La bicicletta profuma di libertà, parola di Alberto Fiorin

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"Per me la bicicletta ha rappresentato il profumo della libertà..." così Alberto Fiorin, classe 1960 e cicloviaggiatore già dal 1975, inizia a descrivermi il suo rapporto con la bicicletta ed il viaggio. La bici profuma di libertà, quella libertà che è difficile trovare in altri modi. I viaggi di Alberto Fiorin si susseguono numerosi nel corso degli anni e lo portano a scoprire luoghi ancora inediti per il cicloturismo come la Siberia. Da un po' di tempo Alberto si dedica alla stesura di guide cicloturistiche per chi abbia voglia di iniziare a conoscere questo mondo, ma facciamocelo raccontare direttamente da lui...

Ciao Alberto, abbiamo visitato il tuo sito ed è davvero un cofanetto pieno di informazioni, storie, incontri e viaggi in bicicletta… ma quando hai affrontato la tua prima avventura di cicloturismo e perché hai scelto proprio la bici e non un motorino o un altro mezzo di trasporto?

 
Per me la bicicletta ha rappresentato il profumo della libertà, la possibilità di andarmene in autonomia, senza quella dannata puzza di benzina che non sono riuscito mai a sopportare. Io non ho voluto conseguire la patente, non ho mai desiderato possedere un motorino, ho sempre vissuto il motore come qualcosa che ti regalava la velocità ma senza mai avere la percezione di dominarlo, bensì di farmi trasportare. A quindici anni la voglia di esplorare il mondo si è esplicata in un viaggio con i miei compagni di liceo, in bicicletta, a conoscere la Mitteleuropa. Salisburgo, Vienna e Graz (partendo da Venezia e tornando in laguna), in giro a visitare i musei austriaci (mi ricordo come fosse oggi gli onirici dipinti dell’Arcimboldi) e ascoltare nei vari teatri opere ed arie del Settecento (ancora mi risuona nelle orecchie l’aria di Pergolesi “Pastorello sei soggetto facilmente a t’ingannar…). E sono passati 38 anni. Come fosse ieri, scolpito nella memoria per il fatto di essersi conquistati tutto ciò, sempre in sella, grazie alla forza delle nostre gambe, alla nostra determinazione. Ricordo i primi passi alpini, il durissimo Grossglockner con le nostre biciclette cariche di bagagli... Una soddisfazione enorme che ha generato in me la voglia, oserei dire quasi il bisogno, di continuare a vivere esperienze tanto esaltanti… Io sono nato a Venezia, nell’unica città al mondo dove è vietato per regolamento comunale muoversi in bici, eppure ho percepito fin da ragazzino che la libertà l’avrei conquistata attraverso la bicicletta, alla lenta, silenziosa e rispettosa scoperta del territorio. E pensare che a tredici anni non sapevo più andare in bicicletta per disabitudine, non essendoci più montato negli ultimi 5 o 6 anni, da quando ero un bambinetto…. Sono bastate un paio di ripetizioni in tandem con mio padre nell’isola del Lido e… da allora non ho più smesso di pedalare. Tornando con la memoria a quel periodo, se penso ai miei genitori che a 15 anni mi lasciavano girare per l’Europa solo con dei coetanei su due ruote, mi viene solo da ringraziarli (e pensare che non è che fossero particolarmente “di manica larga”). Evidentemente la situazione del traffico era ben diversa da adesso. Se mio figlio oggi mi domandasse la stessa cosa, qualche problemino penso che lo avrei…
 

Durante gli anni hai percorso numerosi itinerari per il mondo, qual è stato il più impegnativo, sia fisicamente che mentalmente? E per quale motivo?

 
Il viaggio più impegnativo è quello che affronti senza la dovuta preparazione psicofisica, quello non meditato ma affrettato. In un momento di insoddisfazione della mia vita ho ad esempio deciso di partire da solo in bicicletta per andare da Venezia a Istanbul lungo la costa dalmata. Non l’avessi mai fatto: è stato un disastro! Innanzitutto avevo deciso in quattro e quatt’otto, senza studiare approfonditamente il percorso, non ero preparato fisicamente, non avevo un mezzo adeguato (ero partito addirittura con una bici da corsa con tubolari quando dovevo pedalare sull’asfalto yugoslavo che invece era assai scabroso e rovinato), e completamente da solo, cosa che non avevo mai fatto precedentemente e che non era nelle mie corde. Morale: dopo 4 giorni e 8 forature me ne sono tornato indietro in treno da Fiume, mogio mogio, con la bici ridotta a un catorcio… Prima volta di un viaggio incompiuto. Sì perché invece i viaggi li vivi ancora prima di farli, quando organizzi, quando studi il percorso, quando immergi il naso nelle cartine stradali, quando ti informi, studi, chiedi, ti documenti. È forse il momento più intenso, indispensabile per la riuscita di quello che stai per realizzare. Dei primi viaggi in Italia e in Europa da liceale mi ricordo gli inverni passati a organizzare, a scrivere le lettere ai vari ostelli con le date (!) per la prenotazione del pernottamento e la gioia di ricevere la risposta affermativa di papà Ostello (così si chiamava allora il responsabile). Mesi da sogno che anticipavano il viaggio estivo. Poi nei viaggi, anche estremi, devi sopportare il caldo, convivere col freddo, abituarti ad abbandonare certe comodità e saperti adattare. Senza questa disponibilità certi lunghi viaggi attraverso ambienti desertici o in nazioni distanti (penso al Kazakistan, alla Cina, all’Egitto ma anche al nord della Norvegia) non riusciresti mai a portarli a termine. Anzi, probabilmente non partiresti neppure, proprio perché questi sono dei prerequisiti indispensabili, una conditio sine qua non.
 

Con Tiziana hai percorso anche dei tracciati a piedi: dalle montagne himalayane all’antico sentiero che costeggia il vallo di Adriano fra Inghilterra e Scozia ma qual è la principale differenza fra un viaggio a piedi ed uno in bicicletta? Quale credi che ti appartenga di più come stile di viaggio e di vita?

 
A me, a noi (per fortuna con Tiziana condividiamo questo piacere) piace moltissimo la dimensione della lentezza, della “conquista” del territorio senza alcuna fretta. Certamente la sua massima espressione è il camminare, la bicicletta esprime probabilmente un giusto compromesso con la velocità e le distanze percorribili in un giorno, che sono ovviamente un po’ più consistenti. Camminare e pedalare sono due espressioni affini, anche se leggermente diverse. Le accomuna la fatica, il sudore, la forza con cui si imprimono nella retina e nella memoria le immagini che osservi. Poi le differenze ci sono, ma sono legate anche al percorso. Che ne so, ad esempio nel 1991 con Tiziana siamo stati da Roncisvalle a Santiago di Compostela a piedi. Ecco quello è un percorso che io personalmente non farei mai in bicicletta, cosa d’altronde assai diffusa, ma che mi sentirei anche domani di ripercorrere a piedi. Non so se mi spiego, ma nei boschi e nelle montagne mi piace camminare e non mi viene di andarci in mountain bike: ogni ambiente ha il suo mezzo adatto di esplorazione e di conoscenza, così almeno la penso io. Comunque, nel complesso, lo stile di viaggio che più mi si addice è decisamente quello a pedali.
 

Ho notato, leggendo il tuo sito, che dal 1977 al 1987 c’è un buco di dieci anni da un viaggio in bici ad un altro, posso chiederti il motivo?

 
Ogni frutto ha la sua stagione, cominciata l’Università e persi momentaneamente i compagni dei primi viaggi in bici mi sono dedicato ad altri interessi. Poi, cosa vuoi, i primi innamoramenti, la scoperta dell’universo magico dei sentimenti mi ha fatto accantonare momentaneamente la passione per le due ruote. Del resto io non l’ho mai vissuta in modo totalizzante: non mi sono mai allenato maniacalmente, con giornate specifiche dedicate a quello. A volte la bici in un anno la usavo solo per compiere quel determinato viaggio, senza per forza allenarmi con regolarità. Strada facendo veniva la gamba (ma questo te lo puoi permettere da giovane…). Quando poi ho trovato l’anima gemella ho sentito l’esigenza di condividere con lei questa mia passione per i viaggi lenti e abbiamo cominciato ad effettuarli assieme, coinvolgendola in questa attività che non aveva mai messo in pratica ma a cui si è subito affezionata. A questo periodo di “buco nero” appartiene quel tentativo di viaggio subito abortito, citato qualche riga sopra, in direzione di Istanbul. Non era il caso, non era il momento adatto. Poi qualche anno dopo Istanbul in bici l’ho veramente raggiunta, e per un veneziano non è una meta banale o casuale… Ma allora il tempo era evidentemente maturo.
 

Di tutti i tuoi viaggi, Venezia – Pechino è uno di quelli che ha catturato di più la mia attenzione: qual è il paese più coinvolgente attraversato in questo lungo ciclo-viaggio? E il più difficile, quello che sembrava respingerti (se c’è stato!)?

 
Guarda, quello certamente è stato la madre di tutti i viaggi, o il padre di tutti i viaggi. È stato il più lungo, forse il più difficile da organizzare, il più complesso. E per me poi quello che mi ha fatto scattare la voglia di cambiare anche vita, cambiare lavoro e cercare di sopravvivere scrivendo di bici. Sì perché per me questo è stato un viaggio speciale, probabilmente ancor più degli altri miei nove compagni di viaggio. Questo viaggio che assieme all’amico Aldo avevo organizzato fin nei minimi dettagli è stata la beffa più grande della mia vita, dato che dopo aver salutato da Piazza san Marco a Venezia, sotto gli obiettivi dei fotografi, Tiziana e Fausto – nostro figlio – per star via 96 giorni, passati 25 chilometri e 55 minuti sono caduto stupidamente, mi sono fratturato l’omero e sono dovuto andare in ospedale. E la frattura si è rivelata più complessa del previsto tanto che non sono più riuscito a raggiungere i miei compagni, come in un primo momento speravo, e questo viaggio ho dovuto viverlo di riflesso, dai racconti dei miei colleghi. Da viaggio della vita si è trasformato in viaggio virtuale. Poteva essere un dramma, ma da questa beffa ho cercato di trovare la forza di cambiare e ho elaborato il lutto contribuendo a scrivere (ovviamente a quattro mani) il libro Strade d’Oriente in cui Aldo Maroso ha scritto la parte diciamo diaristica e io invece ho tratteggiato quella organizzativa e il “dietro le quinte”. Da allora non ho più finito di pedalare e di scrivere… In qualche modo è stato il viaggio che mi ha cambiato la vita. Paradossalmente, senza averlo realizzato. Quindi io posso riportare solo le impressioni dei miei compagni, che seguivo pedissequamente dal nostro sito internet e il paese che ha più lasciato il segno su di loro è stata la Georgia, di incommensurabile povertà ma capace di straordinari gesti di generosità. Poi nella depressione di Turpan, in Cina, nella provincia autonoma dello Xinijang, i miei compagni hanno avuto più volte il timore di non riuscire a farcela per il caldo soffocante, le temperature torride, l’ambiente ostile. È la seconda depressione più profonda nel mondo, 154 metri sotto il livello del mare. Poi, per non farci mancare niente, tre anni dopo siamo andati a pedalare nel Mar Morto, a meno 400. Era il 2 settembre… .
 

In tutti i tuoi viaggi avrai incontrato migliaia di persone, ce n’è uno particolare che non hai dimenticato e non dimenticherai mai?

 
Tornando al viaggio della Cina, i miei compagni (e io con loro) non si dimenticheranno mai dell’arrivo a Surami, sperduta cittadina georgiana a 150 chilometri dalla capitale Tiblisi. Non esistevano alberghi né ristoranti ma il nostro arrivo ha turbato la quiete della cittadina: subito il direttore del locale orfanotrofio ci ha messo a disposizione una camerata e offerto il cortile interno per poter allestire una pastasciutta serale. Ebbene quei poveri bambini, vestiti di nero, hanno regalato a noi, vecchiacci vestiti come dei corridori professionisti, un momento magico accogliendoci all’ingresso ballando al suono delle fisarmoniche dei vecchi del paese e donandoci quello che avevano, la loro gioia, la loro giovinezza, nonostante le condizioni tristi, morali ed economiche. Ecco, quei bimbi di quel fugace passaggio non ce li siamo mai più dimenticati e cerchiamo ancora di aiutarli spedendo loro, una volta all’anno circa, un container di vestiti usati e più in generale abbiamo continuato ad aiutare i bambini di strada georgiani finanziando per loro (ci consideriamo a torto o a ragione degli sportivi) a Tiblisi un campo sportivo polivalente (con impianto di illuminazione ed erba sintetica) realizzato con i proventi dei libri scritti dei nostri viaggi e con le relative serate di presentazione organizzate a centinaia in questi ultimi anni.
 

Tre parole con cui definiresti un viaggio in bici?

 
Solo tre parole? Allora tre aggettivi. Delicato, rispettoso, formativo.
 

Parliamo del tuo ultimo viaggio, nel 2012 hai pedalato verso il Senegal: quanti chilometri hai percorso e perché proprio fin sul Continente nero? Dal viaggio è nato un libro vero? Ci racconti qualcosa di più?

 
Sì, anche in questo caso siamo partiti folgorati da un sogno, l’utopia di attraversare mezzo mondo in bicicletta – l’Europa e il Maghreb – per giungere nel cuore dell’Africa nera, in Senegal, nel villaggio di Nenette, luogo dove si sono concentrati gli sforzi di tante associazioni bassanesi di volontariato, che in questi ultimi anni hanno realizzato alcune strutture indispensabili per migliorare la vita dei suoi abitanti, cioè una scuola per l’infanzia (la prima in assoluto nella savana), una scuola elementare, un pozzo alimentato a pannelli solari e un ambulatorio. Il nostro viaggio, e il progetto di solidarietà ad esso collegato, si chiama infatti “Il Sogno di Nenette”. Diciotto persone: quindici ciclisti, un fotografo, un motociclista, l’autista del furgone. 6172 chilometri da Bassano del Grappa fino in Senegal in 38 tappe, quattro notti passate in tenda nel deserto, 162 chilometri di media, sette tappe oltre i 200. Tanta fatica, soddisfazione immensa. Un sogno realizzato. È stato un viaggio esaltante, non facile, con problemi logistici come l’attraversamento di lunghissimi tratti di deserto, i numerosi bivacchi notturni, i magri lavacri tra le dune con un paio di litri d’acqua a testa, i controlli di polizia in regioni difficili come il Sahara Occidentale o la Mauritania squassate da tensioni e rivolte, gli arroventati chilometri finali, le prime tappe marocchine fredde e bagnate. Un percorso che si è sviluppato longitudinalmente, come ci fossimo appesi alla fune di un meridiano che ci ha fatto precipitare velocemente nel cuore dell’Africa, dopo aver percorso quasi 2500 chilometri dell’infinito Marocco, valicando la magica linea del Tropico del Cancro. Anche da questo viaggio abbiamo voluto realizzare un libro, questa volta con molto spazio alle fotografie grazie alle bellissime immagini realizzate da Carlomaria Corradin. Con le immagini e le parole di questo libro cerchiamo di raccontare e condividere ciò che abbiamo vissuto, sentito, sperimentato. E poi – aspetto assolutamente non secondario – attraverso la vendita di questo volume raccoglieremo fondi per poter ulteriormente realizzare un progetto di solidarietà rivolto alle popolazioni incontrate durante il viaggio. A questo obiettivo sono infatti destinati tutti i proventi.

Alberto, l’ultima domanda… ci anticipi un paio di mete da raggiungere e visitare nei prossimi viaggi, magari proprio in questo 2013?

Premetto che questi viaggi “esagerati” non sono assolutamente l’unica modalità con cui mi muovo in bicicletta: mi piace anche effettuare altri viaggi più ridotti, partendo con i bagagli nelle sacche, con mia moglie e mio figlio (finché ci segue) a zonzo per l’Europa e per l’Italia, lungo le piste ciclabili, senza prenotazioni, quasi senza meta o comunque con il piacere di fermarsi e sostare dove reputiamo valga la pena, dove ci colpisce qualcosa, l’atmosfera. Sicuramente per fare un grande viaggio non è necessario fare un “viaggio grande” nel senso della distanza, del chilometraggio. Quindi esplorazioni in bici ce ne saranno, spero e credo molte. Poi per organizzare viaggi più importanti, con altre finalità, ci vuole del tempo, bisogna individuare la meta, il progetto, costruirci una struttura per cui cose simili non si possono fare certamente ogni anno, anzi. Diciamo che il prossimo viaggio nel cassetto sarà sicuramente assieme alla mia società ciclistica, il Pedale Veneziano, che nel 2013 compie 100 anni. Per festeggiare il centenario effettueremo un viaggio in bici alla ricerca della nostra storia, lungo l’Istria e la Dalmazia e per onorare i 100 anni ci faremo fotografare sotto i 100 leoni della Repubblica Serenissima disseminati nelle cittadine della costa.
Alberto Fiorin ha un sito web personale dove potrete scoprire tutti i suoi viaggi, i reportages, le guide sulle ciclovie ed i libri di viaggio scritti nel corso degli anni. Contattando direttamente Alberto attraverso mail (afiorin@libero.it ) o numero di telefono potrete acquistare l'ultimo libro "Il sogno di Nenette" sul grande viaggio da Bassano del Grappa al Senegal ad un prezzo scontato di 20€ + 3€ di spedizione. Il libro è cartonato, di formato importante (21x27,5), con 256 pagine a colori ed oltre 250 foto. Tutto il ricavato dalla vendita del libro finanzierà progetti di solidarietà in Africa.
Veronica

Classe 1983 (mi han detto che ne sono nati di matti quell'anno...), abito nel bellissimo Trentino da qualche anno e la fortuna (o sfortuna) mi ha fatto incontrare Leo con cui ora vivo e scrivo su lifeintravel.it Dopo aver girato l'Europa e l'Italia con i miei genitori, per la maturità mi sono regalata un viaggio in 2 cavalli da Milano a Praga (un fiorino ha interrotto il nostro viaggio verso Mosca facendoci ribaltare su una strada slovacca). Dopo aver cambiato mille lavori (pasticcera, agente di viaggio, venditrice di gabinetti, addetta alle lamentele in un call center, barista, cubista ehm, questo non ancora!...) ed aver viaggiato due volte in Messico, ho mollato tutto senza alcun rimpianto per volare in Nuova Zelanda dove ho bighellonato per cinque mesi. Nel 2010 con Leo sono partita per un lungo viaggio in bicicletta nel sud est asiatico. Ora, fra un'escursione in montagna ed un'avventura, sogno e risogno la Panamericana sulle due ruote!!! Ecco in poche parole chi sono: cicloviaggiatrice per scelta, pasticciona a tempo pieno, mountain biker per caso, quando non viaggio ne sto combinando una delle mie...
Sito web: www.lifeintravel.it

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