamo a piedi, avendo lasciate le bici a casa di Renate, le due ridacchiavano fra di loro per quanto era successo, e sembravano soddisfatte (l'impressione era che Hans non piacesse del tutto anche a loro); ma vollero sapere cosa avessi detto, sia in tedesco, giacché loro erano brave signorine e non conoscevano parolacce nella loro lingua, sia, soprattutto, quelle in ferrarese, che le avevano maggiormente colpite per la foga e la sicurezza dimostrata. Naturalmente, ebbi difficoltà nel tradurre le mie ingiurie senza offendere le loro pudiche orecchie. Accettarono quanto dissi, ma ebbi l'impressione che non avessero creduto nemmeno a una delle parole della mia traduzione, come del resto era la verità.

Passammo per il centro della città e chi ti incontrammo? La sorella di Ilse, di cui non ricordo il nome, in compagnia di due giovani ufficiali dell'esercito americano di occupazione della Repubblica Federale Tedesca, tutti in ghingheri. Era diciottenne, "grande", cioè "matura", come si dice, piuttosto piccolina, un po' più in carne di Ilse, vestita elegantemente alla moda. Capimmo che la compagnia della sorellina non corrispondeva ai suoi gusti: vuoi mettere due scalcagnati Italiani in maglietta e canottiera e pantaloni che oggi si definirebbero "casual", rispetto agli azzimati ufficialetti americani?

In effetti fu abbastanza fredda con noi, ma non ci adontammo: non ne valeva la pena, per cui salutammo con strette di mano (non avemmo il coraggio di dare una pacca sulle spalle dei due giovani militari, come ci sarebbe piaciuto) e ce ne andammo per i fatti nostri, mentre Ilse si scusò con noi, ma non ne valeva la pena: le due sorelle - capimmo - lo erano solamente per nascita, essendo due caratteri del tutto diversi. Diciamo così: Ilse era ancora tanto giovane e magari l'altra, essendo un po' più anziana, era più navigata, naturalmente in senso buono, e aveva un concetto diverso del mondo. Per inciso, riporto che non incontrammo mai i genitori di Ilse e non abbiamo saputo la ragione; sappiamo solo che ci avevano favoriti sia con il vitto, sia con la camera, messi costantemente a nostra disposizione, il che non era poco, considerate le nostre misere risorse.

Il pomeriggio ci portarono a vedere un film che aveva come trama la gara fra il musicista viennese Strauss (non ricordo se padre o figlio) e un musicista locale, di cui non ricordo il nome, in merito ai valzer composti da loro. Un conto è seguire chi ti parla in un'altra lingua di persona, un conto è seguire i discorsi in un film, con l'aggiunta della musica di accompagnamento; per fortuna, nella sala non c'era molta gente, per cui i bisbigli delle ragazze per farci capire i dialoghi, non disturbarono e furono sufficienti a farci comprendere quanto nello schermo era detto.

Essendo verso il tramonto, le due giovani ci chiesero se ci fosse stato qualcosa in contrario nel partecipare a una messa pomeridiana nella cattedrale. Noi ci guardammo entrambi con un'espressione interrogativa, senza proferire parola. Si guardarono entrambe, quindi Renate ci chiese se fossimo cattolici o protestanti. Negli anni 1950, in Germania, i cattolici erano circa 23 milioni contro i 42 milioni di protestanti, per diventare piano piano quasi alla pari. Dicemmo che eravamo cattolici e, tutte contente, confessarono che pure loro lo erano, per cui si poteva fare. Così, entrammo nella cattedrale dedicata a San Pietro, costruita tra il 1250 e il 1525, con la facciata arricchita da due torri, costruite più tardi, nell'800. La messa fu come da noi, in Italia, anche se non comprendemmo quasi nulla, giacché il prete parlava a bassa voce, quasi si stesse confessando; l'unica differenza stava nel fatto che quando ci si deve alzare o ci si può sedere durante il rito, da noi si fa spontaneamente, mentre là venivano ordinati i corrispettivi dei nostri "in piedi" e "seduti".

Poi, salutammo le due ragazze, facemmo un giro in centro e, dopo aver  fatta una cenetta in una Gasthaus, ci ritirammo al Waldcafe.

Quarto giorno a Weiden

Il mattino successivo, dopo aver fatto una lauta colazione, salutammo la signora che ci comunicò che in giornata sarebbe giunto l'autista per portarla da amici nella Selva Nera (Schwarzwald). Ci trattò come se fossimo stati suoi nipotini,  ci diede il cagnolino Fuffi da accarezzare e, con un improbabile Aufwiedersehen, ci salutò con un grande sorriso che esprimeva tanta simpatia.

Dopo aver bighellonato in centro, verso le dieci andammo nel parco dove, come eravamo rimasti d'accordo, trovammo Renate e Ilse che chiacchieravano fra di loro sedute su una panchina. Parlando del più e del meno, il discorso finì su un negozio nel quale avevamo ammirate alcune statuette di porcellana. E loro confermarono quanto da me riportato più sopra in merito alle porcellane, cioè che la loro città era produttrice di buone realizzazioni, senza però raggiungere il livello, e la fama, di Meissen. Aggiunsero che il caolino, che serve come elemento fondamentale per la produzione della porcellana dura, era estratto a Hirschau, non lontano da Weiden, e aggiunsero che, se fossimo restati per un altro giorno ancora, noi due saremmo potuti andare a vedere, tanto si trattava di una quarantina di chilometri:

"Del resto, cosa sarebbero per voi, che siete venuti dall'Italia? Una bazzecola!"

Corrado e io ci guardammo, perché non si trattava di quaranta chilometri, bensì, se desideravamo tornare a Weiden, diventavano ottanta. Però l'apprezzamento ci fece inorgoglire. Tuttavia, ricordo che chiesi se per caso la  strada per Hirschau potesse essere un'alternativa, che avremmo potuto percorrere durante il ritorno, ma invece no, giacché, purtroppo, era spostata verso ovest, e ci avrebbe notevolmente allungato il percorso per Regensburg. Però eravamo incuriositi, per cui le sollecitammo a raccontarci cosa si sarebbe potuto vedere e che cosa ci saremmo persi non andando fin là.

"Avreste potuto vedere il Monte Kaolino".

Visti i nostri volti perplessi, poiché i dintorni erano piuttosto pianeggianti, sorridendo chiarirono che non si trattava altro che di una discarica degli scarti derivanti dall'escavazione della caolinite, un minerale dal quale si estrae il caolino, il cui nome deriva da Gaoling (Colline alte), località cinese della regione presso Jingdezhen, nella provincia cinese di Jiangxi, che a partire dal VII secolo d.C. era costellata di forni per la produzione della ceramica. Si può ricordare che si tratta di una sostanza di fondamentale importanza nella produzione della porcellana dura, giacché ha consentito alle industrie ceramiche europee di raggiungere i livelli qualitativi delle porcellane cinesi (basti pensare alle porcellane di Meissen e di altri in Europa), oltreché di essere di grande utilizzazione in tantissimi processi produttivi industriali.

Ma cosa c'è di interessante in un mucchio di scarti di lavorazione? Le ragazze ci spiegarono che l'anno precedente vi erano andate in gita scolastica, per cui conoscevano bene il sito. Il Monte Kaolino era così chiamato dai locali scherzosamente, non essendo un monte e nemmeno una collina. Era solamente un grande cumulo, formato da più decine di milioni di tonnellate di sabbia, sottoprodotto della coltivazione della caolinite, che visto da lontano sembra sia composto da neve.

"E allora?", chiedemmo noi. La novità consisteva nel fatto che il monte era stato sagomato a stazione sciistica con pista artificiale e, poiché l'idea aveva avuto successo, nel 1956 era stato fondato un club e dal quel momento lo sci fu praticato sia d'estate sia d'inverno; per completare l'opera, più tardi fu aggiunto un impianto di risalita ed, essendo divenuto il cumulo ancora più grande, fu aggiunta una pista per lo sci su tavola. Per invogliare la presenza dei non sciatori, fu loro messo a disposizione un grande parcheggio e un luogo di ristoro, fra boschi e verde, tantissimo verde a non finire, e tanto sole.

Peccato, fu il nostro commento: "lo inseriremo in un viaggio futuro", aggiungemmo con una promessa fallimentare in partenza e portammo il discorso su altri argomenti.

A mezzogiorno, le nostre amiche dissero che c'erano due novità, ma che sarebbero state due sorprese, per cui dovevamo presentarci a casa di Renate abbastanza presto, attorno alle tre. Non c'è stato verso di farle sbottonare e così andammo a pranzo al Waldcafe, chiedendoci di cosa si sarebbe trattato. E puntuali, alle tre meno qualche minuto, ci presentammo a casa di Renate e, prima di entrare, ecco la prima novità: ci trovammo circondati da un nutrito gruppo di ragazze e ragazzi, formato dalle compagne di classe di Renate e Ilse e dai loro amici che, con un vociare allegro e rumoroso, ci fecero festa; parole gentili nei nostri confronti, complimenti per la distanza percorsa  e per quella che avremmo dovuto percorrere nei giorni successivi, strette di mano, pacche sulle spalle fra maschi, moine con le femmine. Dopodiché, furono organizzati diversi giochi, che non ricordo quali fossero, comunque di movimento e di corse. Passammo un pomeriggio festoso, allegro, uno di quelli che si inseriscono nella memoria senza mai più lasciarla, diventando, purtroppo, con il trascorrere del tempo, un qualcosa che, se da un lato ti riempie di gioia, dall'altro il rimpianto ti ricorda che ormai è giunto il momento di togliere il disturbo.

A pomeriggio inoltrato, il gruppo di giovani ci salutò calorosamente, con la promessa che, se fossero venuti in Italia, ce lo avrebbero comunicato, e noi promettemmo che, se la loro meta non fosse stata molto lontana da Ferrara, ci saremmo rivisti.

A quel punto, la mamma di Renate ci chiamò per comunicarci l'altra novità: alcune famiglie del vicinato di Renate ci avevano invitati a trascorrere con loro la serata dell'ultimo giorno della nostra permanenza a Weiden in una sala da ballo e, aggiunse la signora, "mi raccomando, venite in giacca e cravatta, perché così vuole la direzione del locale".

Corrado e io  ci guardammo per significare che, con questo presupposto, l'invito saltava: infatti, Corrado proprio non aveva né l'una né l'altra, mentre io non avevo una cravatta, ma la mia giacca, che tenevo legata sopra lo zaino e che naturalmente era stata esposta ai capricci del tempo, violenta pioggia compresa, era pronta per la lavanderia e in nessun modo utilizzabile. Così, a malincuore fummo costretti a declinare l'invito. Le ragazze rimasero deluse, parlarono con la mamma di Renate e questa disse:

"Vedrò cosa  posso fare. Intanto, voi andate a mettervi al meglio che potete e venite per le otto, così mentre ceniamo si vedrà cosa si è deciso."

Infatti, andammo nella nostra stanzetta e, dopo una doccia, ci vestimmo al meglio, tirando fuori camicie pulite (forse la stiratura lasciava un po' a desiderare) e ci recammo a casa di Renate. Qui cenammo divinamente: la mamma ci coccolò e ci fece mangiare i suoi famosi canederli seguiti da uno stufato meraviglioso, il tutto annaffiato da un eccellente Vino del Reno (Rheinwein), con conclusione di frutta fresca e torta di mele (Apfelkuchen). Lasciammo le bici e, accompagnati da Ilse, Renate e la sua mamma, ci recammo alla sala da ballo, posta in una via secondaria dietro il centro. Entrammo e, con piacevole sorpresa, fummo accolti dagli applausi dei vicini di casa, i cui uomini si presentarono tutti senza giacca e senza cravatta: effettivamente, fu una cosa inaspettata che ci commosse e che ci fece sentire in obbligo di ringraziare quella dimostrazione di interessamento e simpatia nei nostri confronti e del piacere di stare qualche ora insieme con noi. (Lo dico con il cuore: in quell'occasione mi resi conto che, contrariamente al parere ancora abbastanza circolante in Italia che i tedeschi fossero tutti insensibili nazisti, non si può e non si deve mai fare di tutte le erbe un fascio).

Passammo una serata incredibile. Ballammo con le ragazze e con le signore della compagnia, lenti, valzer, mazurche, li provammo tutti, scherzammo e ridemmo, rinfrescandoci le gole con un delizioso e fresco frizzantino, infischiandocene, ancora una volta, della quotidiana, seppure piacevole, birra; insomma fu una serata veramente indimenticabile che, a distanza di tanto tempo, rivivo con chiarezza, tanto piacere e... tanto rimpianto.

Al momento di salutare la compagnia, che si era fatta silenziosa, dicemmo che per le otto del mattino successivo ci saremmo fatti vedere per salutare e ringraziare tutti, la mamma di Renate in primis. Cominciò a farsi strada in noi il triste senso del distacco, che si sarebbe concretizzato da lì a poche ore.

Il commiato e l'improbabile Arrivederci (Aufwiedersehen )

Il mattino successivo ci preparammo per il ritorno in patria. Ci alzammo prestino e, dopo aver consumata l'ultima colazione al Waldacafe e aver salutata la gentilissima cameriera che ci aveva un po' viziati, preparammo le nostre cose e ci recammo a casa di Renate. Qui, era riunita tutta la compagnia della serata trascorsa insieme: tutti volevano salutarci e augurarci un buon viaggio. Eravamo un po' tutti impacciati e mi resi conto che ci sono certi momenti nella vita che non sai come comportarti. Pertanto, concordai con Corrado che la cosa migliore sarebbe stata quella di  prendere il congedo al più presto possibile, perché si sarebbe potuto giungere anche alle lacrime. Così, dopo due bacioni stampati sulle guance da parte della mamma di Renate, due pudici bacetti di Renate e Ilse e strette di mano dei vicini di casa, fra i buon viaggio, state attenti, andate piano, attenti ai camion, ecc. ecc., inforcammo le bici e ci avviammo; giunti all'angolo della via, ci fermammo un momento per rispondere ai saluti inviati dalle mani e dei loro ciao, ci rivediamo presto, non domenticatevi di noi, eccetera eccetera, di coloro che ci avevano conosciuti.

Weiden-Ratisbona

Quindi, commossi, riprendemmo a pedalare, parlando fra di noi, che eravamo entrambi molto soddisfatti di come avevamo trascorsi gli ultimi quattro giorni: l'accoglienza da parte delle ragazze e delle famiglie, il trattamento amichevole e allegro, in particolare da parte della mamma di Renate, ci aveva resi euforici e contenti di aver fatto il viaggio. Ci stavamo allontanando con dispiacere da un luogo che, probabilmente, non avremmo mai più rivisto, così come non avremmo mai più avuti di fronte coloro che ci avevano accolti con un'amicizia che proveniva dal cuore. Più tardi, il futuro disse che la probabilità si era trasformata tristemente in realtà. Del resto, fa parte del  gioco della vita: quante sono le persone che si incontrano, si apprezzano, familiarizzano, e che si vorrebbe avere sempre vicine, ma che scompaiono dalla nostra vita, lasciando solamente ricordi spesso dolci, talora amari, ma comunque ben radicati nella memoria?

La tappa, come si può qui ricordare, era attorno agli 85 chilometri, per cui avremmo raggiunto la città di Regensburg presto e nel pomeriggio avremmo potuto dare uno sguardo ancora a qualcuna delle sue bellezze. La giornata era bella e un sole estivo ci accompagnava. Bene, non avevamo fretta e andavamo abbastanza lentamente, affiancati, non essendoci un grande traffico automobilistico, parlando tranquillamente di ciò che avevamo lasciato e di ciò che ci aspettava nel ritorno. D'altra parte, ripeto, dovevamo percorrere meno di cento chilometri.

Eravamo in perfetto orario sul nostro programma, quando qualcosa andò storto.

Stavamo attraversando il centro di Schwandorf, a un quarantina di chilometri da Weiden, con Corrado in testa, quando un grosso camion, senza fare tanti complimenti, ci superò e svoltò a destra, per entrare in una piazza; probabilmente, l'autista era distratto e pensava al lauto pranzo che avrebbe fatto di lì a poco. Il risultato fu che colpì il manubrio del mio collega, che per fortuna non cadde e riuscì a tirare la bici lontano dal bestione, ma non ce la fece a evitare che il cerchio fosse colpito e storto. Io urlai, tanto che l'autista si fermò e scese, senza aver capito quello che fosse successo: chissà dove aveva la testa, quando ha curvato. Era enorme, alto, biondo, muscoloso (forse oggi si direbbe "palestrato"), un vero campione della razza teutonica  e, comunque, lo affrontai e lo accusai di essersi comportato come l'"autista della domenica".

Lui alzò la voce, come se la colpa fosse stata di Corrado, che si era fatto quasi investire. Al che, non ci vidi più e gli sfornai addosso tutte insolenze che avevo imparato in tedesco, anche perché molte persone si erano fermate per partecipare al seguito dell'incidente e sicuramente non se la sarebbe sentita di appiopparmi una sberla davanti a tanti testimoni;  e io, che avevo esaurito la scorta di offese teutoniche, tirai fuori gli epiteti  che mi venivano spontanei nel puro vernacolo ferrarese. Per concludere, l'autista disse di rivolgersi alla polizia locale e che lui, intanto, andava a mangiare un boccone nella trattoria alla quale era diretto e non era il caso di ritardare; se c'era qualcosa da comunicargli, sapevamo dove trovarlo. Chiuse il camion e se ne andò in trattoria.

Mentre eravamo lì a esaminare i danni subiti dalla bici di Corrado, onestamente non troppo disastrosi, ma tali da rendere un cattivo servizio, si avvicinò un signore di mezza età che guardò la ruota e disse che non era grave, ma che così non poteva andare e che bisognava raddrizzarla; aggiunse, inoltre, che era un meccanico e che, se l'avessimo voluto, ce l'avrebbe aggiustata per poco. Eravamo a un bivio, ma mi ritornò in mente il problema iniziale: il passaporto irregolare di Corrado. Oggi, magari, ci si mette a ridere, ma erano altri tempi, e si correva veramente il rischio che Corrado avesse il "foglio di via" per l'Italia (cioè ritorno coatto in treno con l'addebito del biglietto) e io non l'avrei abbandonato di certo. Bene, mandammo, e non solo mentalmente, quell'autista a quel paese, andammo all'officina del meccanico che era a due passi, gli affidammo la bici e ci sedemmo a mangiare un panino annaffiato da una birra al tavolino di un bar dal quale potevamo tenere d'occhio il nostro salvatore. Quando la bici fu pronta, andammo a prenderla, pagammo il meccanico che si accontentò di pochi marchi e, dopo averlo caldamente ringraziato e salutato con un vigorosa stretta di mano, finalmente partimmo alla volta di Regensburg, dove giungemmo nel pomeriggio inoltrato. Ci dispiacque tantissimo, perché non avemmo avuta la possibilità di approfondire la conoscenza di quella città.

E infatti, a quell'ora non restava altro da fare che andare all'ostello, mangiare qualcosa e infilarci nel nostro sacco a pelo in una brandina.

Ratisbona-Monaco  

Il mattino successivo, dopo una rapida colazione, partimmo per raggiungere Monaco. Il tempo non era dei migliori, una bruma avvolgeva l'ambiente e offuscava l'orizzonte; di quando in quando, qualche gocciolona si schiacciava sul volto. La temperatura era abbastanza bassa per quel periodo. Pedalavamo in silenzio, sperando che il tempo, invece di peggiorare, decidesse di migliorare e, alla fine, scelse questa seconda possibilità; e il sole iniziò a scaldare, asciugando quanto aveva lasciato la pioggerellina fino ad allora caduta. A rompere la monotonia della pedalata fu un incidente capitato a un'auto svedese, uscita di strada causa dello scoppio di un pneumatico. Quando arrivammo, un carro attrezzi stava riportandola sulla carreggiata e dovemmo superare a piedi con la bici a mano una lunga fila di mezzi che aspettava, più o meno pazientemente, che la via fosse liberata. Riprendemmo a pedalare e, dopo aver fatto una sosta ristoratrice in un bosco con un sostanzioso spuntino, senza intoppi giungemmo a Monaco.

Così potemmo ammirare un'altra delle opere che rendono Monaco bella e preziosa, la Marienplatz (Piazza di Maria), risalente al 1158. La si può ritenere il vero centro di Monaco, forse uno dei più cari ai Monacensi e maggiormente visitati dai turisti. Un tempo era il mercato del sale e del grano; ora non lo è più, essendo divenuto il Mercato del Gesù Bambino di Natale (Christkindlmarkt). Qui si trova la costruzione più importante della città, il Nuovo Municipio (Neue Rathaus), eretto fra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo dall'architetto Georg von Hauberisser. La stupenda facciata, che mette in evidenza una grande torre alta 81 metri, al centro ospita il famoso Glockenspiel (Gioco di Campane), che è il più grande carillon della Germania e il quarto nel mondo. Questo suona per due volte al giorno, alle ore 11 e alle ore 12; nel periodo estivo, suona pure alle ore 17.

Il carillon festosamente allieta monacensi e forestieri con il suono delle sue 42 campane, mentre 32 statue, seguendo un preciso cerimoniale, descrivono due celebri episodi storici, risalenti al XVI secolo, che hanno interessato la Baviera. Al suono delle campane, lo spettacolo inizia con i personaggi della nicchia superiore che ballano una giostra cavalleresca (Ritterkarussel) in onore delle nozze del duca Guglielmo V di Wittelbach con Renata di Lotaringia, celebrate nel 1568. Poi, nella nicchia inferiore, inizia  la "Danza dei Bottai" (Schaftertanz), che è messa in scena anche lungo le vie della città, per ricordare il ritorno alla normalità, dopo la terribile peste, scomparsa nel 1517, che duramente colpì la Baviera per due anni. Lo spettacolo si conclude con l'apparizione di un gallo dorato che, posto sopra il carillon, muove la testa e per tre volte apre le ali, mentre si alza il suo canto.

Per chi desidera godere del fresco della sera e non deve alzarsi presto la mattina successiva perché deve partire (non era il caso nostro), lo spettacolo continua alle ore 21, con l'apparizione, al settimo piano della torre dell'orologio, dell'"alfiere con il corno" (Bischof mit Horn) che dà la sua benedizione al Bambinello, mentre l'Angelo (Der Engel) lo accompagna a letto insieme con le note del famosa ninna nanna del pianista Johannes Brahms Guten Abend, Gute Nacht (Buona sera, Buon notte) composta nel 1868. Questa è preceduta dalle note di Wagner, dall'opera I Maestri Cantori di Norimberga, suonate dal carillon con le trombe. Si tratta della rappresentazione di Das Münchner Kindl wird zu Bett gabracht (Il Bambino di Monaco è accompagnato a Letto), appunto.

Ho scritto, precedentemente, che per quanto riguardava i dialoghi questi sarebbero rigorosamente avvenuti in tedesco o nel nostro vernacolo. Ma ci fu un'eccezione che - come si dice - confermò la regola. Eravamo fermi nella piazza e, con le bici a mano, stavamo attentamente osservando e ammirando quanto si muoveva sulla facciata del municipio e ascoltando il suono del carillon.

 A un certo momento, mi sono visto di fianco un signore di mezza età che, come noi, ammirava lo spettacolo che si svolgeva sotto i suoi occhi. Lo guardai e lui, che se n'era accorto, scambiò lo sguardo con un sorriso. Era più basso di me, che non sono certamente un gigante. Guardammo la facciata e poi ci guardammo ancora. Lui disse, convinto, "magnifique" e io risposi "oui", e da lì l'orientale iniziò a parlare fluentemente in francese. Lo fermai, con un gesto della mano, dicendogli semplicemente che "Je ne parle pas français" e poi, mi rivolsi a lui in inglese, ricorrendo ai residui della conoscenza di quella lingua studiata nelle medie inferiori e nel primo anno di liceo, ma non mi capì; provai con il tedesco, ma picche! Quasi parlando fra me e me, mi scappò, chissà come mi venne in mente, la parola "pulcher". Mi guardò sorpreso e chiese "latinus"? Risposi di sì. Bene, fu come se si fosse abbattuta un diga: ci parlò in latino e noi cominciammo a rispondergli nella stessa lingua con fatica e lentezza, giacché nelle scuole si insegna a scrivere in latino, ma non a parlarlo. Discorremmo abbastanza lungamente di ciò che era davanti a noi, dell'Italia, della Germania, del suo Paese, la Romania, e di altro ancora. Persona simpatica, colta e gentile con la quale fu un piacere scambiare qualche chiacchiera; alla fine ci salutammo con una stretta di mano e con l'aggiunta di un improbabile "ad maiora" nel senso di "fino alla prossima".

A distanza di tanti anni, mi chiedo: ma se i nostri insegnanti avessero insistito a farci parlare in latino, oltreché a scriverlo, facendolo ritornare un lingua viva, forse sarebbe diventata una parlata internazionale (al posto dei tentativi di costruire una lingua comprensibile in tutto il mondo, come l'esperanto, per esempio), in grado di non dare troppo spazio all'inglese, che si trova in tutte le salse, tanto che sembra che non si possa scrivere un pezzo senza infiorarlo di termini anglosassoni, spesso incomprensibili per chi, come me, conosce l'inglese poco o nulla, anche perché, essendo sovente neologismi, non si trovano ancora nei vocabolari.

E a questo punto, mi viene spontaneo il pensare a come abbiano fatto Dante, Boccaccio, Ariosto, Tasso, Manzoni e tutti i letterati che hanno reso il nostro Paese grande in tutto il mondo a scrivere i loro immortali capolavori letterari. Mistero!

Andammo all'ostello e, dopo una cenetta, andammo a dormire.

Monaco-Insbruck

L'indomani il tempo si era rimesso a nuovo, il cielo era sereno e non tirava una bava di vento. Così, partimmo serenamente abbastanza prestino, dopo una ricca colazione. Questa volta, però, evitammo di passare per Garmisch Partenkirchen, scegliendo la via che consentiva la vista dei laghi fra i quali passava la strada. Infatti, viaggiammo lasciando sulla destra il Kochensee e costeggiando sulla sinistra il Walchensee, bello e piacevole con le sue barche ben disposte in fila.

Ancora una volta non ci furono problemi da parte delle dogane tedesca prima e austriaca dopo. Il percorso fu tranquillo, senza scossoni e senza fatti degni di nota.

Giunti a Innsbruck, ci sarebbe piaciuto moltissimo ammirare la bellissima Cattedrale di San Giacomo (Dom zu St. Jacob), figlio di Zebedeo, in stile barocco, costruita fra il 1717 e il 1724, su progetto dell'architetto Johann Jakob Herkomer, sulle fondamenta di un'antica chiesa romanica del XII secolo, che fu demolita a seguito dei danni subiti per un terremoto, ma la tappa che ci attendeva l'indomani, Insbruck-Trento, non era troppo lunga con i suoi 135 chilometri, tuttavia c'era sempre di mezzo il Passo del Brennero: pertanto, la memorizzammo per un eventuale, improbabile futuro.

Così, prima pensammo all'ostello, poi decidemmo di tornare dalla gentilissima signora presso la quale avevamo pernottato la sera del primo giorno di  viaggio, supposto avesse un stanza libera. Quando ci vide, fece un largo sorriso e ci diede un caloroso "Willkommen "e fu felicissima di riaccoglierci nella sua abitazione. Trascorremmo una  serata serena e tranquilla, degustando una specialità  austriaca: Wiener Schnitzel (letteralmente Costolette di Vienna, ossia Braciole di suino all'italiana) accompagnate da Kartoffel (Patate), il tutto bagnato da un buon Cabernet del Veneto, fornito da un venditore di vini italiano. Naturalmente, mentre ci gustavamo un buon caffè, narrammo le nostre avventure - se così si possono definire - alle due padrone di casa, rispondendo a tutte le domande della curiosa piccola Marlene, alla quale riuscimmo a farle pronunciare qualche piccola frase in italiano.

Insbruck- Trento

Il giorno successivo, dopo aver fatto una ricca colazione e salutate la mamma con un'energica stretta di mano, un bacio su entrambe le gote di Marlene e un consiglio affinché studiasse bene l'italiano, ci avviammo verso il Brennero.

Fu una tappa tranquilla, anche se la fatica aveva incominciato ad accumularsi nei nostri muscoli. E, del resto, non era una tappa da prendere alla leggera, con i suoi più di 130 chilometri che ci aspettavano; però, conoscevamo le difficoltà che dovevamo superare e pertanto affrontammo il viaggio con decisione e buona volontà.

Giunti al confine con l'Italia, ci fermammo alla dogana austriaca, dove incontrammo una guardia (come si dice) con la puzza sotto il naso. Chissà, forse il vedere scritto in italiano turbava la sua sensibilità, tanto che esaminò pagina per pagina i passaporti, come se volesse trovare in qualsiasi modo un qualcosa che non fosse in regola; il mio passò indenne sotto il suo sguardo diffidente e sospettoso, ma quello di Corrado no, perché si rese conto che il suo non era previsto né per l'Austria né per la Germania. Invece di abbozzare, come avrebbe potuto fare una qualsiasi persona normale, comprendendo che, se da un lato noi ci eravamo comportati in malafede, dall'altro qualcuno, italiano, austriaco o tedesco che fosse, nei tre precedenti passaggi di frontiera fino allora da noi fatti, era stato troppo superficiale nel controllo, e che, oltre tutto, ce ne stavamo tornando a casa, alzò la voce e ci fece una reprimenda, come se noi ci fossimo macchiati di un delitto. Naturalmente, quel comportamento attirò l'attenzione di gente in transito e di un suo collega, sicuramente suo superiore, che si avvicinò, per chiedere chiarimenti sulla cagnara che quell'energumeno (non saprei definirlo in altro modo) stava facendo. Glielo gridò in faccia e quello si rivolse a noi chiedendoci se fosse nostra intenzione quella di ritornare in Austria; rispondemmo che non lo era assolutamente e allora restituì a Corrado il suo passaporto e ci salutò con un "Buon Viaggio" in italiano, lasciando muto e perplesso il collega messo  tacere. Uscimmo dalla dogana e, con un risata accompagnata da un "vaffa", ripartimmo verso la dogana italiana, che ci lasciò rientrare in patria senza commenti.

Giunti a Bolzano, ci fermammo in Piazza Walther, per riposare su una panchina posta ai margini dell'aiuola, che ospita il monumento in marmo della vicina Valle di Lasa dedicato, appunto, al poeta Walther von der Vogelweide, di cui ben poco si conosce. Forse è nato da quelle parti fra l'XI secolo e il XIII. I suoi scritti sono nella lingua definita tedesco medio-alto, parlata indicativamente in quel periodo. La statua, realizzata  dallo scultore Heinrich Natter verso al fine del XIX secolo, porta una viella, cioè uno strumento musicale ad arco in vigore in quel periodo.

Presto ripartimmo, per giungere a Trento verso il tramonto. Non perdemmo tempo. Trovammo l'ostello e, dopo una frugale cenetta, ci ritirammo in due brandine per recuperare le forze necessarie per affrontare la tappa finale, per niente uno scherzo, essendo la nostra più lunga: Trento-Ferrara, circa 200 chilometri.

Trento-Ferrara

Il mattino successivo ci alzammo verso le sei, ci lavammo con l'acqua fredda per svegliarci e ci fermammo per un momento a salutare un giovane teutonico, stranamente non molto alto e con i folti capelli neri, che per tutta la notte aveva dormito con la compagnia di un fiasco di chianti, fortunatamente ancora integro, e che, seduto sulla brandina se lo coccolava, tenendolo stretto fra le sue braccia come se temesse che qualcuno glielo portasse via. Gli chiedemmo il perché di quell'amore sfegatato e lui ci rispose di essere stanco di bere birra e che gli faceva male. A dimostrazione di ciò,  con una mano si toccò il suo stomaco evidentemente dilatato, e giurò che da allora in poi l'avrebbe messa nel dimenticatoio. Era da tanto tempo che desiderava bere un buon vino, che non aveva resistito al piacere di sentirsi tanto vicino a lui. Allora, prosit fu il nostro commento, gli augurammo un buon viaggio e una interessante visita a Venezia, dove, come ci aveva comunicato, sarebbe stato e ci accomiatammo.

Non era il caso di perdere altro tempo con tutto il percorso che ci attendeva: ci fermammo in un bar, ci concedemmo, finalmente, un buon caffè (insisto con il "finalmente") e una doppia brioche e, inforcate le bici, ci avviammo verso casa. Non si tratta di un percorso difficile, essendo da Trento a Verona la strada in buona parte in discesa e poi il resto in pianura; ma dopo aver superato le Alpi Bavaresi e quelle Centrali, le gambe cominciavano a dire che sarebbe stato necessario incrementare il riposo, che ci eravamo proposti di fare, ma solamente dopo essere giunti a casa, anche perché le nostre finanze erano allo stremo.

Si pedalava a testa bassa, assaporando le discese che ci aiutavano a procedere e maledicendo le salite che, di quando in quando, interrompevano la regolarità della pedalata.

Non appena arrivati a Verona, a mezzogiorno passato, costeggiando l'Adige, ci fermammo presso un'edicola, dove trovammo qualcosa da mangiare. La gentilissima signora di mezz'età che la gestiva, notato il nostro aspetto che dichiarava che la stanchezza usciva da tutti i nostri pori e il volto incoronato dalla barba che da qualche giorno ci dimenticavamo di tagliare, desiderò sapere da dove venissimo. Glielo raccontammo in poche parole e lei, impietosita, raddoppiò ciò che avevamo ordinato e si accontentò del poco che ci rimaneva in tasca, cioè non dico zero, ma quasi.

Poi, piano ripartimmo e ogni chilometro diventava sempre più lungo e pesante da percorrere, sempre a testa bassa e sognando di giungere alla méta. Tutto il tragitto non ebbe storia, e un barlume di speranza di essere non molto lontani dalla conclusione della fatica che sopportavamo con sempre maggiore difficoltà si faceva luce, quando cominciammo a leggere qualche cartello segnaletico con la scritta "Ferrara" e facevamo di tutto per non vedere il numero che accompagnava l'annotazione "km". Finalmente arrivammo al Po, che attraversammo sul ponte di Ostiglia, e prendemmo la strada che, attraversando campi coltivati e pioppeti (un paesaggio bucolico che non riuscimmo ad apprezzare, tanto eravamo stanchi) incontra Bondeno e poi Vigarano Pieve: non c'è che dire, si cominciava a respirare aria di casa. Giunti nel pomeriggio inoltrato a Cassana, dove abitavo io, ci fermammo alla stradina che portava a casa mia.

"Che fai, vieni dentro?", chiesi a Corrado.

"Sei pazzo", rispose lui. "Ti invidio, perché tu sei già arrivato."

Corrado abitava a Mizzana e, pertanto, doveva percorrere ancora circa quattro chilometri, e a quel punto erano veramente tanti.

"Non vedo l'ora di arrivare a casa mia ", soggiunse, "per farmi un bagno, mentre mia madre mi prepara un piatto di spaghetti, che sto sognando da quando siamo partiti".

Ci abbracciammo e ci salutammo con un paio di pacche sulle spalle, con la promessa di incontrarci la settimana successiva.

A casa mia, considerato che era ancora presto, verso le cinque del pomeriggio, era tutto in movimento: i miei fratelli erano nella nostra falegnameria con mio padre, mia sorella era nel suo laboratorietto con le lavoranti, e mia mamma ebbe la gioia di avermi tutto per sé, mentre mi scaldava un piatto di cappelletti in brodo, che aveva preparato in attesa del mio ritorno, che feci fuori con una bella spruzzata di parmigiano-reggiano grattugiato in un momento, dopo aver fatto una tonificante doccia.

Il resto non ha storia, perché non c'era più nulla da fare se non raccontare quello che avevamo vissuto ai familiari e alle ragazze del laboratorio di mia sorella, fino al ritorno in classe.

Inizio dell'anno scolastico 1954-55

Il primo giorno di lezione di tedesco, la professoressa Michelini, dopo aver salutata tutta la scolaresca e assicuratasi che le ferie estive fossero trascorse in tranquillità per tutti, mi guardò sorridendo e mi disse, naturalmente in tedesco,

"Zaniboni, vieni a raccontare a me e ai tuoi compagni ciò che, a loro insaputa, tu e Faustini avete fatto durante le ferie estive."

I nostri colleghi si guardarono in faccia, chiedendosi cosa avessimo combinato, però sicuramente compresero che non si era trattato di nulla di male grazie al sorriso dell'insegnante.

 E così, dopo aver tranquillizzato Corrado che il racconto delle nostre "gesta" sarebbe stato soprattutto un compito mio, cominciai a raccontare le nostre "avventure" estive. In primo luogo, l'insegnante desiderò conoscere l'accoglienza che ci fu fatta a Weiden e fu veramente felice quando le assicurai che fummo trattati come parenti loro, con cortesia e affetto; lei ci teneva, perché allora c'era ancora il triste ricordo dei comportamenti della famosa SS tedesca (Schutz-Staffel) nelle regioni occupate, mentre lei assicurava che non tutti i tedeschi fossero uguali, come lo dimostrava il fatto che lei e il fratello avessero amici, ai quali spesso facevano visita sia a Monaco, sia nella Foresta Nera (Schwarzwald), che si estende nel Land del Baden-Württemberg; sì, proprio dove si trovano le fonti del Danubio, il grande fiume immortalato dalle note del grande Johann Strauss nella suo famosissimo valzer "Sul bel Danubio blu" (An der schönen blauen Donau).

Richieste di chiarimento furono avanzate quando il discorso non era per tutti sufficientemente chiaro, oppure quando meritava un approfondimento, come per esempio la faccenda del passaporto di Corrado irregolare, i lavoratori austriaci che ci raccolsero prima di Garmisch-Partenkirchen, la gomma aggiustata dai giovani turisti tedeschi e il regalo della pompa, lo scherzetto fatto a Corrado, facendogli comprare prugne invece che albicocche, il bullo hitleriano, i dischi microsolco, Papaveri e papere, l'Inno di Mameli, la ruota ammaccata di Corrado, il doganiere tedesco al Brennero, il turista tedesco che all'ostello di Trento dormì abbracciato a un fiasco di vino Chianti, ecc. ecc. E non finì lì, perché di quando in quando, l'insegnante mi fermava e insisteva affinché continuassi il racconto, ma chiarendo certi particolari. Secondo alcuni miei colleghi, la cronaca era molto interessante, ma per altri, che avevano altro per la testa, era solamente una questione di comodo, perché in tal modo era nullo il pericolo di essere interrogati.

Naturalmente, la cronaca finì e la vita scolastica poté procedere regolarmente, in vista dello spauracchio dell'esame di stato che ci attendeva; esame che, oltre agli scritti di italiano, latino, matematica, tedesco, comprendeva i relativi orali con l'aggiunta di storia, filosofia, scienze: per niente una piacevole passeggiata! Quasi come oggi?

 
 
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    · 7 mesi fa
    Bellissimo racconto che rievoca atmosfere purtroppo irripetibili. Un pezzo di storia vissuta, di vita. Semplicità, purezza, curiosità, ingegno, sogni...tutte cose che oggi sembrano quasi scomparse, assorbite da monitor, smartphone e navigatori. Mi viene da pensare che le ciclovie e le ciclabili siano sempre esistite fin dall'invenzione della ruota (anzi, esistevano soltanto quelle) e che pian piano siano scomparse soffocate da asfalto e mezzi a motore. Una domanda mi salta in gola: ma tutto questo progresso è veramente un bene?
    Complimenti agli autori, precursori inconsapevoli del moderno cicloturismo.
Leo

ITA - Cicloviaggiatore lento con il pallino per la scrittura e la fotografia. Se non è in viaggio ama perdersi lungo i mille sentieri che solcano le splendide montagne del suo Trentino e dei dintorni del lago d'Iseo dove abita. Sia a piedi che in mountain bike. Eterno Peter Pan che ama realizzare i propri sogni senza lasciarli per troppo tempo nel cassetto, ha dedicato e dedica gran parte della vita al cicloturismo viaggiando in Europa, Asia, Sud America e Africa con Vero, compagna di viaggio e di vita e Nala.

EN - Slow cycle traveler with a passion for writing and photography. If he is not traveling, he loves to get lost along the thousands of paths that cross the splendid mountains of his Trentino and the surroundings of Lake Iseo where he lives. Both on foot and by mountain bike. Eternal Peter Pan who loves realizing his dreams without leaving them in the drawer for too long, has dedicated and dedicates a large part of his life to bicycle touring in Europe, Asia, South America and Africa with Vero, travel and life partner and Nala.