Tre ragazzi, giovanissimi, in sella alla loro bici da Milano a Roma. Un'espressione pura e semplice di gioia, divertimento e libertà: questa è stata la mia sensazione dopo aver visto il video riassuntivo del viaggio che hanno affrontato quest'estate lungo la via Francigena. Tre amici, la bici, la strada, i meravigliosi paesaggi d'Italia e nient'altro...
Si parte lunedì!
Io, Pietro (FreeWheels Onlus), Bartolomeo, Roberto e Pino. Pietro ha già percorso il Cammino di Santiago, esperienza incredibile che l'ha portato a redarre il libro Santiago per tutti
Da un paio di anni Pietro mi diceva: "Mi costruisci il portapacchi per la bici? Vorrei provare la Francigena..."
"Pietro... non puoi viaggiare da solo...".
A un certo punto ha cambiato domanda: "Vieni con me a fare la Francigena?"
"Va bene, vengo a fare la Francigena".
"E quindi mi costruisci il portapacchi?!?"
"Eggià... mi tocca anche costruirti il portapacchi" Comincia un po' così questo cammino.
Al risveglio me la prendo comoda, mi concedo anche la colazione, ho il salame e i formaggini comprati ieri. Non ho strade sterrate o percorsi complicati da seguire. Ci sono già passato a piedi, anche se non ho una carta dettagliata della zona me la posso cavare lo stesso, basta puntare diritto verso nord. In Umbria è relativamente facile orientarsi se ci si muove in direzione nord-sud, la regione ha la forma di un uovo tagliato in due dalla valle del Tevere, lungo la stessa linea principale c’è il fiume, c’è l’autostrada, c’è l’autostrada, c’è la strada principale e c’è la ferrovia. Meglio di così! Una volta, durante un cammino, un umbro mi ha offerto la cena, mi ha detto: “Tu vivi in mezzo alle grandi vie di comunicazione, sei vicino a ferrovie e autostrade, qui siamo tagliati fuori dal mondo. Pensa che al paese di mio suocero si fa ancora la fiera della mannaia”...
In un luogo come la Romita ogni pietra è diversa dalle altre, ogni pietra ha una sua forma, una sua identità e un suo motivo di essere.
Ogni pietra manifesta le cure che le sono state riservate e che lei restituisce. Ogni pietra è stata cercata, raccolta, lavorata, confrontata con altre e poi messa in posizione, messa nel punto in cui poteva dare il meglio di sé. Qui i ritmi di vita sono naturali e seguono i tempi del sole e della notte. La Romita è un luogo nato per la meditazione, un posto in cui ogni gesto si fa al ritmo del respiro, con cura e dedizione. Non c’è tempo per la fretta...
Ho dormito molto bene, nonostante tutti i miei timori di incubi da triller, solo e abbandonato nel campeggio deserto, con la paura di passare la notte sveglio con gli occhi sbarrati in stile “Arancia meccanica”, ho dormito bene. Nessuno mi ha aggredito con coltelli, asce o stiletti, non sono usciti mostri dal lago, non sono stato assalito da Tarantasio. Smonto la tenda e preparo le mie cose, chiedo consigli per andare ad Acquasparta. Mi vengono indicati due o tre paesi per seguire la strada più breve ed evitare di passare da Todi. Sarebbe ovvio prendere appunti, direi quasi elementare, ma io non lo faccio, così mi dimentico subito i nomi dei paesi da attraversare...
Il sole alto nel cielo fa brillare le spighe di grano maturo, le farfalle volano di ramo in ramo, le api si posano sui petali dei fiori alla ricerca del nettare. Il vento accarezza i girasoli facendoli danzare, l’acqua del ruscello si insinua fra le rocce. “No, lascia perdere... Come poeta non vali un tubo”. Stanotte c’è stato il temporale, ma adesso il tempo è buono e invoglia a partire. Mi è andata bene, se fossi stato in tenda sarebbe stato un disastro. Mi alzo con grande pigrizia, ho dormito troppo bene.
Vado verso Siena, potrei puntare verso San Quirico d’Orcia oppure Radicofani, però so che sarebbe ambizioso. Arrivo a Siena e mi dirigo in Piazza del Campo. Passo tra la folla, non è facile farlo senza devastare le caviglie di qualche turista. A Siena ci si deve andare, passare sulla Via Francigena  in bici vuol dire anche passare di là. Entro in piazza, piazzo il cavalletto, mi metto in posa e faccio partire l’autoscatto, mentre la macchina scatta tutti si mettono in mezzo e così devo autoscattarmi decine di volte nella speranza di trovarmi anch’io nelle foto, magari senza davanti nessuno. Se avessi portato il telecomando della fotocamera adesso tutto sarebbe più facile, invece l’ho lasciato a casa risparmiando una decina di grammi nel bagaglio.
Ho fatto il mio dovere, un’altra foto nei posti in cui ci si “deve” fotografare.
Decido di andare verso Siena senza passare da Gambassi Terme, scendo a San Miniato Basso e vado verso la Via Cassia. La discesa di ieri sera nel cortile del convento oggi è una ripida salita, ma stavolta non mi faccio fregare, porto prima la bici e poi il carrello. Pedalo e pedalo, forse potrei andare a San Gimignano, vedo i cartelli e ci penso. La mia mente associa immediatamente San Gimignano alla salita. So che per andarci dovrei spingere a volontà bici e carrello, dovrei sudare e faticare, ma i cartelli diventano sempre di più e mi rendo conto che ci sto andando. Ancora una volta il mio irrefrenabile impulso a farmi del male ha preso il sopravvento. No, ci vado cosciente di quel che faccio, percorrere la Via Francigena in bici senza passare da San Gimignano sarebbe veramente un peccato. Non s’ha da fare!
Lungo il cammino di Santiago puoi permetterti di arrivare negli ostelli senza prenotare, ma lungo le vie dei pellegrinaggi italiani l’affluenza è minore ed è buona norma telefonare per chiedere la disponibilità di posti e avvisare del proprio arrivo.
Imbocco la stradina che sale al convento, è molto ripida, salto giù a spingere. Il carrello s’impenna perché il peso dei bagagli non è controbilanciato dal mio peso sulla bici: è troppo leggera se non c’è nessuno seduto sopra. Prendo la Goat per le corna, spingo quindi con le mani sul manubrio e incastro la sella fra l’anca sinistra e le costole per spingere verso l’alto e, allo stesso tempo, tenere la bici schiacciata verso il basso per evitare che il carrello si ribalti. Sono poche decine di metri, ma non vuol dire molto, anche una parete rocciosa di sesto grado può essere di poche decine di metri...
Mi dirigo verso sud, arrivo all’incrocio e vado dritto, ma dopo un po’ mi accorgo che forse sono stato troppo verso destra, verso il mare. Poco male. Do un’occhiata alla carta e vedo che posso stare tranquillamente su sta strada, forse sale di quota in maniera più decisa dell’altra, ma la cosa non mi preoccupa. Supero Monterosi e poco dopo affronto una salita che mi porta verso un passo. Pedalo per un po’, ma poi scendo a spingere, pian piano arriverò. Se ho superato la Cisa questo passo non sarà certo un dramma. Mi fermo davanti a un monumento sulla curva, ci sono molti fiocchi rosa e azzurri appesi attorno all’edicola votiva. Scatto qualche foto, riparto e subito trovo sull’asfalto una catena di bici. La raccolgo, così evito di lasciare in giro un rifiuto e credo che potrebbe tornare utile.
Ma eravamo sulla riva del fiume... più precisamente sul fiume Magra. Riparto, passo su un ponte pedonale in pietra, è un ponte ad archi di quelli gobbi, alti al centro. È un bel ponte su cui passare; ci vado, ma quando sono in cima mi rendo conto che gli ultimi dieci metri in discesa sono ripidi, molto ripidi. Rischio di schiantarmi contro una casa. Devo sganciare il carrello e portare bici e traino uno alla volta, sarebbero pochi metri, facilissimi per chiunque, ma non per un carrellato con la Goat. Punto ad arrivare a Pietrasanta per sera. Potrei stare sulla Via Francigena, che passa nell’entroterra, oppure stare verso il mare, però di questa seconda ipotesi non ho una carta dettagliata, mi posso affidare solo alla carta in scala 1:800.000 posta all’inizio della guida sulla Via Francigena.
Appena mi muovo vedo che la gomma destra del carrello è sgonfia. Ieri si sgonfiava lentamente, l’ho gonfiata tre volte, forse non c’è un vero e proprio foro, forse è solo la valvola che perde leggermente. Siccome si tratta di una ruota del carrello non mi sono molto preoccupato perché porta poco peso, decisamente meno di quello che grava sulle ruote della bici. Se la valvola perde leggermente la camera d’aria si sgonfia lentamente e una bella rigonfiata può bastare. Diciamo che io e la bici assieme pesiamo almeno il quadruplo del carrello carico. Se fosse stata una gomma della bici ieri l’avrei cambiata subito, invece me n’ero anche dimenticato. Cerco un posto comodo vicino al fiume e mi fermo a cambiarla. Scarico il carrello, lo ribalto e smonto la ruota...
Torniamo però al passo della Cisa. Sono le cinque e mezza, parto dal passo e scendo lungo l’unica strada in cerca dell’incrocio. In precedenza sono sempre passato sulla strada principale, a suo tempo avevo meno indicazioni, ma stavolta voglio provare la strada alternativa. Dovrebbe essere più piccola e meno trafficata, una strada più adatta ai camminanti e magari comoda per i ciclisti. Scendo per qualche centinaio di metri, ho ancora un paio d’ore di luce. Mancano circa quindici chilometri, ce la posso fare, però non ho ancora chiamato Pontremoli per cercare un posto in cui passare la notte, non so perché, ma ora non ho voglia di farlo. So che in questo modo mi sto facendo del male.
II basco è già partito, non credo che ci incontreremo perché lui seguirà i sentieri mentre io starò sull’asfalto. La Via Francigena è ben organizzata nella valle del Taro, ci sono ostelli e sentieri comodi per i camminatori.
Luoghi significativi come Monte Bardone e Berceto testimoniano il passaggio dei pellegrini d’un tempo. È uno dei primi tratti che sono stati riorganizzati, sono stati piazzati ai bordi delle strade dei cippi in cemento con i pellegrinetti in terracotta, purtroppo però fin dall’inizio qualcuno ha avuto la brillante idea di staccarli per portarseli a casa, per cui talvolta mancano oppure sono stati rotti nel tentativo di staccarli.
Parto verso le nove, non mi va di mettermi in strada troppo presto e beccarmi tutto il traffico dei pendolari. Ieri sera ho guardato il percorso di oggi senza studiarlo troppo bene, in cammino ogni sera conviene dare un’occhiata alle strade del giorno dopo per farsi un’idea più chiara possibile e memorizzare le informazioni. Io lo dico sempre a tutti, ma come dice il proverbio: “Chi sa fare fa e chi non sa fare insegna”.
Scelgo la via del nord che mi fa passare da Chiaravalle della Colomba.
Stavamo parlando di fiumi... Tutti noi abbiamo studiato da piccoli gli affluenti del Po, chi non ricorda la sequenza Dora Riparia, Dora Baltea... chi non se la ricorda? Nessuno se la ricorda, dite la verità. Le sole che si ricordano la sequenza degli affluenti del Po sono le maestre, sono le uniche a ricordare anche i nomi delle Alpi da Ventimiglia alla Slovenia. Dove si trova il Col di Tenda? E dove sono le Alpi Retiche e le Scistose? No! Non vale andare a cercare su Wikipedia... bisogna vedere chi le ricorda a memoria!
Mi fermo sulla riva per mangiare un panino; si ferma un’auto, scende un tipo che va verso il pontile con una scatola in mano. Torna poco dopo e mi dice: “È proprio vero che regalare coltelli porta sfortuna! Comunque ora sono in fondo al fiume!”.
Lui l’ha detto in un altro modo, ma io ho capito: “sfortuna”. Io questa cosa che i coltelli portano sfortuna non l’ho mai sentita e non so fino a che punto si possa contrastarla buttandoli nel fiume. Non poteva buttarli nel cassonetto dei rifiuti con le lattine del tonno??? Perlomeno non avrebbe inquinato e il metallo sarebbe stato riciclato. Comunque... Se a me regalano una katana, una mannaia, un kriss, un’ascia bipenne o un machete non li butto certo nel fiume. Me li tengo!
Io ci vado nei negozi, ma non sempre ripongo troppa fiducia, vi racconto qualche episodio, magari li ho già raccontati in altre occasioni.
Tenda...
Sto osservando delle tende in un negozio, chiedo al venditore: “Perché questa tenda costa il doppio delle altre simili?”. La risposta: “Perché è fatta con materiali speciali molto resistenti, l’alluminio resiste ad altissime temperature!” Ricordo che l’alluminio fonde attorno ai 650° e penso: “Che importanza ha? Il corpo umano non resiste fino a quella temperatura.”
Finalmente si parte! Finalmente mica troppo, non sono proprio così contento di partire. Negli ultimi giorni ho dovuto rimandare più volte: volevo partire Sabato, poi mi sono reso conto che non ce l’avrei fatta, mancavano ancora tanti pezzi del carrello. Ho rimandato a Domenica, Sabato però ho capito che non ce l’avrei fatta neppure Domenica. Quindi ho rimandato a Lunedì mattina. Domenica sera però mi sono detto che tutto era... quasi pronto. Sono un po’ dubbioso, prima di partire c’è sempre una voce dentro di te che ti sveglia nel cuore della notte e ti dice: “Sei proprio sicuro, ma chi te lo fa fare? L’ha già fatta qualcuno una roba del genere, ma come ti è venuto in mente di partire con una Graziella?” “Non ti sembra di esagerare? Non stai facendo il passo più lungo della gamba? Ti sembra una cosa sensata?E se i freni si rompono e vai giù per un dirupo? E se ti grattugi contro un paracarro?”
Mancano cinque giorni alla partenza.
Più passa il tempo e più mi rendo conto che non riuscirò a partire sabato, forse non devo azzardare troppo, forse devo cercare una meta più vicina. Per questo viaggio l’obiettivo è soprattutto lo studio del mezzo di trasporto: il fine è nel mezzo, il fine è il mezzo. So bene che essendo il primo prototipo in futuro potrà essere rielaborato. Ho già visto che alcuni elementi andrebbero costruiti diversamente, ma quelli fatti per stavolta possono andare bene, se ripartirò ci penserò.
Non ho materiali e strumenti professionali, tagliare un pezzo di ferro a mano e rifinirlo con la lima da mazzo, poi con la lima bastarda e poi con quella dolce, non è come tagliarlo con una troncatrice precisa. Non mi sono allenato a camminare, ma non dovrebbe essere un problema. Però non mi sono allenato neppure a pedalare, mi preoccupano i crampi e le ore in sella. Temo proprio che non ce la farò ad arrivare a Perugia in tempo, mi demoralizzo un po’. Non mi sto lanciando in nulla di fantasmagorico, ma penso che probabilmente combinerò ben poco.
Ho dedicato un sacco di tempo a questa preparazione e ora ho paura di aver fatto tutto per niente. Potrei rimandare la cosa, ma l’estate sta finendo e fra un po’ chiuderanno anche i campeggi. Devo partire al più presto!
 

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Lago d'Iseo in due

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