Bolaven Plateau, il paradiso del caffè laotiano

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Un viale alberato scivola lento nel sole, i due ampi marciapiedi costruiti a lato invece, corrono come veloci tapirulan sotto le numerose scarpe che ogni giorno, incuranti, li calpestano dopo una buona tazza di caffè della Bolaven Plateau. Decine di caffetterie intitolate ai più creativi artisti del mondo sorgono una di seguito all'altra sfoggiando tele decorate ai muri e tavoli di legno intarsiati da veri e propri maghi della lavorazione pronti ad accogliere frotte di turisti ansiosi di degustare la miscela magica in grado di emanare quell'intenso aroma conquistatore nell'aria!
Eccoci nella Bolaven Plateau, una delle mete da non perdere in Laos, la regione laotiana dove viene prodotto uno dei caffè più costosi al mondo, eccoci nel luogo dove trovare una caffetteria è scontato se non ovvio..si, forse nei sogni e nelle speranze di un viaggiatore mai stato qui prima. L'altopiano, terra dei Laven coltivatori di caffè da generazioni, è anche uno dei luoghi dove trovare la corposa bevanda scura è impresa assai ardua. La zona è tempestata, come il gioiello prezioso di una regina, dei pregiati alberi, ma della presenza di chicchi macinati, acqua bollente e una rete a maglia fina per il filtraggio...neanche l'ombra! Da Thatheng, cittadina che si anima con le prime luci del mattino piuttosto che durante il resto della giornata, grazie al suo colorato mercato etnico, la strada verso la plateau continua a salire inesorabile. Lungo i 40 km che separano la città da Paksong, l'unico e vero proprio comune degno di nota per dimensioni dell'intera area, si incontrano solo sparuti villaggi e vasti campi dove i frutti rossi vengono raccolti e sparsi su grandi teli al sole a seccare. Sul tetto di ogni casa ed in qualunque giardino, sono presenti a milioni, forse a miliardi assorbendo anche il più fievole raggio di sole per raggiungere al più presto il giusto stadio e venire poi macinati. Quasi 800 metri di dislivello, qualche litro d'acqua in corpo e un miraggio ci coglie alla sprovvista: una grossa scritta incisa anni orsono su un pezzo di legno ormai quasi marcio indica la presenza di caffè: i nostri pneumatici slittano fumanti per la pressione delle nostre dita sulle leve dei freni e cautamente e con circospezione ci avviciniamo al porticato che credevamo oramai essere reale solo nei nostri sogni. Un'anziana signora afflitta da un terribile cancro alla gola ci accoglie con un sorriso sdentato: "Accomodatevi e bevete un bicchiere di thè" , i suoi gesti sono espressivi, "il caffè sarà pronto in pochi minuti". Un grosso bollitore primitivo è adagiato sulle braci di un piccolo caminetto ricavato nella pietra, un filo di fumo sale veloce dal metallo trepidante ed un lungo fischio interrompe i nostri pensieri: l'acqua stà bollendo. Seduti davanti ad una tazza di intruglio incandescente improvvisiamo una specie di conversazione con un contadino laotiano che dopo cinque minuti, forse stufo di non capire una sola parola, si congeda con un cenno del capo ed un sorriso frettoloso. Trangugiamo l'oro nero rapidamente ustionandoci la gola: il gusto corposo ci avvolge in una morsa violenta, quasi insopportabile tanto da spingerci a bere ancora un sorso di thè. Il filtraggio non è certamente stato dei migliori, ma almeno possiamo dirci soddisfatti di aver trovato un caffè, in questa terra del caffè. Risaliamo in sella, ancora 200 metri, ancora dislivello ed il cuore della piana si apre dinanzi alle nostre ruote stanche: siamo alle porte di Paksong, la capitale laotiana del chicco. Poche case, qualche guesthouses ed alcuni ristoranti. Paksong non è il prototipo perfetto della cittadina turistica ed infatti, qui intorno, di bianchi non se ne vedono proprio. Una sosta per il pranzo ci dà tempo per riflettere se passare qui una notte o proseguire per la ben più cosmopolita Pakse. È solo mezzogiorno ed energia nelle gambe ne abbiamo da vendere...quindis si prosegue. L'asfalto, al termine del sonnolento abitato, inizia la sua folle discesa di oltre mille metri di dislivello verso il Mekong. A soli 12 km (10 di comodo asfalto e 2 di sterrato impegnativo) le cascate di Tad Yuan si tuffano per 35 metri nella natura stupendo anche il più cinico dei viaggiatori. Nella piscina formatasi alla loro base nuotano pesci e ranocchie che hanno prontamente attirato l'attezione di due giovani pescatori, i lesti birbanti si stanno dando da fare per catturarne il più possibile. Due chilometri ancora e l'acqua con la sua abilità da circense provetto ci stupisce nuovamente: le cascate di Tad Fan si gettano in un cratere scavato nel centro della foresta incontaminata del Laos meridionale spezzando drasticamente la monotonia della giungla tropicale. L'altopiano di Bolaven si stà allontanando lentamente ed alle nostre spalle restano solo una lingua d'asfalto infiammato e la sagoma di qualche cima indistinta ormai già troppo distante. Un ultimo soffio al gusto di caffè ci accarezza le papille gustative al Sal Bolaven, un ampio spazio adibito a negozio di prodotti tipici della piana con adiacente una bella caffetteria dove viene servito il prezioso tesoro dell'area. Il traffico si intensifica, il sole inizia la sua lenta ma costante discesa verso l'orizzonte, un grande fiume scorre verso sud: Pakse ci accoglie all'imbrunire fra viali brulicanti di gente sovrappensiero e profumi di spezie aleggianti nell'aria.

Questo articolo fa parte del diario di viaggio tenuto in diretta del progetto Downwind. Se volete leggere le altre puntate, ecco qui tutti gli articoli dei nostri dieci mesi in bicicletta nel sud est asiatico. Potrete anche avere qualche curiosità in più sul Laos leggendo i nostri consigli o informandovi sulla burocrazia di viaggio.

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Classe 1983 (mi han detto che ne sono nati di matti quell'anno...), abito nel bellissimo Trentino da qualche anno e la fortuna (o sfortuna) mi ha fatto incontrare Leo con cui ora vivo e scrivo su lifeintravel.it Dopo aver girato l'Europa e l'Italia con i miei genitori, per la maturità mi sono regalata un viaggio in 2 cavalli da Milano a Praga (un fiorino ha interrotto il nostro viaggio verso Mosca facendoci ribaltare su una strada slovacca). Dopo aver cambiato mille lavori (pasticcera, agente di viaggio, venditrice di gabinetti, addetta alle lamentele in un call center, barista, cubista ehm, questo non ancora!...) ed aver viaggiato due volte in Messico, ho mollato tutto senza alcun rimpianto per volare in Nuova Zelanda dove ho bighellonato per cinque mesi. Nel 2010 con Leo sono partita per un lungo viaggio in bicicletta nel sud est asiatico. Ora, fra un'escursione in montagna ed un'avventura, sogno e risogno la Panamericana sulle due ruote!!! Ecco in poche parole chi sono: cicloviaggiatrice per scelta, pasticciona a tempo pieno, mountain biker per caso, quando non viaggio ne sto combinando una delle mie...
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