Oltre il filo spinato: i villaggi Karen dei profughi birmani

Pubblicato in Thailandia
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Ai bordi della strada n° 105 che dalle distese pianeggianti di Tak raggiunge ad ovest Mae Sot, porta d'ingresso al mondo birmano e poi prosegue verso nord costeggiando il confine, la vita è tutt'altro che semplice. Lungo il border si incontrano pochi villaggi sparsi: qui l'uomo è presente, ma è la Natura che comanda. Si vive con poco da queste parti: qualche mucca, un paio di polli, un piccolo appezzamento di terra da coltivare, qualche utensile consumato dal tempo, riescono a sfamare intere famiglie di oltre cinque o sei individui che dormono al riparo dalle intemperie monsoniche sotto un tetto di foglie secche.
I più fortunati e privilegiati hanno uno spazio da adibire a minimarket dove vendono prodotti della terra e qualche altra inutile cianfrusaglia occidentale: uno spazzolino da denti (140 baht ossia quasi 4€), un pacchetto di cibo precotto, una rivista... inutili perchè qui nessuno ha il tempo e la necessità di lavarsi i denti, di consumare del cibo precotto, poco nutriente e troppo dispendioso, e di leggere una rivista in inglese visto che la maggior parte della popolazione dell'area non sà comprendere neanche la propria lingua scritta. Le donne tessono abiti coloratissimi ed unici nel loro genere e socializzano con gli altri membri della comunità. Sedute ai bordi della strada o sotto i gazebi usati per attendere il passaggio di qualche autobus che non arriva mai, fumano lunghe pipe, sorridono, chiacchierano fra loro e si rattristano pensierose. Spesso non camminano sole, spesso trasportano sulle spalle i loro bimbi avvolti in pesanti coperte come dei prosciutti, ma le donne, le madri, non sembrano mai stanche, i loro occhi sono sinceri e profondi e e quando ti guardano sembra possano toccare la corda dell'arpa della tua anima. Talvolta accompagnano i loro uomini nei campi e, nei periodi determinanti per il raccolto, non hanno paura di sporcarsi le mani di terra aiutando i loro amati: perchè sono donne coraggiose e forti, donne d'altri tempi forse, donne che paiono ancora bambine nello sguardo, costrette a crescere troppo in fretta bruciando tappe importanti, una prerogativa dei più ricchi, e che ora dimostrano in ogni loro movimento l'età che ancora non hanno. Eppure in questo mondo dimenticato dalla giustizia divina e dalla pietà, tra polvere e buche al confine birmano, la gente sorride sempre... Gli uomini, già durante il pomeriggio, sono a casa sdraiati su una stuoia, con lo sguardo perso a fissare il soffitto di foglie, ipnotizzati dalla stanchezza. Il lavoro giornaliero senza sabati nè domeniche perchè la terra non si ferma durante i giorni festivi, inizia prima del sorgere del sole: anche la luce non aspetta nessuno... solo 12 ore, dalle 6 alle 6 e perciò non si può perdere tempo. Le bambine, dai capelli spettinati e il vestito sporco e bucherellato, aiutano in casa, spesso curano le vacche ed i fratellini più piccoli durante la giornata lavorativa. Anche loro hanno occhi intensi e maturi, senza però quella fiamma ardente dell'adolescenza spensierata perchè l'hanno già perduta, eppure hanno solo quattro o cinque anni! I villaggi sono piccoli, molti sono abbarbicati su remote colline lungo stradine di terra battuta che si allontanano dall'unica via di comunicazione asfaltata per decine di chilometri. La maggior parte delle volte sorgono sul corso di un ruscello o un fiumiciattolo, il solo approvvigionamento di acqua per dissetarsi, lavarsi e cucinare. L'unico lusso che in tanti sembrano concedersi è il motorino, indispensabile per gli spostamenti lavorativi e per recarsi a comprare, ogni tanto, del cibo all'emporio più vicino. La gente è amichevole: ridono, salutano, si sbracciano e si incuriosiscono nell'osservare due insoliti individui nell'abito tradizionale della loro etnia, spostarsi a bordo di una scomoda bicicletta con una montagna di bagagli a seguito...robe dell'altro mondo! Da queste parti non esistono pianure o spianate per far riprendere il fiato ad un viaggiatore su due ruote, solo lunghi saliscendi che mozzano il respiro e alla lunga sedano l'entusiasmo... Qui, a due passi dalla Birmania proibita, centinaia, forse migliaia di profughi di etnia Karen hanno trovato un rifugio sicuro dove iniziare una nuova vita lontani dalle persecuzioni praticate con sadica veemenza dalla giunta militare al potere. Parallelo alla strada n° 105 corre un recinto di legno come quello delle fattorie nelle praterie americane, l'unica differenza consiste nel filo spinato che accompagna lo steccato per tutta la sua lunghezza, a cosa serve? Ci troviamo aldilà della barricata ad osservare la moltitudine di instabili case di bambù, legno e lamiera (i più fortunati!) accatastate l'una sull'altra lungo tutto il pendio est della collina: un puzzle fantasy perfetto direi se non fosse per quel bimbo reale dagli occhi spaventati che mi fissa spuntando da una buca scavata sotto il filo metallico. Lo osservo per qualche istante cercando di intuire i pensieri, le preoccupazioni, la sua curiosità di scoprire e capire ciò che non conosce, passano forse 10 secondi, forse cinque minuti e con i piedini scalzi e luridi di sporcizia, corre via gridando qualcosa nella lingua karen, a me incomprensibile, non si volta più in cerca dello straniero, vuole solo continuare a giocare! Nel villaggio, gli uomini indossano lunghe gonne scure con motivi colorati ricamati dalle loro mogli, i più piccoli si muovono nelle vie sterrate cercando, nella polvere, nuovi passatempi prima del bagno serale al fiume dove incontreranno le mamme, le nonne e le altre donne intente a lavare i panni sporchi, gli anziani fumano la pipa e disputano interminabili partite a dama ed ad altri giochi da tavolo. Questa, intendo la n° 105, è l'unica strada che conduce a questo angolo perduto di mondo e per giungervi bisogna incorrere nei check abituali di tre posti di blocco che garantiscono la sicurezza e il controllo sistematico delle popolazioni fuggite dal Myanmar per cercare una nuova casa, ma destinate a rimanere recluse come prigioniere, lungo questo confine di privazioni.

Il nostro incontro con i profughi birmani e le etnie Karen di confine è avvenuto durante la realizzazione del progetto Downwind. Se siete interessati, potete leggere il diario di viaggio dei dieci mesi in bici in Asia

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Veronica

Classe 1983 (mi han detto che ne sono nati di matti quell'anno...), abito nel bellissimo Trentino da qualche anno e la fortuna (o sfortuna) mi ha fatto incontrare Leo con cui ora vivo e scrivo su lifeintravel.it Dopo aver girato l'Europa e l'Italia con i miei genitori, per la maturità mi sono regalata un viaggio in 2 cavalli da Milano a Praga (un fiorino ha interrotto il nostro viaggio verso Mosca facendoci ribaltare su una strada slovacca). Dopo aver cambiato mille lavori (pasticcera, agente di viaggio, venditrice di gabinetti, addetta alle lamentele in un call center, barista, cubista ehm, questo non ancora!...) ed aver viaggiato due volte in Messico, ho mollato tutto senza alcun rimpianto per volare in Nuova Zelanda dove ho bighellonato per cinque mesi. Nel 2010 con Leo sono partita per un lungo viaggio in bicicletta nel sud est asiatico. Ora, fra un'escursione in montagna ed un'avventura, sogno e risogno la Panamericana sulle due ruote!!! Ecco in poche parole chi sono: cicloviaggiatrice per scelta, pasticciona a tempo pieno, mountain biker per caso, quando non viaggio ne sto combinando una delle mie...
Sito web: www.lifeintravel.it

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