Bangkok non fa rima con bicicletta!

Pubblicato in Thailandia
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Auto a destra, bus a sinistra, motorini avanti, tira alle spalle...ci sentiamo in trappola tra le trafficatissime strade di Bangkok. Usciamo, respirando solo dopo 70 km!
Il calore del popolo thailandese ci investe subito, repentino e sorprendente come il sapore forte di un piatto di pesce offerto in un ristorante in riva ad un oceano. Le saline tutt'attorno sputano il prezioso condimento dai loro laghi rosati mentre le rondini vivono ignare nelle case costruite appositamente per loro al fine di rubare i nidi per rivenderli come deliziose prelibatezze. Phetchaburi e le scimmie ladre di uova non ci impediscono di ammirare ed adorare la maestosa vita selvaggia dei parchi thailandesi, prima di risvegliarci dal sogno piombando nell'abominio umano di Hua Hin, dei suoi grattacieli, dei locali zeppi di donne in vetrina e squallidi individui che girano attorno a loro come mosche attirate dal tanfo del letame. La serenità ci viene restituita dalla quiete di Prachuap Khiri Khan ed ancora una volta è la Natura a venirci in soccorso, gettando nella baia della cittadina e nella vicina Ao Manao pepite di roccia ricoperte di lussureggiante foresta ed accerchiate da un oceano turchese.
Bangkok non fà rima con bicicletta. Il viaggio prosegue, oltre la chiusura del cerchio. Inforchiamo le nostre mountain bikes e ci infiliamo nel traffico mattutino della metropoli più popolata del Sudest asiatico, costeggiando il Chao Phraya prima di deviare verso sud. Siamo sopraffatti dallo smog, dal calore che sale dai tubi di scappamento, dal rumore di vecchi motori che ci gridano in faccia la loro voglia di morire. Un angelo mascherato sfreccia lungo la grigia striscia di asfalto a quattro corsie, accostandosi a quelli che ai suoi occhi devono sembrare extraterrestri scesi sulla terra per completare una missione senza senso. Non sà perchè lo fanno, perchè pedalano sotto il sole cocente senza un passamontagna a proteggere la pelle, perchè si spostano in sella a due biciclette anzichè salire sul primo pullman che li porti a destinazione. Non sà che in realtà essi non hanno una destinazione, che il viaggio è la loro meta, che non pedalano per compiere chissà quale missione o espiare i loro peccati, ma per puro divertimento e sete di conoscenza. Nonostante egli non capisca, si avvicina e solidale allunga una mano con un sacchetto contenente due bottiglie di fresco succo di canna da zucchero: "Avranno pure sete questi due extraterrestri!"
Da queste parti la solidarietà, ed ancor più l'ospitalità, sono bene preziosi e non passano 10 km che ne abbiamo un'evidente riconferma: una strana coppia si precipita fuori da un negozietto a bordo strada sbracciandosi nella nostra direzione. Il più smilzo ed agile dei due ci raggiunge per primo, placcandoci (metaforicamente, si intende) sulla corsia di emergenza. Più lentamente sopraggiunge anche il suo compare, portando con sè una borsa contenente un paio di bevande energetiche e due asciugamani rinfrescanti: ce li porge con un sorriso mentre lo smilzo prova, encomiabile, ad usare tutto il suo vocabolario di inglese per farci capire che questo è un dono con cui l'amico comunica l'ammirazione nei nostri confronti. Imbarazzati accettiamo e ringraziamo provando a scambiare due parole: riusciamo a capire che la strada secondaria pochi metri avanti a noi (non segnata sulla nostra mappa) prosegue nella nostra direzione ed è molto più panoramica e tranquilla; inoltre i due ci vogliono invitare a pranzo in un ristorante a cui sono diretti, quindici- venti chilometri più a sud. Sempre più esterrefatti, accettiamo e ci incamminiamo verso il mondo incantato della costa occidentale del Golfo di Thailandia. Pranziamo a base di riso fritto, tom yam e molluschi su una palafitta aperta sull'oceano, con un gruppo di scimmie ad attendere gli avanzi.
Poco prima del tramonto ci congediamo commossi da Mr To e Mr Whit, giusto in tempo per ammirare il sole adagiarsi sugli specchi rosati delle saline poco distanti. Il sale candido raccolto nelle giare di vimini si trasforma lentamente in oro sotto i raggi radenti e le pale di tela strappata dal vento dei mulini usati anni orsono sventolano i loro brandelli come preghiere tibetane sulle vette himalayane. Phetchaburi è un piccolo centro punteggiato di templi e stupa e proprio all'ingresso di uno di essi ci troviamo ad affrontare una situazione grottesca: prevedendo qualche notte in campeggio, acquistiamo del cibo da cucinare prima di fermarci per una visita; lasciamo le bici alla base della collina su cui si erge il Wat Phrana Khorn Khiri e ci allontaniamo per qualche foto. Rientrando verso le mountain bikes, notiamo degli strani movimenti intorno ad esse ed avvicinandoci ci accorgiamo della presenza di un gruppo di otto-dieci scimmie sui nostri bagagli, intente a banchettare con la nostra futura cena. Cerchiamo di scacciarle ma con aggressività tipicamente umana, il maschio dominante ci mostra i denti venendoci incontro minaccioso e solo recuperando un bastone da terra riusciamo a spaventarlo ed a mettere in fuga lui ed il suo gruppo; le uova ed un po' di riso sono però andati persi. Ancora scossi dall'incontro-scontro ci concediamo qualche giorno di riposo attivo scoprendo la natura incontaminata del Kaeng Krachan National park, dove avvistiamo buceri, gibboni e numerose altre specie animali, campeggiando in riva ad uno splendido lago.
La pace e l'armonia del nostro incedere vengono bruscamente interrotte quando facciamo il nostro ingresso a Hua Hin, parco dei divertimenti per bianchi in cerca di un po' di sballo ed una donna a nolo per una notte. I grandi alberghi, i ristoranti, i pubs ed i locali a luci rosse si accavallano cercando un po' di visibilità per attirare clienti mordi e fuggi. Dormiamo in una squallida pensione ed al mattino siamo felici di saltare presto in sella e lasciarci alle spalle la città, nonostante il suo porticciolo carino ed alcune spiaggette che ricordano i tempi in cui erano ancora i pescatori a popolare gli edifici in riva all'oceano. Bastano pochi chilometri e dietro un promontorio donne ed uomini svuotano le rete su un piccolo molo che ricorda i villaggi sulla costa del nostro meridione. Poco oltre una chilometrica spiaggia semideserta ci riconcilia definitivamente con il mondo, fungendo da preludio alle baie di Prachuap Khiri Khan e Manao, gioielli nascosti a metà strada ra le isole tropicali famose e sovraffollate ed il caos frenetico di Bangkok. Catturati, ci fermiamo per qualche giorno concedendoci il primo bagno di una lunga serie (speriamo).

Questo articolo fa parte del diario di viaggio tenuto in diretta del progetto Downwind. Se volete leggere le altre puntate, ecco qui tutti gli articoli dei nostri dieci mesi in bicicletta nel sud est asiatico

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Leonardo

Cicloviaggiatore lento con il pallino per la scrittura e la fotografia. Se non è in viaggio ama perdersi lungo i mille sentieri che solcano le splendide montagne del suo Trentino e dei dintorni del lago d'Iseo dove abita, sia a piedi che in mountain bike. Eterno Peter Pan che ama realizzare i propri sogni senza lasciarli per troppo tempo nel cassetto, ha dedicato gran parte della vita al cicloturismo viaggiando in Nuova Zelanda, Balcani, Norvegia e molti altri paesi. Ultimamente ha trascorso dieci mesi in bici nel Sud est asiatico e ha attraversato le Ande in bici.
Sito web: www.lifeintravel.it

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Commenti  

# 0 A da Bangkok 2012-03-29 06:01
Incredibile scatto! Bello, bello, bello!!!
Rispondi Rispondi con citazione Citazione
# 0 Vero 2012-03-29 13:17
Grazie A, sei davvero gentilissimo... peccato fosse lontano!!! La cosa più incredibile è che nel sudest asiatico ne abbiamo visti moltissimi, mentre in Italia non ci èancora mai capitato...strano vero?=) Buona giornata ed ancora grazie!^^ :lol:
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Nella luce del mattino | Pedalando nel Mae Moei national park in Thailandia

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